UNA SCRITTA SUL MURO

La pratica di apporre, senza diritto o autorizzazione, un proprio pensiero su un muro è stata definita come la volontà di fare del proprio momentaneo stato d’animo una componente stabile del paesaggio.

Si tratta di una pratica crescentemente diffusa. Anche quando pare limitarsi all’apposizione del proprio nome, di un simbolo o di una sigla trae la propria energia e significanza dalla importanza del supporto cui viene applicata.

Ovviamente “decorare” il Colosseo ha una importanza simbolica assai maggiore dello scrivere su un muro anonimo di un palazzo periferico.

Ma, soprattutto, la scelta di un luogo piuttosto che di un altro è il frutto di una prospettiva di audience.

Il supporto fisico, in questo caso diventato un medium, trae la sua significatività dal numero di “contatti” che sembra poter promettere se non garantire.

Questo può avvenire anche alla luce delle forme di comunicazione ulteriori.

È il caso, per esempio, degli attivisti di “Ultima Generazione”.

Anche in questo caso la struttura è apparentemente simile alle altre azioni.

Trasferisco sul paesaggio la mia sofferenza o indignazione per il degrado ambientale e i rischi che stiamo facendo correre al nostro pianeta Terra.

La differenza sta nel fatto che se scrivo “Forza Cagliari!” su un muro cerco effettivamente solo la espressione stabile del mio nobile sentimento.

Se lo faccio sulle mura della Abbazia di San Miniato calcolo che l’indignazione e la rabbia innescate aggiungeranno una straordinaria capacità comunicativa alla mia semplicissima espressione di fede calcistica.

Naturalmente le cose sono un poco più complesse del mio esempio

Nel gesto di quelli di “Ultima Generazione” vi è un sottofondo a carattere simbolico di cui probabilmente non sono nemmeno in grado di rendersi conto.

La loro inconsapevole speranza, mentre deturpano Trinità dei Monti, è che l’indignato spettatore colga la somiglianza tra il loro gesto e quello della specie umana intera.

Entrambi, gli attivisti e i consumatori incoscienti, impegnati a danneggiare e distruggere l’ambiente, naturale o artefatto, che li circonda.

Talvolta, occorre aggiungere, il gesto simbolico applicato al paesaggio circostante assume insieme all’aspetto comunicazionale anche un chiaro significato di minaccia o di avvertimento.

È il caso, per capirci, della distruzione dei Buddha di Bamiyan ad opera degli islamici afgani.

La modificazione del paesaggio non si limita, in questo caso, “soltanto” a rappresentare stabilmente una pulsione umana rendendola indimenticabile, ma attraverso l’atto della distruzione fisica (per di più complessa e non facile) segnala e comunica sino in fondo l’obiettivo reale della guerra intrapresa.

L’iconoclastia non c’entra per nulla. Attraverso quella aggressione (non casualmente preceduta da un lungo dibattito e da divieti anche di scuola islamica) una particolare fazione comunica al resto del mondo quale è l’obiettivo finale che si è impegnata a perseguire.

Quel gesto, insomma, è una scritta sul muro ma anche molto di più.

È evidente che qualcosa è profondamente cambiato.

I fascisti italiani che, sconfitti dalla Storia, si disperdevano ma scrivevano sui muri “Ritorneremo” affidavano a quella vernice (che sarebbe stata immediatamente abrasa) un messaggio identitario che, fortunatamente, non avrebbe fatto parte del successivo paesaggio.

Ma, da quelle scritte ai fatti dell’oggi, lo stesso concetto di paesaggio si è enormemente modificato e ha compreso al proprio interno anche quello elettronico o virtuale.

È stata offerta a tutti la possibilità di modificare in continuazione il contesto esterno attraverso la esposizione dei propri stati d’animo o delle proprie (legittime o meno) aspirazioni.

La vecchia scritta sul muro apparteneva a un mondo in cui (come è stato giustamente scritto) la comunicazione era di pochi verso molti e che è stato sostituito da un contesto in cui la comunicazione è di molti verso molti.

Ciò implica, ed implicherà sempre più in futuro, il passaggio dalla semplice eternizzazione del proprio momentaneo stato d’animo alla diffusione della idea (o della illusione?) di essere in grado di creare per la propria parte una propria porzione del mondo.

Naturalmente ciò determinerà anche una modificazione dei cosiddetti gesti simbolici che saranno costretti a confrontarsi con questo complesso mondo integrato che ci circonda.

Ma questo sarà, forse, un argomento di altre riflessioni.

Per adesso basti ricordare che l’autore di quella definizione che apre questo povero pezzo è Alessandro Pavolini.

Giovane e coltissimo gerarca fascista, fondatore a Salò delle Brigate Nere (Brigata Mussolini fu la prima), amante della mitica Doris Duranti, sostenitore della Ridotta della Valtellina da cui il Duce avrebbe dovuto condurre, insieme a lui, la sua ultima battaglia, amico di Ciano che abbandonò al suo destino durante il processo di Verona, fu anche scrittore sensibile e raffinato.

Esposto da morto a piazzale Loreto, le ultime cronache della sua vita ce lo raccontano mentre, inseguito dalle raffiche dei partigiani si lancia nel lago con il suo impermeabile bianco.

Miglior esempio della capacità auto – contraddittoria dello spirito umano è difficile da trovare.


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