di Redazione
La notizia, per così dire, è che in una caldissima serata di questi giorni bollenti, in piazza Vittorio, la piazza di Capranica di Lecce, si sia radunata una piccola folla, tra cui molti giovani e molte donne, per la presentazione del libro Scusaci Bettino, Heraion editore.

“Fa riflettere il fatto che oggi affiori il bisogno di una lettura più equanime della storia di Craxi e del suo ruolo nel socialismo italiano e internazionale, e anche di una riflessione sull’attualità del suo pensiero socialista liberale e riformista”.
Così commenta l’autore, Carmine Fotia, al termine di circa due ore di discussione. A volere l’evento è stato il comune con il Sindaco Paolo Greco, leader provinciale di Azione; a organizzare la cooperativa sociale Il Dado Gira di Marco Tommasi, che opera attraverso la cultura sul disagio sociale. Il Panel era composto dal sindaco stesso, da Biagio Marzo, esponente di punta del nuovo corso craxiano, e Alessandro Delli Noci, ingegnere già vicesindaco di Lecce e assessore nella giunta regionale di Emiliano, costretto a dimettersi e rinviato a giudizio dalla procura di Lecce per associazione a delinquere, corruzione e frode su fondi pubblici, in cambio di sostegno elettorale. Insomma, quella cosa fumosissima del voto di scambio. La prima udienza si terrà il 10 luglio. La difesa respinge tutte le accuse. E vedremo se, come in altri casi, purtroppo assai diffusi, tutto si sgonfierà lasciando però una ferita in chi era considerato l’enfant prodige della politica salentina.
Forse è per questo che Delli Noci, che non accenna mai alla sua vicenda giudiziaria, parla con una certa amarezza, ma con la lucidità di un giovane leader politico, indirizzando la discussione sul confronto tra la politica estera craxiana e quella dell’attuale governo. Mentre Paolo Greco insiste sulla necessità del coraggio riformista e cita la vicenda della scala mobile, una domanda dal pubblico apre uno una questione spinosa. La pone Mina Matteo, una nota insegnante salentina di sinistra, coraggiosa e appassionata.
“Ho una domanda per l’onorevole Biagio Marzo. Io credo che sia giusto inquadrare in una luce diversa la figura di un leader come Craxi, ma non crede che se avesse accettato il processo in Italia, avrebbe potuto difendersi meglio?”.
La domanda è doverosa tant’è vero l’autore la rivolse a Craxi nella sua ultima intervista televisiva e il leader socialista si arrabbiò molto ma rispose: “Io non torno perché la mia vita è la mia libertà”. Su questa vicenda Biagio Marzo rivela particolari certamente sconosciuti al grande pubblico e anche a qualche distratto cultore della materia giudiziaria: la scelta di Craxi di fuggire dall’Italia non fu una sua scelta personale, ma fu discussa in riunioni cui parteciparono i dirigenti che gli erano rimasti fedeli, tra i quali anche Biagio Marzo che racconta come andò.
“La domanda è giusta. E le rispondo intanto che la scelta di Bettino fu condivisa da molti, compresi i figli, e da me fu suggerita come scelta di sopravvivenza. Era il 1994 i partiti erano crollati sotto l’azione del pool di Milano, che seminò sul suo cammino di suicidi considerati prove di colpevolezza. L’amministrazione americana, lo dimostrano i documenti desegretati della CIA, aveva deciso di togliere di mezzo i vecchi alleati e di puntare su procure e PDS per un regime change senza violenza militare. E Craxi di questi alleati era il più ingombrante. Dopo la vergogna squadrista delle monetine al Raphael, Bettino non aveva paura per sé ma per i suoi familiari, in particolare i figli Stefania e Bobo, che avevano ricevuto ripetute minacce. Inoltre, ci preoccupavamo per la salute di Bettino, era un uomo imponente di 1.90 per 100 chili di peso, e soffriva di un diabete devastante che gli aveva attaccato il piede, “un foruncolone” l’aveva definito Di Pietro. In quelle condizioni avrebbe avuto bisogno di cure in Ospedali attrezzati. Ma la Procura di Milano sostenne che l’arresto era inevitabile e il suo stato di salute compatibile con le cure in carcere. Bettino non era più un uomo ma un simbolo da abbattere. A quel punto cercammo tante strade ma alla fine l’unica praticabile risultò quella della Tunisia del suo fidato amico Ben Ali’, dove Craxi aveva una casa pagato pochissimo e molto sobria ad Hammamet” racconta Biagio Marzo. “Quello che io posso testimoniare, avendo incontrato Craxi ad Hammamet qualche settimana prima della morte, sei anni dopo la sua fuga, è che il foruncolone era diventato una piaga che stava devastando il suo fisico. Era evidente che avrebbe avuto bisogno di cure molto più adeguate di quelle consentite in Tunisia, ma la Procura insisteva: prima lo arrestiamo e poi si vede. Il governo di Massimo D’Alema non fece nulla. E Craxi qualche giorno dopo morì. Questa è la verità”.
“E forse sono tanti quelli che dovrebbero chiedere scusa Bettino”, conclude Carmine Fotia.












