UMBRIA: IL BIPOLARISMO BLOCCA INNOVAZIONE E SVILUPPO

di Franco Raimondo Barbabella

Hegel, polemizzando con Shelling, dice nella Prefazione alla Fenomenologia dello Spirito che l’Assoluto è come “la notte scura in cui tutte le vacche sono nere”. Ecco, il bipolarismo umbro è un po’ come l’Assoluto di Schelling nella definizione straordinariamente efficace che ne ha dato Hegel. I due poli si contendono il potere sostanzialmente con il solo obiettivo del potere. Tutto il resto è contorno, tattica, narrazione funzionale.

Governare è fare ciò che conviene all’alleanza o alle singole sue componenti. Così l’alternanza alla guida della regione nella concretezza della politica non cambia le logiche fi fondo: regione chiusa, potere piramidale, modernizzazione di facciata, conservazione dei gruppi di comando.

Un giudizio questo che si poteva dare anche prima delle ultime elezioni, ma che dopo dieci mesi di nuova Giunta è corroborato anche dall’esperienza. È quanto cercherò di dimostrare con le riflessioni che seguono. Molti di noi fuori dalla logica bipolare erano stati critici con il governo di centrodestra del quinquennio ‘19/’24 e all’atto delle elezioni mantenevano forti dubbi sulla sua possibilità di riconferma, soprattutto dopo la cocente sconfitta al Comune di Perugia e le scelte di sostanziale chiusura a riccio sia programmatiche che politiche.

Analoga insoddisfazione e analogo giudizio critico avevamo maturato nei confronti dello schieramento di centrosinistra sia per aver fatto un’opposizione di scontro e non di proposta sia per come veniva costruita l’alleanza: accordo stretto PD-5S-AVS con liste di contorno, logica di potere e non di governo, programmi tagliati non sulle evidenze di una necessaria modernizzazione ma sulle caratterizzazioni ideologiche dei contraenti il patto elettorale.

Di qui la scelta di star fuori e appoggiare una persona espressione di un civismo autentico con l’intento di mantenere almeno viva e visibile la differenza nel modo di intendere e praticare la politica rispetto alla logica dello scontro tra poli il cui esito erano da tempo il ristagno, il rinvio, la povertà di visione e di progetto. Si sa com’è andata.

L’operazione non è riuscita, ma la realtà ha dimostrato che non siamo noi gli sconfitti: i problemi di cambiamento che noi allora ponemmo stanno tutti lì, semmai aggravati.

Ci sia concessa un po’ di meraviglia: era legittimo pensare che piovesse ed è piovuto, ma la pioggia ora, dopo solo dieci mesi, rischia di diventare temporale, giacché troppi fatti si susseguono a conferma delle criticità iniziali. Questo ha fatto pensare la scelta di inizio con cui la Giunta Proietti ha deciso di caratterizzare il suo mandato: quella tormentata, contraddittoria, strumentale decisone di prelevare dalle tasche degli umbri, soprattutto quelli colpevoli di appartenere al ceto medio produttivo, una cifra considerevole giustificandola in modo ingannevole con un deficit inesistente del bilancio sanitario e minaccia di commissariamento.

Poteva anche essere un passo falso, e lo ha creduto anche qualcuno della coalizione, ma una serie di atti successivi hanno confermato che non lo è. Anzitutto assenza di confronto e di rendicontazione, assenza di un rapporto costruttivo con le articolazioni della società e con la stessa struttura funzionale della regione. Da qui segnali preoccupanti di rinuncia all’autonomia con la decisione di delegare il controllo di gestione di aspetti essenziali a soggetti esterni e segnali di superficialità anche nella gestione di partite politiche rilevanti come la collaborazione con altre regioni, per cui un patto Umbria- Toscana su materie strategiche presentato come evento storico è durato di fatto solo otto giorni.

E soprattutto chiusura nella logica pattizia, per cui al primo posto non ci sono il problema da risolvere e lo studio della sua migliore soluzione a vantaggio del cittadino, ma la dimostrazione caparbia che si si fa tutto in funzione di fedeltà alla propria caratterizzazione ideologica e alle convenienze di partito. Che cosa indicano infatti se non questo, oltre alla gestione ordinaria del potere, gli ultimi tre eventi intercorsi nelle più recenti settimane: l’inclusione inopinata nella ZES unica del Meridione e le due delibere di Giunta dello scorso 13 agosto, quella sulla sanità e quella sulla chiusura del ciclo dei rifiuti?

La ZES, capitata come ricasco dell’operazione elettorale delle Marche e venduta come successo umbro, è diventata subito occasione di propaganda e non di riflessione non solo sul perché l’Umbria è nei fatti regione del Meridione (non ci si è accorti nemmeno dell’autodelegittimazione di intere classi dirigenti) ma soprattutto di quali politiche c’è bisogno e con urgenza per sostenere quella che potrebbe essere un’occasione da non sprecare.

La delibera sulla sanità è diventata invece la negazione di tutto ciò che era stato detto in campagna elettorale, però senza colpo ferire, quasi a dimostrazione che ciò che conta è prendere il potere e non fare ciò che hai promesso per avere consenso. In sostanza si fa ciò che aveva fatto la giunta precedente dimenticando che tutta la campagna elettorale era stata condotta per dimostrare che bisognava fare il contrario. Il risultato naturalmente è che il sistema continua a non funzionare né si vede anche solo l’inizio di una svolta.

La delibera sul ciclo dei rifiuti è forse in questo senso la più significativa, perché pur di dire no al termovalorizzatore si indica una strada del tutto ipotetica con soluzioni tecnologiche ad oggi non sperimentate ma che hanno comunque l’effetto di dilazionare il problema dando l’impressione di modernità e sperando che il trucco tardi a svelarsi. La novità linguistica immaginifica pare che sia gassificatore che dovrebbe suonare meglio di termovalorizzatore. I tifosi gongolano e i gestori delle discariche pure.

L’Umbria ha bisogno di un radicale cambio di passo. Anzitutto ha bisogno di porsi come regione cerniera dell’Italia centrale e iniziare una coerente politica di federalismo funzionale con le altre regioni del Centro nelle materie fondamentali del nostro futuro: l’energia, la sanità, i trasporti, la cultura, la formazione, le infrastrutture, le reti. Il Sud si sta muovendo in questa direzione. È ora che si muova anche il Centro e l’Umbria ne potrebbe essere l’innesco e il motore.

Ha bisogno di modernizzazione seria e veloce nei settori vitali. Ha bisogno di contrastare l’impoverimento culturale ed economico e la crisi demografica. Ha bisogno di un sistema produttivo organizzato per sostenere le sfide non solo di un mercato in rapida evoluzione, ma di cambiamenti strutturali nel modo di produrre e di distribuire, nel modo di comunicare e nelle relazioni sociali.

Ha bisogno di rovesciare le logiche pattizie di puro potere in logiche progettuali di innovazione funzionale. Perciò ha bisogno che ci sia un cambio di passo della politica. Ma questo, stanti le logiche di potere chiuse e piramidali, non si può realizzare dentro il sistema bipolare, perché ad esso è consustanziale il rifiuto della cultura politica progettuale. Si potrà realizzare solo introducendo nel sistema un cuneo dirompente che renda visibile la necessità del cambiamento.

C’è dunque bisogno di un nuovo soggetto che si faccia carico di questa ormai diffusa e consolidata esigenza di cambiamento nel segno di una modernizzazione dell’assetto regionale umbro che attende da decenni ed oggi ha la sua ispirazione da una parte nell’idea di Europa federale e dall’altra, sul concreto terreno politico, nell’Italia delle macroregioni. Non è una pura esigenza ideale, giacché esistono forze orientate al cambiamento reale che in modi diversi e in una molteplicità di occasioni ne hanno posta la necessità.

Si tratta dunque di mettere a verifica la possibilità di unire le forze del riformismo disperso Non saprei chiamarle ora in altro modo) che, se unite in un concreto progetto di trasformazione decisamente riformatrice, può rappresentare quel cuneo di cambiamento che rompe l’assetto di un potere bipolare chiuso nella sua coazione a ripetersi mascherata solo da mutamenti di facciata.

L’Umbria da sempre, piccola regione senza spiagge, soggetta alle tempeste di terra meno passeggere di quelle di mare, si presta ad essere come un laboratorio in cui osservare fenomeni locali che possono essere spia di fenomeni più generali. Vediamo perciò se ciò che il civismo ha seminato in questi anni può ora tradursi in una aggregazione di forze capaci di indicare una pista per l’Umbria e magari più in generale per il Paese. E chissà che poi, su quest’onda, non si trovi anche qualche nuova ragione per un rinnovato dialogo nazionale che porti nella stessa direzione.

Leggo ora che Andrea Graziosi sul Foglio dichiara la morte del riformismo. Mi ricorda la dichiarazione di morte del socialismo di Benedetto Croce all’inizio del Novecento: “Il socialismo? Credo sia morto” (intervista a La Voce, 1911), dopodiché sappiamo come è andata. Leggo e apprezzo sempre Andrea Graziosi. L’articolo va letto tutto e si capirà di quale complessa esperienza politica sta parlando.

Soprattutto, non è un articolo senza speranza. Infatti la conclusione, mentre non indica ovviamente soluzioni alla crisi, propone tuttavia tre condizioni di riflessione per un rilancio di qualcosa che possa rilanciare la speranza di un cambiamento non effimero per preservare rinnovandole le conquiste di civiltà dell’Occidente: guardare in faccia la realtà, essere credibili, indicare una scala di priorità con azioni fattibili. Ma di questo occorrerà finalmente discutere sul serio.


NUOVE USCITE HERAION

IN LIBRERIA

E-BOOKS


TAGS DEL MAGAZINE

alimentazione (32) ambiente (37) america (33) arte (79) cinema (65) civismo (67) cultura (437) democrazia (66) economia (140) elezioni (74) europa (131) fascismo (41) filosofia (43) formazione (38) geopolitica (32) giovani (39) guerra (134) intelligenza artificiale (52) israele (35) italia (88) lavoro (59) letteratura (72) mario pacelli (32) media (80) medio oriente (32) memoria (41) milano (36) musica (195) pianoforte (38) podcast (36) politica (642) potere (263) rai (35) religione (34) roma (33) russia (42) salute (77) scuola (42) seconda guerra mondiale (61) sinistra (33) società (594) stefano rolando (32) storia (90) teatro (51) tecnologia (41) televisione (51) tradizione (34) trump (58) ucraina (46) USA (49)



ULTIMI ARTICOLI PUBBLICATI