L’alienazione nella società della prestazione
di Riccardo Piroddi
Alla fine del XVIII secolo, il mondo occidentale fu travolto da una trasformazione epocale, che cambiò radicalmente la società: la rivoluzione industriale. L’economia, fino ad allora fondata su un modello agricolo e artigianale, si ristrutturò attorno alla produzione meccanizzata, alle fabbriche, alla logica del profitto e all’espansione dei mercati. Non fu soltanto un cambiamento tecnologico e produttivo: fu una vera frattura culturale, sociale e filosofica, che segnò l’ingresso definitivo nella modernità.
Con l’avvento dell’industria e del capitalismo moderno, sorsero nuove forme di organizzazione del lavoro e nuove classi sociali. Il lavoratore agricolo divenne operaio, la bottega fu sostituita dalla catena di montaggio, la famiglia patriarcale si scontrò con i ritmi disumanizzanti del lavoro urbano. Le disuguaglianze si acuirono, la ricchezza si concentrò e le tensioni tra capitale e lavoro emersero quale uno dei nodi centrali del nuovo ordine. La società non era più regolata da rapporti di tradizione, consuetudine o religione, ma da leggi economiche impersonali, dalla concorrenza e dalla logica dell’efficienza.
In questo scenario totalmente nuovo, si fece strada l’esigenza di comprenderne il significato profondo. Cosa stava diventando l’uomo, ora ridotto spesso a ingranaggio della macchina produttiva? Qual era il sistema interno del capitalismo? Era una forza di progresso o un meccanismo di sfruttamento? Come si ristrutturavano i rapporti tra le classi sociali, tra Stato ed economia, tra individuo e collettività?
A questi interrogativi cercarono di rispondere alcune delle menti più brillanti dell’epoca: Adam Smith, con la sua fiducia nel libero mercato come motore dell’arricchimento collettivo; Karl Marx e Friedrich Engels, con la loro critica radicale del capitalismo e la teoria del conflitto tra classi; Max Weber, con la sua analisi lucida dei legami tra etica, razionalizzazione e spirito del capitalismo. Sebbene partissero da presupposti diversi, tutti questi autori condivisero un’urgenza: decifrare le dinamiche profonde del nuovo mondo che stava emergendo sotto i loro occhi.
Smith fu il primo a fornire una visione sistematica del nuovo ordine economico. Scrivendo nel momento in cui l’industrializzazione si avviava, intuì che la divisione del lavoro e il libero scambio avrebbero potuto generare una crescita senza precedenti. La sua “mano invisibile” era un tentativo di razionalizzare l’equilibrio possibile tra interesse individuale e benessere collettivo. Smith credeva nel mercato come forza regolatrice, ma non ignorava i rischi morali e sociali che la nuova economia avrebbe potuto comportare, proponendo l’istruzione come argine contro la degradazione del lavoratore.
Marx ed Engels, qualche decennio più tardi, diedero, invece, una lettura completamente opposta: l’industrializzazione non aveva prodotto armonia, ma conflitto tra capitalisti e operai, tra profitto e dignità, tra innovazione e alienazione. Il loro approccio storico-materialista individuava nelle contraddizioni del capitalismo industriale le radici del cambiamento sociale. Marx vide nella rivoluzione industriale una forza dirompente, capace di demolire il mondo feudale, seppure, però, destinata a implodere sotto il peso delle sue stesse ingiustizie. Engels, dal canto suo, con la concretezza dell’osservatore sul campo, documentò con rigore le condizioni miserevoli della classe operaia, fornendo la base empirica alla critica marxista.
Max Weber, infine, non si limitò ad analizzare il capitalismo come sistema economico, tentando piuttosto di comprenderne lo spirito, la logica interna, le radici culturali. Colse il legame tra razionalizzazione produttiva ed etica, mettendo in luce come motivazioni religiose potessero trasformarsi in comportamenti economici. Il suo sguardo fu disincantato: riteneva il progresso tecnico e l’efficienza organizzativa nuove forme di dominio, impersonali e inevitabili, che minacciavano la libertà individuale.
I quattro pensatori, pertanto, pur partendo da prospettive molto diverse, cercarono ciascuno di rispondere alla stessa, fondamentale domanda: che cosa stesse succedendo al mondo con l’avvento dell’industria. Furono, in fondo, interpreti della stessa frattura epocale: l’irruzione della modernità industriale, che trasformò l’economia in scienza, il lavoro in merce, il tempo in risorsa produttiva e la società in campo di battaglia ideologico. I loro tentativi di spiegare il cambiamento non sono solo pagine di storia del pensiero, quanto strumenti ancora oggi indispensabili per capire il presente.
Se, dunque, la rivoluzione industriale segnò l’ingresso nella modernità attraverso la nascita della fabbrica e la meccanizzazione del lavoro, oggi, assistiamo a una nuova, più sottile trasformazione: la digitalizzazione del tempo e la dissoluzione dei confini tra vita e lavoro. Il passaggio dal ferro al silicio non ha cancellato le logiche di sfruttamento, le ha rese più pervasive, più difficili da individuare. Il tempo non è ormai suddiviso tra lavoro e riposo, tra produzione e svago: tutto è assorbito, misurato, ottimizzato. La connessione costante – smartphone, piattaforme, notifiche – trasforma ogni momento in una potenziale occasione produttiva. Il lavoro invade lo spazio privato, soggioga la mente, si insinua nel corpo.
A questo proposito, le analisi di Marx sull’alienazione, seppure nate nel cuore dell’Ottocento industriale, mantengono una sorprendente attualità, proprio perché aiutano a comprendere i meccanismi che regolano anche il capitalismo contemporaneo. L’alienazione non si è esaurita con la catena di montaggio: ha cambiato forma. L’operaio ottocentesco era alienato dal prodotto e dal processo, cioè separato dal senso del proprio agire e dalla proprietà del frutto del proprio lavoro. Il lavoratore del XXI secolo è, invece, alienato dal tempo, da sé, dal proprio desiderio di libertà. È prigioniero della prestazione continua, in cui anche i momenti per sé diventano funzionali alla produttività – aggiornamenti, autoformazione, personal branding.
È in questo passaggio – dalla fabbrica alla prestazione permanente, dalla coscienza di classe all’isolamento competitivo – che si gioca la nuova forma di sfruttamento.
Marx aveva individuato nell’alienazione una delle condizioni strutturali del capitalismo industriale. L’attività lavorativa, invece di rappresentare un mezzo per la realizzazione dell’operaio, si trasformava in uno strumento di sopravvivenza, che lo separava da sé stesso, dagli altri uomini e dalla propria essenza umana. Tuttavia, per quanto oppresso, non era solo. La sua condizione era condivisa da milioni di altri lavoratori, uniti da orari comuni, spazi fisici condivisi e una posizione economica e politica chiaramente riconoscibile. La coscienza di classe nasceva proprio da questa esperienza collettiva di espropriazione. L’alienazione era brutale, ma visibile e condivisa. E generava risposte: sindacati, scioperi, teorie e lotte rivoluzionarie. Il tempo dell’operaio era un tempo rubato, ma comunque delimitato. Lavorava per vivere e quando smetteva di lavorare, tornava a essere sé stesso – o, almeno, tentava di farlo.
Oggi, l’alienazione non è scomparsa, ha solo cambiato forma. Non si annida più (o non soltanto) nel gesto meccanico e ripetitivo, piuttosto nella relazione pervasiva e ansiogena tra il lavoratore e il tempo. Il capitalismo contemporaneo ha colonizzato ogni interstizio della giornata, dissolvendo i confini tra lavoro e vita privata, tra tempo produttivo e tempo “libero”. Il lavoro non finisce più con il suono della sirena: segue a casa, rincorre sul telefonino, attende sulla scrivania, anche di notte.
Il lavoro da remoto ne è un esempio emblematico. Sviluppatosi in maniera decisiva quale risposta emergenziale alla pandemia, è diventato ormai norma per milioni di persone. Apparentemente flessibile, ha trasformato il soggiorno in ufficio, la camera da letto in sala riunioni, il tempo personale in disponibilità permanente. Il controllo non è più esercitato dall’alto ma dall’interno: è il lavoratore stesso che si auto-impone la connessione costante, che si misura, si valuta, si ottimizza. La pressione non viene più dal sorvegliante esterno ma da una cultura della performance interiorizzata fino al midollo.
Il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han ha definito questa nuova forma di alienazione come “auto-sfruttamento”, tipico della “società della prestazione”. Nella modernità avanzata, l’individuo non subisce più un potere esterno che lo costringe a produrre; è egli stesso che si spinge a produrre sempre di più, in nome della libertà, dell’autonomia, della realizzazione personale. Tale libertà, però, è ingannevole: si traduce, infatti, in una trappola invisibile, che alimenta l’ansia da risultato, la competizione perenne e una solitudine strutturale.
Jonathan Crary, in 24/7: Late Capitalism and the End of Sleep, ha osservato che il capitalismo digitale contemporaneo è fondato sull’abolizione del limite. Se una volta la notte, il riposo e l’inattività costituivano un confine invalicabile per il ciclo produttivo, oggi il lavoro punta a erodere anche queste sacche di resistenza. Le notifiche arrivano di notte, i server non dormono mai e i lavoratori restano in uno stato di vigilanza cronica, pronti a rispondere, aggiornare, produrre contenuti, difendere la propria “rilevanza”.
L’alienazione contemporanea, quindi, ha mutato forma. Non si presenta più sotto le sembianze brutali dell’oppressione visibile o dello sfruttamento industriale. È diventata liquida, capillare, sottile. Si insinua nei ritmi della vita quotidiana, nelle abitudini, nei modi di pensare. E al centro di questa nuova forma di alienazione c’è il tempo: il tempo umano, il tempo vissuto, il tempo come dimensione primaria dell’esistenza.
Per comprendere la portata di questa mutazione, occorre partire da un dato fondamentale: l’essere umano è un essere temporale. Non solo vive nel tempo, ma è costituito dal tempo. La sua identità si costruisce attraverso la memoria (il passato), il desiderio (il futuro), l’attenzione (il presente). Ogni gesto, ogni scelta, ogni progetto personale o collettivo è inscritto in questa struttura temporale. Ma oggi, questa struttura è stata deformata!
Nel mondo contemporaneo il tempo è stato strappato alla sua densità esistenziale e trasformato in un bene economico. È diventato una risorsa, una moneta, un indicatore di efficienza. È gestito, venduto, contabilizzato. Ogni secondo deve avere uno scopo, ogni minuto una funzione, ogni giornata una produttività misurabile. Il tempo non è più abitato: è colonizzato.
Nel processo di modernizzazione, il tempo ha subìto una duplice torsione. La prima è stata l’astrazione: il passaggio da un tempo qualitativo – scandito dai ritmi naturali, dalle relazioni umane, dalle stagioni della vita – a un tempo quantitativo, frazionato, anonimo. La seconda è stata l’accelerazione: la progressiva compressione del tempo sotto la spinta delle tecnologie, dei mercati, della competizione globale. Il risultato è un tempo piatto, uniforme, continuo e, soprattutto, privo di senso. Un tempo che scorre e che non lascia traccia.
Questa trasformazione ha avuto un impatto devastante sul lavoro. Il lavoro è sempre stato una forma attraverso cui l’uomo si rapporta al tempo: è durata, sforzo, attesa, trasformazione. Nella società iper-produttiva, invece, il lavoro non risponde più a una logica di costruzione e di significato. È diventato prestazione. Si lavora per mantenere la posizione, per non essere esclusi, per “farcela”. Il senso è stato sostituito dall’efficienza. Il lavoro non emancipa più: consuma.
La gig economy è l’emblema di questa mutazione. Lavoratori senza orari, però mai liberi. Senza capi diretti, però sotto il controllo onnipresente degli algoritmi. Apparentemente autonomi, però interamente dipendenti da sistemi che decidono in modo opaco il loro reddito, la loro vita, il loro futuro. I rider o i freelance, ad esempio, non hanno orari rigidi ma nemmeno un tempo libero reale. Sono sempre “potenzialmente al lavoro”. Il confine tra vita e lavoro è dissolto. Ogni momento può essere monetizzato: un clic in più, un servizio in più, una corsa in più, una consegna in più. Non si smette mai davvero. E quando si è “liberi”, si vive nell’ansia di non guadagnare, di perdere opportunità. La libertà formale si rovescia in prigionia effettiva: non ci sono padroni: ci sono algoritmi. Il tempo, qui, è doppio prigioniero: non è solo tempo venduto, ma altresì tempo vigilato, misurato, convertito in punteggi, valutazioni, ranking, penalità invisibili.
Il dramma è che questa alienazione non è percepita come tale. Non c’è più un nemico visibile: non c’è la fabbrica, non c’è il cartellino, non c’è il capoturno. C’è solo la pressione diffusa di dover essere sempre all’altezza. Il lavoratore contemporaneo non si sente sfruttato ma inadeguato. Non accusa il sistema, accusa sé stesso. E, così, il tempo diventa colpa: se non si produce, se non si risponde subito, se non si è sempre connessi si sta fallendo.
Tale dinamica ha effetti anche sul piano dell’identità. Si è spinti a performare un sé costante, a presentare un’immagine coerente, vendibile, accattivante. E nel farlo, ci si allontana da sé stessi. L’alienazione non separa più solo dal prodotto del proprio lavoro, quanto da ciò che si è nel profondo. Divide tra l’identità che si vorrebbe vivere e quella che si è costretti a recitare.
Questa non è, però, solo una questione individuale. È scomparsa anche la dimensione collettiva del tempo. Il tempo del lavoratore industriale era duro e oppressivo, ma era condiviso. C’erano turni, pause, momenti, tutti collettivi. C’era la possibilità di riconoscersi in una condizione comune, in un destino partecipato. Oggi, il tempo è stato frammentato. Ognuno è nel proprio fuso orario personale, nella propria bolla produttiva. La società ha promosso un individualismo competitivo che ha spezzato i legami. La solitudine è diventata struttura sociale. L’alienazione non produce più coscienza di classe: produce isolamento.
In tutto questo, quindi, è anche sparita la classe. Non perché siano scomparse le diseguaglianze – che, anzi, si sono moltiplicate, stratificate, radicate in ogni ambito della vita – ma perché è venuto meno il senso di appartenenza a una condizione comune. Non esiste più un “noi” riconoscibile, un’identità generale che permetta di leggere la propria condizione come parte di un’esperienza condivisa. La parola “classe” è diventata anacronistica, quasi imbarazzante. Non si usa più, se non in contesti accademici o nostalgici. Eppure, le dinamiche di sfruttamento, subordinazione, esclusione non si sono dissolte: hanno soltanto cambiato forma, linguaggio, maschera.
La società contemporanea ha disattivato i legami solidali che un tempo tenevano insieme gruppi sociali, comunità, territori. Ha promosso l’individualismo competitivo come unico orizzonte possibile. Si è tutti imprenditori di sé stessi, brand in perenne autopromozione, piccoli manager della propria esistenza precaria. Il lavoro non è più un luogo di socialità e identità comune, quanto una performance da ottimizzare, un palcoscenico dove recitare una narrazione vincente. L’identità lavorativa è diventata un affare personale, scollegato da ogni dimensione collettiva, priva di riferimenti comuni. Nessuno è più un lavoratore in senso politico o culturale: si è collaboratori, stagisti, startupper, creativi, partite IVA. Parti, etichette fluide, tutte rigorosamente individuali.
E in questo contesto, la solitudine non è un effetto collaterale: è il risultato di un disegno preciso, la condizione ottimale per un controllo efficace. È una solitudine di massa, standardizzata, distribuita democraticamente, nonostante sia vissuta come esperienza individuale. L’alienazione, che in passato poteva generare conflitto, opposizione, coscienza politica, oggi non produce più nulla, se non isolamento e senso di colpa. Il lavoratore non si riconosce come parte di una classe sfruttata e spesso interiorizza il proprio sfruttamento come fallimento personale. Non si sente vittima di un sistema ingiusto, quanto piuttosto colpevole di non essere abbastanza produttivo, flessibile, performante.
Il passaggio è drammatico: mentre l’operaio marxiano sapeva di essere sfruttato e sapeva da chi – il padrone, il capitalista, il sistema – il lavoratore postmoderno non ha più nemmeno gli strumenti per “nominare” il proprio sfruttamento. È confuso, disorientato. Pensa che tutto dipenda da lui, dalla sua motivazione, dalla sua resilienza, dalla sua capacità di adattamento. La logica neoliberale ha vinto le coscienze: ha trasformato le persone in aziende, le relazioni in networking, le difficoltà in “sfide di crescita”. La colpa non è mai del sistema: è propria, se non si riesce, se si è infelice, se si è povero.
La più grande vittoria del capitalismo contemporaneo non è aver eliminato le classi: è aver cancellato la coscienza di classe. Aver fatto credere a chi sta in basso di essere un fallimento, non parte di un gruppo. Aver convinto milioni di persone che non esiste un nemico esterno, che tutto è una questione di mindset. Così, mentre le diseguaglianze aumentano, i diritti si erodono, i salari stagnano, la rabbia non si trasforma in lotta ma in ansia, burnout, depressione. Il conflitto si è spostato dentro gli individui e la classe – quella che detiene mezzi e potere – può continuare a dominare indisturbata, proprio perché nessuno la nomina più.
Da qui nasce il paradosso più inquietante: più si è connessi, più si è soli; più si è produttivi, meno ci si sente vivi. Il tempo del capitalismo cognitivo non è solo un tempo di sfruttamento: è un tempo disumano. Perché non lascia spazio al silenzio, all’ozio, alla lentezza, all’incontro, al senso, dimensioni che rendono umano il tempo.
Per questo è necessario capire come l’alienazione si sia evoluta, come abbia cambiato forma, pur mantenendo intatta la sua sostanza. Laddove un tempo era evidente nei pesanti ritmi della fabbrica o nella ripetitività del lavoro manuale, oggi si mimetizza dietro la promessa della flessibilità, dell’autorealizzazione, della produttività a ogni costo. L’alienazione non è scomparsa: ha solo indossato abiti più sofisticati.
Solo riconoscendo le nuove maschere del potere – più subdole, più intime, spesso interiorizzate – è possibile iniziare a immaginare e, poi, costruire, alternative. Il nemico non è più solo la macchina, l’automazione, il sistema tecnico-industriale. È il meccanismo culturale e sociale che spinge a identificarsi completamente con la propria funzione produttiva, che misura in base alla propria efficienza, alla propria capacità di performare, di essere utili, visibili, monetizzabili.
In questa nuova era, liberarsi significa ricostruire legami non mediati dall’utile o dal profitto, relazioni che abbiano senso al di là della performance. Significa riaprire lo spazio del desiderio e del possibile, sottrarre almeno una parte della vita all’imperativo della produttività, non per abbandonare ogni impegno, ma per riscoprire un altro modo di essere, di pensare, di stare al mondo, un modo che non riduca l’esistenza a una somma di compiti, ma che restituisca dignità all’inutile, al gratuito, all’imprevisto. Significa, soprattutto, riprendersi il tempo – un tempo che non sia solo quello scandito dagli obiettivi, dalle scadenze, dai risultati. Ecco perché è più che mai urgente ripensare radicalmente il rapporto dell’uomo con il tempo.
Serve un nuovo lessico, capace di nominare questa fatica diffusa, quest’ansia strutturale, questa perdita di orizzonte. Serve riconoscere che non esiste libertà senza tempo proprio. Non esiste identità che possa sopravvivere a lungo dentro un tempo che non lascia respiro.
Ritrovare il tempo è ritrovare l’umano. È affermare che non tutto deve servire a qualcosa, che ci sono spazi che contano perché sono gratuiti, lenti, improduttivi. È riprendersi il diritto di fermarsi, annoiarsi, contemplare, ascoltare. È, soprattutto, mettere in chiaro che il lavoro è solo una parte della vita, non il metro con cui misurare chi si è.
Solo in un tempo liberato dall’imperativo della produttività si può tornare a immaginare alternative. È da lì che può nascere una nuova coscienza collettiva. Una coscienza che non si costruisce in opposizione a un nemico visibile, ma nella ricostruzione paziente di un tempo condiviso, in cui la vita possa tornare ad avere senso. Un tempo per essere, non solo per fare.












