di Salvatore Sechi
Nella storiografia sul Pci esiste un grande, micidiale silenzio. Chiamiamolo pure un vuoto macroscopico.
Nessuna delle generazioni alternatisi, dopo il 1945, nei gruppi dirigenti e tra gli stessi responsabili delle Fondazioni Gramsci (sparse in diverse città italiane, da Bologna, a Firenze, a Torino, a Bari) ha pensato di doverlo segnalare. Tanto meno ha cercato di spiegarlo.
Qual è stata la portata, e quindi l’influenza, dello stalinismo?
E’ stato un fenomeno politico esistito nel Pci o si tratta di una infatuazione ascrivibile ai (trinariciuti) comunisti dell’Unione sovietica e del cd Patto di Varsavia?
Esistono testimonianze, soprattutto in biografie personali e indirette, locali, di quel che lo stalinismo è stato. Ma in generale formulare questo tema di ricerca ai comunisti assomiglia a porre domande che hanno, ai loro occhi di inguaribili post-sovietici, il valore di quisquilie, insomma bagatelle.
Pertanto, i curatori – di ascendenza Pci – della “grande“ storia non hanno motivo di occuparsene. E non manca il sospetto che chi intende farlo possa essere qualche anti-comunisti, anzi una varietà trogloditica di essi.
Non esistono studi, e non sono programmati per il futuro ricerche su personaggi, culture, politiche, senso comune sulla long durèe dello stalinismo. Né a Bologna, né più estesamente in Emilia Ro magna o sullo stesso territorio nazionale.
Il Pci non ha mai pensato valesse la pena di occuparsene. Tantomeno i sopravvissuti al suo micidiale naufragio.
Nasce il dubbio che l’argomento sia un’invenzione, la solita, di quei guastafeste dei socialisti (soprattutto l’incontentabile e incontenibile gens craxiana).O di storici che in qualche caso avrebbero platealmente tradito, anzi profanato, il loro mestiere.
Per esempio un tipaccio come Franco Andreucci. E’ sicuramente un toscano come il suo maestro Ernesto Ragionieri, ma anche uno degli studiosi più originali del Pci.[1]
Si mise a divulgare dalle onde televisive un telegramma in cui Togliatti non si faceva scrupolo di apprezzare la violenza sterminatrice dell’esercito russo contro i soldati italiani man dati a profanare la patria del socialismo.[2] Gli si riversarono con tro i suoi compagni pià stretti. Fino a far balenare l’opportunità di privarlo dell’insegnamento universitario.
Un’ampia saggistica storico-politica da decenni ama, invece, informarci sulle divisioni all’interno del Pci. Hanno riguardato le persone, i leaders (Togliatti e Secchia, Amendola e Ingrao, Il Manifesto ecc.). Al massimo l’opzione tra via sovietica e via cinese al dispotismo cd socialista.
Ma anche queste classifiche si sono venute impoverendo fino a ridursi a micro-sette come i cd “miglioristi”, i “berlingueriani” ecc.
In Emilia Romagna la storia dei comunisti è ancora più complicata. Diciamo pure che resta incomprensibile senza un richiamo, e un bilancio dei conti-sul terreno storico e politico- col riformismo socialista emiliano (e più in generale con tutte le sue sfaccettature). Da Camillo Prampolini ad Andrea Costa.
Berlinguer, al pari di Togliatti, e a differenza di Massimo D’Alema, prospettando una “terza via” tra comunismo e social-democrazia è stato implacabile nel negare che quest’ultima avesse vinto storicamente la competizione col Comintern e col Cominform. Pertanto, la scissione del 1921 non sarebbe stato quel che invece, secondo lo stesso Gramsci, fu. Vale a dire un tragico. gravissimo errore.
E’ la ragione per cui i compagni soprattutto della Emilia Romagna hanno amato discettare su un’in digena “diversità positiva” del loro partito. Ben altro, dunque, che stalinismo, questa cucina simil-storio grafica da poveri!
“Diversità positiva” è rimasta, però, uno slogan letterario vago, ammiccante. Ci si è guardati bene dal differenziarlo dal riformismo socialista.
Giovani storici e giornalisti non sanno che pesci pigliare. Esattamente come gli intestatari di centri e centrini di ricerca (finora di provata clandestinità) dedicati a Guido Fanti e Renato Zangheri che ora sbocciano come incredibili fiori di serra.
In questi giorni, con la locale Fondazione Antonio Gramsci, hanno inteso celebrare i centenari dei due ex sindaci di Bologna. Ne sono sortiti festoni e saggi (soi-diçant tali)
Assomigliano, a dire il vero, a esercizi per più laute adulazioni. A stamparli è un editore che ama curare le glorie felsinee e il “continuismo” (Pendragon).
In città a esibire i loro momenti biografici più significati vi è una fiera museale allestita presso la Sala Borsa. Si capisce da lontano un miglio che è l’opera di qualche vecchio collaboratore di Zangheri ed ex dirigente (per mano di Renzo Imbeni) di partito. Ma anche una conferma che è duro, anzi insopportabile, rassegnarsi all’oscurità che fa seguito all’andare in pensione. Anche, e direi soprattutto, per dei professori di storia della filosofia.
Come sintetizzare e affidare al futuro dei posteri la memo ria di Zangheri? Si è trovata una sintesi: “Compagno Professore” e “A misura d’uomo”.
Gesù, fate luce. Non significano niente. Sono delle effigi anodine anche politicamente.
Come Guido Fanti, anche Renato Zangheri si è formato tra guerra e dopoguerra. Alle soglie e poi nel corpo di un partito che si era identificato nel regime politico (meglio: nel sistema di potere) e nei successi militari di un despota come Stalin. L’intera organizzazione politica del Pci fu modellata sul Pcus. Il primato dell’ideologia da contrapporre alla social-democrazia e al liberalismo fu lo scrigno del marxismo-leninismo.
Per gli iscritti non era proprio un sorso d’acqua con cui
umettarsi le labbra, ma un elisir di lunga vita.
Un obbligo prescrittivo con cui cercare di contrastare l’imperialismo degli Stati Uniti, del Regno Unito, della Francia e più in generale dei paesi dell’Europa occidentale. E un vero e proprio “soccorso rosso” arrecato a sostegno dei paesi dell’Europa orientale dall’Armata rossa, dai servizi segreti civili e mili tari dell’Urss, per scrollarsi di dosso le vecchie autonomie ed entrare a far parte dei paesi aderenti al Patto di Varsavia.
Rimpatriato dall’Unione sovietica, il compagno Dozza non era stato secondo a nessuno nell’ispirare il modo di essere sul piano organizzativo, il richiamo imperioso ai valori ideali, la propaganda spicciola del partito e del municipio (di cui divenne primo cittadino) a quanto aveva appreso nel lungo esilio in Unione sovietica.
Secondo un giornalismo che una volta si chiama va di regime, un principe come Marco Marozzi (l’altro ieri sulle pagine locali del Corriere della Sera) e un giovane di primo pelo, Luca Sancini (sulle pagine locali de la Repubblica) hanno presentato Zangheri come un signore elegante, dai molti (e sfortunati ) amori, patrocinatore dei nuovi movimenti sociali e dei loro diritti.
A Fanti si deve la cd “democrazia dal basso”, ossia le circo scrizioni di decentramento (meglio note, e amplificate, come Consigli di quartiere). Purtroppo il tema più dibattuto è risultato essere non le sconce condizioni dei marciapiedi cittadini, ma gli schieramenti di politica estera del Pci.
Al suo rivale Zangheri l’istituzione degli asili nidi e dei consultori. Furono ripresi non da Mosca, Budapest, Praga o Sofia, ma da Oslo e Copenhagen.
Lo storico economico non si trattenne nello sdilinquirsi an che nell’abolire il prezzo del trasporto pubblico. In punta di costituzione, ne fece trarre profitto anche per chi aveva alti redditi. L’innovazione-capolavoro dalla gratuità di tram e autobus durò l’espace d’un matin. Demolita nell’aborto di bilanci ristretti e difficili da espandere anche favore dei poveri (e dei ricchi).
Ma tredici anni di governo dell’amministrazione di Bologna non si possono svilire così. Imitare la socialdemocrazia svedese e norvegese nell’assistenza sanitaria non è uno sbadiglio. Basta chiederlo a milioni di donne. Non solo emiliane.
Zangheri-dice l’odierna macchina di famuli, incensatori, apologeti, imitatori (come il leporino “ciarla continua” crocifisso dai giudici sul limite dei 30 km all’ora)-appartiene alla grande storia. Nazionale e internazionale, non scherziamo. Diamo uno sguardo anche noi all’anno 1977.
Nella zona universitaria di Bologna finita ostaggio di giovani arrabbiati e di gruppi di professionisti della sopraffazione e dello sfascio, il sindaco di origini romagnole diede il meglio (o il peggio?) di sé. Sfollagente e carri armati.
E’ storia documentata-dalla stessa Fondazione Gramsci felsi neanche in quel fatidico anno il dirigente comunista “a mi sura d’uomo” non si oppose, anzi invocò dal ministro dell’Interno Cossiga l’intervento di polizia ed esercito per snidare e ripulire la zona universitaria dalle orde estremiste.
L’area centrale della città fu messa a ferro e a fuoco. Gli iscritti alla Suc (sezione universitaria comunista) furono costretti a sostare fino a tardi a difesa dei cimeli partigiani in piazza Maggiore. Bisognava saper fronteggiare squadracce di neo-fascisti che, secondo la vulgata del partito, si sarebbero impadroniti della testa del movimento studentesco.
Non era mai successo prima, e non succederà ne anche dopo, che un sindaco\Compagno Professore proclamasse il diritto dei corpi armati di trattare come un problema di ordine pubblico le manifestazioni anche aggressive di gruppi di studenti.
Ai giornalisti Marco Marozzi e Sancini, questo,è un brutto episodio che non risulta. In questi cronisti persiste il dubbio che si sia trattato di un eccesso di uno scatto, un surplus di autoritarismo del “compagno professore”.
C’è da chiedersi se si tratti dello stesso Zangheri. Quello, cioè, che di fronte alla città di Praga invasa dall’Armata rossa sovietica si produsse in una storica sentenza. Proclamò “eroe negativo” Janos Palach.
Era uno studente universitario che si era dato pubblicamente fuoco in piazza San Venceslao. Un atto tragico e definitivo di addio alla vita. Il segno di un’inenarrabile disperazione.
Contro l’aggressione e la violenza dei carri armati di uno stato di indomabile tirannia come l’Urss, questo ragazzo aveva scoperto di non avere alcun mezzo da opporre.
Invece il sindaco felsineo “a misura d’uomo” ebbe l’ardire di invitarlo a non sbagliare. Cioè a non darsi la morte, ma a restare nel partito e lottare al suo interno per liberalizzarlo.
Era lo stalinismo che tornava in pompa magna, come avrebbe fatto tre anni fa in Ucraina. Contrastarlo con mezzi pacifici, come proponeva Zangheri, era un’impresa mai vista in un paese comunista.
Il “Compagno Professore” compi la falsificazione di far credere ai suoi elettori e suoi compaesani che il comunismo non era una mummia di marmo, ma un corpaccio a suo avviso riformabile. E cercò di convincerne una povera vittima come Janos Palach.
O si deve parlare, invece, di un allucinante esercizio di neo-stalinismo?
Tra i comunisti emiliani questa è una sponda ancora viva. Basta dare una scorsa al blog di Fausto Anderlini. Grazie all’intercessione di un cronista (indipendente: molto? poco? astratti?) come Marozzi, il dirigente dell’ufficio statistica della Provincia di Bologna, anni fa ha potuto celebrare sulle pagine locali del quotidiano la Repubblica le nuove assise del PCI.
Partito-piglia-tutto, chiave di volta del passato-presente e futuro. Diciamo pure unto del Signore e redentore degli oppressi e degli esclusi.
Oggi il blog di Anderlini è in prima fila nel tessere le lodi sperticate di Lenin(rispetto a quella calzetta sdrucita di Max Weber) e dello stesso criminale di guerra internazionale Putin.
Di quest’ultimo l’intellettuale comunista condivide l’idea che, sterminando gli ucraini, Mosca combatterebbe l’esistenza tra Kiev e Odessa di grandi sacche di persistente nazismo!
Ma Anderlini ha saputo fornire una testimonianza esemplare anche su Zangheri. Ha voluto puntualizzare che la sua misura nel parlare (della tesi di laurea con lui sostenuta) non era banale risparmio di parole, ma il segno plastico della straordinaria grandezza del Professore.
Dunque la strada è aperta perché la mitizzazione, con la creazione di eroi “rossi” – dopo quelli “neri” accreditati dal fascismo – diventi moneta, e acqua, corrente.
Il lecca-lecca è una virtù impareggiabile. Non più un ristoro per la bocca secca.
[1] I suoi scritti Franco Andreucci, Falce e Martello. Identità e linguaggi dei comunisti italiani fra stalinismo e guerra fredda, Bologna, Bononia University Press, 2005, e Id, Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del Pci 1921-1991, Pisa, Della Porta editori, 2014, 467 pp.
[2] Togliatti: “Non trovo nulla da dire se molti moriranno”. La “LETTERA” di PALMIRO TOGLIATTI a Vincenzo Bianco sulla IV^ Divisione Alpina Cuneense impegnata nella Campagna di Russia Nel 1992, qualche anno dopo l’apertura degli Archivi di Mosca, lo storico Franco Andreucci ritrova una lettera scritta da Palmiro Togliatti (alias “Ercoli”) il 15 febbraio 1943 a Vincenzo Bianco (allora funzionario del Komintern responsabile a Mosca per il Pci per il lavoro con i prigionieri di guerra.). Nella lettera, suddivisa in vari capitoli, Togliatti risponde alle varie questioni politiche sollevate dal Bianco. Al terzo capitolo della lettera, ove Bianco chiedeva a Togliatti di fare qualcosa per i tanti prigionieri italiani nei Gulag russi, la risposta di Togliatti è “agghiacciante”: “La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso l’Unione Sovietica, è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica però, se un buon numero di prigionieri morirà in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire. Anzi. E ti spiego il perché. Non c’è dubbio che il popolo italiano è stato avvelenato dalla ideologia imperialistica e brigantesca del fascismo. Non nella stessa misura che il popolo tedesco, ma in misura considerevole. Il veleno è penetrato tra i contadini, gli operai, non parliamo della piccola borghesia e degli intellettuali, è penetrato nel popolo, insomma. Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, è il più efficace degli antidoti… E’ difficile, anzi impossibile, distinguere in un popolo chi è responsabile di una politica, da chi non lo è, soprattutto quando non si vede nel popolo una lotta aperta contro la politica delle classi dirigenti. T’ho già detto: io non sostengo affatto che i prigionieri si debbano sopprimere, tanto più che possiamo servircene per ottenere certi risultati in un altro modo; ma nelle durezze oggettive che possono provocare la fine di molti di loro, non riesco a vedere altro che la concreta espressione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la storia” Palmiro Togliatti












