SOCIAL AL “CAPOLINEA” E POTERE DELLA TECHNE ?

Da dialogo e condivisione del Web alle deviazioni e manipolazioni politiche fino all’affair Telegram e arresto di Durov a Parigi. E’ la guerra tra democrazia e tecnocrazia

1 – Lo scenario e la contingenza per un web “non indipendente” ?

I social (con molte big tech) sono involuti verso una sostanziale “tossicità di massa” dopo una iniziale partecipazione e motivazione evoluzionistica che sembravano porli in senso “strumentale” a capo di una rivoluzione democratica di dialogo e condivisione nell’indipendenza del web. Così non è stato sia per la concentrazione economica che hanno mostrato negli ultimi 25 anni a basso tasso di innovazione e scarsa trasparenza nei metodi e algoritmi di gestione delle informazioni e sia per le deviazioni sulle modalità di diffusione e sui contenuti delle informazioni stesse per soggetti a rischio come minori o disabili e relative istigazioni all’odio razziale o all’antisemitismo da una parte e – dall’altra – a favore di lobbies politiche affaristiche e criminali tese ad occultare informazioni con un basso tasso di trasparenza e correttezza istituzionale. Sostanzialmente allergici a qualsiasi “regolazione” all’insegna del “free speech”.

Questo è tutto ciò che ha rappresentato Telegram (1 miliardo di account) dalla sua nascita ad oggi spesso in patente violazione delle regole etiche e democratiche dominanti per uno stato di diritto e peraltro in dubbi e oscuri intrecci con la politica, soprattutto dei cosiddetti “paesi canaglia” (Russia, Iran, Yemen, Corea del Nord, ma anche Ungheria in Europa). Il rifiuto di Telegram di rispondere alle regole imposte dalla UE in tema di protezione dei minori e trasparenza ha condotto al fermo parigino dell’amministratore come suo “architetto” (assieme al fratello geniale ma rimasto in Russia), il russo Pavel Durov. Che sembrerebbe essersi “consegnato” alla giustizia francese per “proteggersi” da pressioni ben più invasive da parte russa per il controllo di Telegram che nasconde anche segreti militari? Che dunque per la conduzione di Telegram non è estraneo a rapporti oscuri con i governi “canaglia” e di quello russo in particolare oltre che all’Iran e delle autocrazie del mondo arabo, né all’oscurità dei suoi protocolli crittografia ben protetti a Dubai. È la prima volta che il “grande capo” di una piattaforma globale viene fermato e con accuse di responsabilità penale personale per i contenuti illeciti trasferiti dai loro servizi e non di semplice complicità. Affermandosi in questo una Unione Europea che vuole fare sul serio in tema di “regole del gioco digitali” a protezione della privacy e della concorrenza in questo delicato settore dell’informazione e del consenso e dunque degli stessi destini della democrazia, ma che imporrebbe all’UE di agire anche per la formazione di “campioni europei” in questo settore dove è altamente sguarnita. Arresto che ha subito trovato difensori noti da Musk a Thiel e a Trump, ma anche da Salvini a Orban mascherandosi dietro al formalismo di un concetto di democrazia a difesa di una contro-informazione camuffata da “liberta” nella rivendicazione del “free speech”. Una leva di difesa che diventa allora politica (e non solo giudiziaria) che spinge verso una radicale polarizzazione dell’opinione pubblica per meglio accoppiarla con sovranismi e populismi emergenti. Da qui la risposta da almeno 24 mesi della UE con politiche e azioni conseguenti a difesa di una libertà e democrazia sostantive come di una informazione trasparente e verificabile come con il Digital Service Act che impone ai giganti digital-social (Google, Meta, X. Tik Tok, Telegram, ma anche Apple o Microsoft ecc.) “obblighi di moderazione” e di “risposta e interazione rapide” a domande e sollecitazioni dell’autorità giudiziaria alla quale si devono risposte immediate e le cui inadempienze possono far salire le sanzioni fino al 6% dei ricavi. La responsabilità personale verso Durov è poi scattata nel momento in cui questo amministratore non poteva non sapere della richiesta dell’autorità giudiziaria e che omettendo di agire abbia favorito la espletazione di quei reati. Dunque un fatto giudiziario e non politico ( per il momento) come i vari Musk e alleati hanno subito cercato di accreditare come azione politica contro il “free speech” che – paradossalmente – sono coloro che vogliono un web “non indipendente” . Infatti, qui non è la “libertà di parola” in discussione ma una precisa violazione delle leggi europee e francesi con definita responsabilità personale.
Da dove è partita la strumentalizzazione politica dell’estrema destra globale che punta a rafforzare la propria agenda politica distorcendo e polarizzando l’opinione pubblica cercando di far coincidere la responsabilità (come libertà e autonomia) tecnologica con la limitazione dei diritti quale base del fondamentalismo (anarco individualista) del free speech che non vuole limiti nemmeno sull’istigazione all’odio o sulla pedopornografia.
Anarco-individualista a parole ma ben congegnato a difesa della concentrazione polarizzata del potere delle fonti di informazione in poche mani entro una presunta neutralità tecnica legando pezzi estremi di Silicon Valley con le oscurità di Telegram e con i cinesi di Tik Tok attraverso le “ ambigue sponde” di Meta e Google (ma non meno di Apple e Microsoft) tutti tesi a respingere le leggi democratiche e le domande di trasparenza mentre servizi russi e cinesi o iraniani oppure del Jihad ovviamente agiscono indisturbati nell’ombra con tutte le lobbies politiche affaristiche globali. Tecno-social come “palude globale” dove droga, armi, fede, razzismo e criptovalute/bit coin si mescolano inestricabilmente al potere politico autocratico in mondi ad alto tasso di oscurità dove i confini tra legalità e illegalità sono ormai consunti o scomparsi totalmente. Fa bene dunque l’Europa a difendere la frontiera dei diritti e a costringere i colossi tecnologici a non sentirsi al di sopra della legge e a responsabilizzarsi nella tutela di quei diritti perché non immuni o non neutrali rispetto alla qualità dei contenuti, ma farebbe altrettanto bene a incentivare la formazione di piattaforme europee competitive dopo aver favorito quelle esistenti con ingenua disattenzione.

2 – Lo scontro tra democrazia e tecnocrazia e il ruolo dei social come collante deviante se non contendibile nella palude di un web non indipendente: i 7 “peccati capitali”

Siamo insomma ormai al conflitto esplicito tra democrazia (luogo dei diritti) e tecnologia (luogo della presunta espressione di una innovazione illusoriamente neutrale che non vuole limiti) come espressione della nuova post-modernità, dove è ormai chiaro che i giganti tecnologici vogliono “mangiarsi” la politica affermandone l’inefficienza per affermare la propria presunta super-efficienza da (illusoria) “neutralità della techne”, ma attraverso la ipostatizzazione di monopoli-oligopoli integrati dove è il mezzo che conta ( perché sembrerebbe senza scopo?) e i contenuti invece divengono irrilevanti, ma questi ultimi sono le fonti connettive e contendibili di idee nuove e in questo democratiche e la cui rimozione o irrilevanza porta all’autoritarismo. Motivo fondamentale dell’indipendenza del web e che per questo è stato creato e che tale deve rimanere.

Almeno sette (7) i principali strumenti di questa involuzione tecnocratica dei social sui contenuti e che hanno carattere radicalmente riduzionista.

A – la istituzionalizzazione di un riduzionismo di conoscenza dove opinioni infondate e scienze dimostrate e provate sperimentalmente sono equiparate e governate da poteri economici tesi allo status quo ante;

B – la riduzione di ogni distinzione etica e valoriale tra bene e male messi sullo stesso piano e “votati” : è bene ciò che ha più voti, è male ciò che ne ha meno (più follower è meglio di meno follower), dunque il meglio scaccia il bene ma anche il male che sono magicamente “equiparati” nella salita/discesa di quantità e il cittadino ridotto a customer, poi a follower e a fan, come allo stadio.

C – la riduzione di ogni responsabilità individuale che è annullata o incorporata in quella ritenuta più dominante, ossia del gregge (formicaio), ma dove il formicaio è funzione del riproduttore, cioè la regina che detiene la potenza della riproduzione della sopravvivenza di ogni formica e che dipende dunque dal suo potere organizzativo che è sempre riproduttivo (monopolio in economia o autocrazia in politica), ma dove i formicai siano pochi e non contendibili.

D – riduzione intergenerazionale con l’azzeramento tra esperienzialità (tempo) e intuizionismo (spazio) promuovendo lo spazio in un tempo presente espanso all’infinito, dove scompare sia il passato che il futuro in una appiattita creatività del presente conchiusa in un sostanziale “conformismo”.

E – il riduzionismo delle “regole correttive” delle social corporation hanno condotto ad una trasformazione delle funzioni dei social verso l’enfasi alla spinta al traffico come “unica guida” del successo e insuccesso, ossia alla massimizzazione dei profitti di breve termine con nessun rilievo della responsabilità etica fondamentale nella formazione del consenso e dunque degli equilibri democratici. Che dovrebbe consigliare e spingere ad “affettare” questi pachidermi ormai prigionieri dei propri grassi cumulativi da assenza di concorrenza e trasparenza e che ne bloccano l’innovazione e che gli Stati (UE, USA, ONU) hanno la responsabilità di sanzionare per proteggere concorrenza e trasparenza dell’eco sistema capitalistico consentendo gemmazione ed entrata di nuovi attori.

F – il riduzionismo degli ostacoli alla crescita da parte di tutte le social corporation con semplici operazioni di merger and acquisition spesso orientate a “spegnere” i fattori innovativi perché troppo costosi o poco remunerativi, verso un mondo sostanzialmente immobile e allergico a pesi e contrappesi del gioco democratico.

G – la riduzione (linguistica e concreta) delle differenze di linguaggio tra contesti e/o tra pubblico e privato, perché filmando (o registrando) qualcuno “a sua insaputa” (o no) se ne sta cancellando il contesto nel quale quelle parole ( o immagini) hanno quel significato e solo quello e che “fuori” da quello lo perdono totalmente e tuttavia usato per distorcere e disinformare spesso chiusi nei circuiti clanici dei social-web di un consenso che si auto-replica all’infinito;

Dunque un riduzionismo radicale dei social che cancella senso e significati, compreso l’uso di metafore che nel tempo e in differenti contesti cambiano e dei quali tenere conto.

Questo il motivo per il quale il primo obiettivo è di moltiplicare il numero di queste piattaforme in concorrenza tra loro e di diffondere regole di comportamento in modo da tornare ad educare e produrre consapevolezza consentendo alle persone di scegliere quale piattaforma utilizzare e quali potere unire / disunire in modo “associativo”(dissociativo).
La moderazione necessaria di una rete libera in uno Stato libero impone regole condivise e democraticamente definite (UE, USA) come pertugio stretto tra le due opzioni entrambe illusorie di “nessun controllo” da una parte o di “totale controllo governativo” (Cina e Russia o Iran) dall’altra. Ciò che impone una apertura seria e pubblica di un dibattito diffuso sui rapporti tra tecnologia e potere, tra tecno-consenso e tecno-democrazia che finora è mancato e mascherato dall’Affaire Telegram e/o dalle sanzioni a Google e Meta, sia in UE che in USA e a difesa della democrazia e dei diritti della Civitas Humana per evitare che le stesse disattenzioni siano di alimento per altre deviazioni con l’Artificial Intelligence.

3 – Quale dibattito pubblico sulla scienza e sulla natura emergente della tecnologia e suoi limiti ?

Serve insomma un dibattito serio e pubblico sulla natura della tecnologia, dai social all’IA. Dopo che la scienza si è autonomizzata con la ragione sperimentale dalla religione e dalla fede con l’Illuminismo oltre 300 anni fa, ora siamo al passo successivo ossia dell’autonomia della tecnologia dalla scienza oltre l’epoca dei prodigi delle tecnoscienze e che ha aperto da un cinquantennio ad una sostanziale ingovernabilità rispetto alla culla scientifica dove tutto ciò ha avuto inizio, l’Europa. Ormai assistiamo ad una larga libertà della tecnologia rispetto alla rete della scienza anche perché la concentrazione economica ha consentito di “superare” la forza dell’università (culla dei saperi e della civitas) nella produzione di nuove idee e soprattutto di nuove applicazioni capaci di autogenerazione e che non passano per specifiche teorie ma su un terreno ribollente di esperimenti continui tra successi e fallimenti. Un terreno di incrocio quasi casuale tra biotecnologie, calcolo computerizzato, simulazioni di mondi immaginari, software e hardware complessi, automi, robot intelligenti, guida autonoma, agenti intelligenti, avatar, ecc. che alimentano e popolano la nostra vita quotidiana apparentemente senza limiti teorici-metodologici: l’applicativo si è reso autonomo dal teorico. L’unico limite sembra sussistere solo nelle regole dei mercati finanziari ossia nella reperibilità di investitori disponibili a rischiare e da qui lo zampillare di start-up in settori molteplici e con pachidermi pronti a “mangiarsele” senza filtri etici, giuridici, istituzionali capaci di regolazione e di soggetti /corpi intermedi capaci di visione dato che il potere delle big tech ormai supera confini nazionali e amministrativi che da internet in poi hanno perso anche il radicamento spaziale.
Basti ricordare che che in ordine decrescente di capitalizzazione Apple, Microsoft, Nvidia, Amazon, Meta (Facebook), Alphabet(Google) e Tesla hanno raggiunto l’abnorme valore di borsa di 13mila miliardi di dollari. Valore superiore all’intero prodotto lordo dell’area euro con Apple che è una volta e mezza l’Italia. Raggiungendo insieme il 25% dell’intera capitalizzazione della borsa americana che a sua volta vale il 70% delle borse mondiali.
Le “sette sorelle” high tech valgono insieme come le borse del G7. Con Apple che segnala ben 225 miliardi di dollari di riserve liquide che è la metà della capitalizzazione di Piazza Affari. Un enorme squilibrio di aziende appunto con testa gonfiata ( dalla speculazione borsistica mondiale) e corpo “flaccido e fragile” da under-investment innovativo. Due le maggiori conseguenze strutturali. In primo luogo, l’”autonomia cieca” della evoluzione della tecnologia sembra aver conquistato praterie nella disattenzione, impotenza e incompetenza della politica nel vuoto di una potente capacità trasformativa e nell’ignoranza delle implicazioni etiche, antropologiche ed ecologiche e attraverso l’ingenuità (in assenza di filtri culturali e di competenza) di user finali e intermedi che chiedono “protezione” a volte consapevole e spesso inconsapevole ma abbagliati dalla “comodità efficiente” degli usi digitali che ci hanno cambiato la vita in soli 30 anni per “moltitudini di esseri umani sempre più soli” e di aziende spesso impreparate (vedi hakership diffusa).
In secondo luogo, dopo aver toccato i limiti della scienza e della razionalità efficientista della terza e quarta rivoluzione industriale che ci ha posto di fronte ai limiti di sostenibilità della crescita e del progresso (Rapporto del Club di Roma , 1972) per la sua chiave eco-sistemica complessa negli impatti ambientali e demografici, il paradigma tecnocratico emergente di autonomizzazione tecnologica dalla scienza sembra offrire una “via d’uscita” ai limiti di quella inestricabile complessità interdisciplinare e transdisciplinare riproponendo il mito di una crescita illimitata e di un futuro di “magnifiche sorti e progressive” attraverso la manipolabilità della natura (dalle neuro-scienze, al bio-tech, ai big-data, all’IA, ecc.) fino al transumanesimo o alla possibile congiunzione tra umano e tecnica perseguita dai “potenziamenti” inseguiti da Musk e Space X.
Una tecnocrazia dovrebbe dare soluzione ad ogni problema e dunque dove la politica diventa inutile e inefficiente: dalle auto ibride e a guida autonoma per il riscaldamento globale e per la distrazione umana, geoingegneria per gli choc climatici, sfruttamento degli oceani per la scarsità dello spazio, fino alla conquista di Marte per sfuggire alla incombente catastrofe ecologica (magari per i più ricchi oppure per immigrati e spazzatura?). Ma il limite estremo di questo modello tecnocratico risiede nell’impossibilità di calcolare le conseguenze delle proprie azioni-progetti o nel ritorno illuministico della forza di saperi e conoscenze iper-specializzate (e parcellizzate) nella spinta alla qualità della vita mentre li si annidano le maggiori trappole e i “vuoti di ignoranza”.
Necessitiamo invece di avviare pratiche e visioni della complessità integrando ciò che la modernità ha finora separato: individuo e società, astratto e concreto, scienza e arte, territorio e spazio, emozioni e razionalità, spiritualità e visione.
Riannodando mondi, linguaggi e saperi con pratiche ed esperienze nella coesione e comunità per una scienza dell’intero come esplorativa del rapporto uomo-natura che produca senso e nuova coscienza del nostro vivere insieme, perché come la storia umana ci ha insegnato “la tecnica non è mai neutrale” e per questo impone la responsabilità umana dove l’uso di questa tecnica sia sempre dipendente dalla sua volontà per potere fronteggiare l’incertezza e abitare la complessità come insegna Castoriadis (2005), perché la “società perfetta” non esiste e possiamo solo migliorare ( costruendo-decostruendo) quella che abbiamo realizzato finora ma tenendo ben distinte tecno-crazia e tecno-politica e l’Uomo dalla Tecnica.
Salvaguardando la complessità della condizione umana come protezione dell’intersoggettività della triade individuo-società-specie. Perché solo questa ci consente di scegliere la direzione da assegnarealla vita e che la tecnica non risolve di per sé o in solitudine. Per questo dobbiamo proteggere biodiversità ed ecosistemi, accrescendo la bio-capacità del pianeta con approcci circolari scegliendo tra i vincoli e le possibilità che la Natura ci offre nella responsabilità e che la tecnica di per sé non consente di realizzare e che dobbiamo sforzarci di regolare mitigando il nostro antropocentrismo in equilibrio con la Natura e amplificando una dimensione aperta, multidimensionale e complessa dell’Uomo. Provando con Edgar Morin a riunire il biologico e il culturale dell’uomo accogliendo una tecnica da integrare con risorse educative, cognitive e psichiche facendo appello alla capacità di autocontrollo umano nella responsabilità e sostenibilità, tra coesione e inclusione ! L’Affaire Telegram è solo l’inizio ma dobbiamo avere chiarezza e consapevolezza dell’agire, verso dove e perché!


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