Per farci capire qualcosa della tragedia del Medio Oriente, al netto (ma è possibile?) dell’orrore per la sequela di morti e distruzioni, ci voleva da ultimo il crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria. Si, perché partendo da qui e ripercorrendo con uno sguardo retrospettivo globale la vicenda di quest’area si capiscono meglio le cause degli eventi (certo quelle remote, ma ancor più quelle recenti) che si sono succeduti sotto i nostri occhi, e l’identità e le logiche geostrategiche dei protagonisti, e forse soprattutto (perché ne siamo tutti interessati) gli effetti indiretti sugli orientamenti delle opinioni pubbliche delle democrazie liberali. Ecco quelli che appaiono i dati di fatto e le conclusioni, seppure provvisorie, che se ne possono trarre.
IL PRIMO DATO: L’INDIGNATO COLLETTIVO SI SCOPRE “A UNA DIMENSIONE”
Forse è un problema di informazione, o forse di assuefazione mediatica, o magari piuttosto di meccanismo stesso dell’indignazione, ma fatto sta che il tasso di indignazione (se così si può dire) nel cuore dell’occidente è progressivamente diminuito man mano che si è passati da Gaza al Libano e alla Siria.
Infatti, per la guerra di Gaza, dopo il pogrom del 7 ottobre, ogni intervento dell’esercito israeliano che provocava morti e distruzioni ha suscitato reazioni forti e diffuse fino a sfociare, più che in antisionismo, in vero e proprio antisemitismo e in manifestazioni violente dietro lo slogan “Palestina libera dal fiume al mare” (= “Israele va eliminato”), fino a dare credito alle accuse di genocidio con fede cieca nella versione dei fatti fornita da Hamas e da fonti antiisraeliane e antioccidentali.
Poi, e in rapida successione, il sistema di reazione collettiva e connessa indignazione ha perso forza e diffusione quando Israele ha reagito alla pioggia di missili di Hezbollah ed ha deciso di eliminare alla radice la seconda fonte di attacco sistematico alla sua esistenza alimentato dall’Iran degli ayatollah per fiaccarne la resistenza e giungere all’obiettivo finale dell’annientamento.
Fino ad arrivare addirittura alla fine dell’indignazione quando in Siria la coalizione dei ribelli della jihad islamica, con la copertura e l’assistenza della Turchia, è passata all’attacco decisivo contro il sistema di potere di Bashar al-Assad e in soli 11 giorni ha conquistato Damasco e costretto alla fuga il sanguinario dittatore, accolto subito dall’altro suo protettore oltre all’Iran, il dittatore russo Vladimir Putin.
Per motivi umanitari, ha detto. Figurarsi!
La lunga indifferenza per i morti siriani, oltre 600 mila (si, dicasi seicentomila!), non è stata scossa né dal fatto che è tornata di nuovo in primo piano l’enormità dei massacri lungo decenni di potere dispotico né dalle immagini, né dalle dichiarazioni dei sopravvissuti, e tanto meno dalle cifre dei torturati e dei morti nelle famigerate carceri di Assad. Ma tutto questo esiste e non si può certo cancellare.
C’è dunque un primo dato che la crisi siriana ci permette di registrare: l’indignato collettivo (definizione quanto mai calzante) è “ad una dimensione”, quella palestinese. E la ragione è che lo scandalo delle morti e delle distruzioni non muove il cuore e la mente per la sua stessa natura di scandalo, ma perché nella vicenda palestinese è coinvolto Israele e con esso, a livello materiale e operativo, percettibile e simbolico, lo sono la democrazia liberale e l’occidente.
Ci si indigna, come è stato scritto da più d’uno, quando si può trovare l’aggancio per accusare l’occidente liberale dell’origine di ogni nefandezza. Qui si prescinde dalle cause culturali, sociologiche e politiche di un atteggiamento mentale che si traduce in iniziative di visibile contestazione, insieme all’ideologia woke e alla cancel culture, su cui comunque è necessario riflettere a fondo.
IL SECONDO DATO: L’ASSE DEL MALE ESISTE, LO HA CERTIFICATO LA VICENDA SIRIANA
Fino a che la vicenda siriana non aveva assunto questa natura di cartina al tornasole, non sappiamo se imprevedibile ma certamente non prevista, dell’intera vicenda mediorientale, era sembrato, per un rovesciamento di realtà in parte sapientemente orchestrato e in parte visceralmente autoalimentato, che la guerra di Gaza portasse la responsabilità esclusiva di Israele. Così la strage del 7 ottobre si era quasi subito trasformata, negli ambienti antioccidentali dell’occidente, nella giusta (sic!) ritorsione dei palestinesi per i torti subiti, con una evidente e azzardata trasformazione dei dati storici e politici in battaglia ideologica, e con la facile identificazione in Netanyahu del nemico da abbattere sia come autore di una reazione spropositata sia come responsabile di morti e distruzioni per sopravvivenza politica personale.
Ma la vicenda siriana ha chiarito quello che in realtà ogni mente libera da pregiudizi avrebbe potuto già capire solo che lo avesse voluto: Hamas, Hezbollah, Houthi, sono stati, e per quello che resta sono ancora (solo che per fortuna lo sono molto di meno), gli strumenti con cui l’Iran degli ayatollah ha cercato di accerchiare Israele per una guerra di logoramento fino al suo annientamento. Il 7 ottobre probabilmente avrebbe dovuto essere l’esca della mobilitazione generale e congiunta del cosiddetto “Asse della resistenza”, l’insieme dei gruppi strategici armati e finanziati da Teheran, insieme all’islamismo radicale diffuso nel mondo arabo, per l’assalto finale dopo una lunga e paziente preparazione, operazione rivelatasi per fortuna subito fallimentare per la mancata mobilitazione dei supposti alleati.
E l’ideologia riassunta nello slogan “Palestina libera dal fiume al mare” è stata l’arma funzionale, usata anche con finanziamenti consistenti e sapienti operazioni mediatiche (su cui ormai esistono ricerche e documentazioni consistenti), per una mobilitazione di massa a sostegno di questa strategia nelle università e nelle piazze sia americane che europee. Questa invece per molti mesi sicuramente ben riuscita. L’Asse del male dunque esiste.
La vicenda siriana lo ha chiarito nello stesso momento in cui si è reso evidente che il regime di Assad crollava per il venir meno del sostegno ad esso da una parte dell’Iran e dall’altra della Russia, entrambe essenziali e congiuntamente essenziali per la sussistenza di quel sanguinario regime. Ciò che chiarisce non solo natura e compiti della rete di alleanze in quell’area strategica, ma anche le ragioni più generali e il ruolo dei suoi singoli componenti rispetto alle ambizioni imperiali di ciascuno nelle rispettive aree di influenza, il Medio Oriente e l’Europa. Con il che entra in gioco anche la geopolitica della scomposizione e ricomposizione dell’assetto mondiale chiaramente in atto.
E chiarisce inoltre sì le responsabilità dell’occidente, ma in un senso diametralmente opposto a quello che gli ambienti antioccidentali e antiliberali tentano di far passare, bisogna dire con un certo successo, come verità incontrovertibile, ossia che è certamente responsabilità dell’occidente (intendendo per occidente sia gli USA che l’Europa) sia il progressivo disimpegno degli USA a partire dalle decisioni di Barack Obama del 2013 proprio in Siria, sia la spregiudicata indifferenza rispetto ai crimini del regime assadista (si considerino ad esempio gli incarichi di rilievo affidati a esponenti siriani in sede ONU come se quel regime fosse il più specchiato del mondo) in base al principio, fasullo e di comodo (non a caso usato anche dai fanatici del regime per colpire i dissidenti), “o Assad o il caos”.
IL TERZO DATO: L’ASSE DEL MALE NON SOLO ESISTE MA È ISRAELE CHE LO TIENE A BADA ANCHE PER NOI
Questa è forse la verità più dura da digerire non solo da parte degli ambienti in cui si è radicato il pregiudizio antioccidentale e l’odio contro le democrazie liberali che ne è l’espressione, ma da parte dei numerosi e variegati fiancheggiatori (settori della stampa, delle istituzioni culturali e formative e del mondo politico). Tutti costoro infatti hanno voluto vedere in Israele non il Paese fondato su principi di diritto, indipendenza, democrazia e libertà, che per essi ha il dovere di battersi al fine di garantirne la sopravvivenza, ma al contrario il campione dell’occidente oppressore, dominatore e sfruttatore di popoli inermi.
Evidente la falsità di questa immagine, ed evidente, soprattutto oggi, la ragione per la quale Israele non poteva non reagire non solo alla strage del 7 ottobre ma soprattutto all’accerchiamento del cosiddetto “Asse della resistenza” foraggiato e guidato da Teheran in alleanza operativa con Mosca dal Medio Oriente all’Ucraina. Di qui la guerra di Gaza e l’obiettivo di distruggere il sistema di Hamas, poi la guerra del Libano e l’obiettivo di distruggere gli arsenali e il ruolo di Hezbollah, infine in questi giorni la distruzione dei depositi di armi in Siria e l’occupazione delle alture del Golan al fine di prevenire futuri attacchi dei nuovi padroni jihadisti di quel Paese il cui orientamento resta incerto e tutto da decifrare nella sostanza, dipendendo in larga parte dall’appoggio della Turchia di Erdogan, che in tema di garanzie ha dimostrato una certa (diciamo così) incertezza.
Si può ovviamente non essere d’accordo con Netanyahu per la sua acquiescenza nei confronti del violento espansionismo territoriale dei coloni, e si può anche accusarlo dei morti e delle distruzioni (ma si può essere credibili qualora almeno si eserciti il dovere del dubbio e si consideri il comportamento criminale di Hamas nei confronti del suo stesso popolo), ma resta il fatto che Israele (che comunque non è Netanyahu) ha interpretato il suo diritto di difendere la sua stessa esistenza come dovere di liberazione del suo popolo dalle minacce plurime e coordinate alla sua sicurezza. Cosicché le sue forze di intelligence e il suo esercito sono andati avanti con i loro piani senza tener conto di tutto il variegato complesso di pressioni e iniziative tendenti a fermarne l’azione, probabilmente dando per scontato il prezzo da pagare ma forse sperando che alla fine la dura realtà ne avrebbe testimoniata la necessità se non la ragionevolezza.
E la realtà ora ha parlato. Non ci sarebbe stata la rapida avanzata dei ribelli jihadisti siriani fino a Damasco e la caduta inattesa del regime di Assad senza l’indebolimento del regime iraniano operato da Israele e nel contempo senza l’incapacità del regime putiniano di sostenere l’alleanza, congiunta all’Iran, con Assad. Ciò che testimonia peraltro quanto nell’esito della vicenda siriana abbia pesato l’avventura russa in Ucraina con la lunga resistenza di questo popolo davvero eroico, e più in generale la sproporzione tra le risorse reali di cui la Russia può disporre e le ambizioni imperiali che ne richiedono l’impiego in misura non preventivabile.
Ma è soprattutto ad Israele che si deve la liberazione della Siria dal feroce regime familistico cinquantennale degli Assad e con esso di migliaia di prigionieri e condannati a morte. Lo ha potuto fare perché la sua libertà equivale al suo essere popolo le cui istituzioni democratiche ne caratterizzano la storia e ne sono la ragione stessa della sua esistenza. Israele, lottando per sé, lotta anche per tutti noi.
QUALCHE CONCLUSIONE RAGIONATA SEPPURE PROVVISORIA
Oggi, malgrado le rassicurazioni formali dei nuovi padroni, la situazione siriana è talmente incerta da rendere giustificata ogni prudenza e ogni provvedimento preventivo di altre possibili tragedie in un’area in cui i semi dell’estremismo religioso e politico hanno già dato i loro mefitici frutti. Tuttavia, la liberazione di quel popolo a lungo bastonato da un regime sanguinario deve oggi essere salutata come una di quelle congiunzioni felici che ogni tanto capitano nella storia.
Capitano però se nella storia c’è qualche soggetto che ha le idee chiare su quelli che sono i suoi doveri nei confronti di sé stesso e nel contempo degli altri, avendo il coraggio di sfidare anche l’impopolarità dell’opinione internazionale troppo spesso farcita di ipocrisia e di falso buonismo unilaterale, con l’obiettivo di eliminare le radici stesse dell’insicurezza endemica che rende impossibile la vita. Obiettivo difficile se non in apparenza impossibile nella sua radicalità, ma di sicuro meritevole di essere perseguito. Israele in questa fase della storia del Medio Oriente e del mondo ha rappresentato proprio questo.
L’occidente, o almeno quell’insieme di stati che indichiamo con lo stesso nome anche se hanno interessi e strategie spesso confliggenti, anche in questa occasione, come ormai da un bel pezzo, non è stato in grado né di una politica unitaria né di una strategia lungimirante. Si sono perse le coordinate della storia del mondo e ci si affida ormai alle capacità di manovra dei personaggi e delle forze che si affacciano per obiettivi locali o regionali o semplicemente del momento, da cui poi arrivano effetti a cascata. Effetti però difficili da controllare e quindi nelle mani del caso. E dal caso l’insicurezza, che è il clima in cui viviamo.
Questo in parte spiega, per logico contrasto, il bisogno sempre più diffuso di sicurezza, che si traduce dalle nostre parti, come da ultimo rileva il Censis, in montante sfiducia nei confronti della democrazia, dell’occidente e dell’Europa, accusati di essere la causa del disordine e dei problemi che viviamo. Se ne dovrebbe trarre la lezione che i sistemi a democrazia liberale non possono permettersi strategie di pura sopravvivenza e tanto meno politiche deboli nei confronti delle minacce alla sicurezza dei propri popoli.
Difficile oggi immaginare una capacità e una voglia di reagire in questa direzione, ma questo è il tema. O lo si affronta sul serio, si riformano le istituzioni comunitarie e l’ONU, e così si riorientano le forze che credono nella democrazia, o le autocrazie la faranno da padrone. Reagire significa inoltre anzitutto riscoprire la forza indirizzata al futuro dei grandi valori e delle grandi conquiste di civiltà che hanno fatto il destino moderno dell’occidente e il suo impulso di civilizzazione, pur con tutti gli errori e le omissioni.
Il pensiero corto guarda al proprio ombelico dell’oggi e si affida al caso. Ad esso è ora di contrapporre il pensiero lungo, che affronta i problemi avendo ben chiara una strategia che non si ferma alle pulsioni del contingente e all’interesse del momento. Ma per questo bisogna avere le giuste coordinate culturali e il coraggio di affermarle nella realtà. Ci vuole un pensiero che non muoia prima di essere nato. Magari capace di scavare nelle profondità dell’umano anche quando saranno passati più di due secoli, come riesce ancora a fare il pensiero di Immanuel Kant (celebrato proprio ad Orvieto con la Decade kantiana conclusasi pochi giorni fa).
Una sfida epocale, ma in attesa non possiamo fermarci, tanto meno arrenderci alla insopportabile violenza delle verità imposte perché strafatte. Ci aspetta perciò un lavoro che oggi appare lungo e parecchio difficile e che tuttavia appare senza alternativa. Anche perché la vicenda siriana, e attraverso essa quella globale mediorientale, oltre a quella ucraina e ad altre sparse nel mondo, ce ne forniscono qualche indicazione.
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