di MariaPia Garavaglia
I progressi della medicina, delle biotecnologie e della scienza in generale, compreso il digitale, hanno aperto scenari nuovi e del tutto inediti sulle aspettative di vita delle persone. Entriamo in una società che sarà quella della silver economy, che non è per forza negativa o positiva, ma che è diversa.
Ci sono due questioni oggi aperte che vanno affrontate. La prima è la disparità dei livelli di assistenza e cura tra diversi territori, la seconda consiste nell’allungamento della vita per l’effetto della tecnologia e della ricerca.
Quando entrò in vigore la Legge 883 l’idea di un servizio sanitario nazionale appariva possibile, perché faceva parte di un progetto con una visione ben definita che veniva spiegata al Paese. Le persone, gli operatori sanitari e gli specialisti territoriali ne capivano la portata e volevano incominciare questa avventura anche fuori dall’ospedale, sul territorio. La situazione sui territori oggi è drammatica perché non abbiamo gli strumenti necessari per dare servizi efficaci in tutte le regioni. Oggi, se cerco il mio medico, che dovrebbe essere di famiglia o di fiducia, non è detto che lo trovi: i medici di base sono diminuiti, hanno moltissimi pazienti a testa, hanno orari da professionisti, i giorni festivi e le notti non ci sono, per cui si va al pronto soccorso.
Oggi abbiamo una carenza di personale che ci porta ad aumentare i costi, se non trovo il medico e non trovo la guardia medica, mi rivolgo al pronto soccorso, e quindi pago tre servizi. La 833 è in affanno e con lei tutto il sistema salute, che invece dovrebbe tutelare i cittadini.
In secondo luogo, il cittadino non deve arrivare al sistema sanitario solo all’acutizzarsi dei sintomi.
Questo era il modo di pensare del secolo scorso. Deve esserci l’ospedale per casi gravi nel quale si va solo se serve e per pochissimi giorni. Che deve essere eccellente. Poi c’è il territorio, con le case della comunità che ormai è un sistema che è stato implementato per tutti. Fra l’ospedale e la casa di comunità ci sono l’ospedale di comunità per liberare l’ospedale. Per chi può tornare a casa, c’è infine l’assistenza domiciliare, che va inventata e definita su standard più precisi. Infine c’è l’assistenza: l’integrazione socio-sanitaria è stata affidata per lo più ai volontari o al terzo settore, non sempre adeguatamente formato per fare integrazione socio-sanitaria. Bisogna lavorare su questo
Servirebbe che la politica fosse capace di una “visione” per rivedere l’833, mantenendo la solidarietà legata all’universalismo, all’uguaglianza e all’equità, ma strutturando la catena di soccorso che già esiste, una catena fatta di anelli in cui inserirsi a seconda delle necessità. Le risorse ci sarebbero, basterebbe una programmazione rigorosa legata all’epidemiologia, o capace di interpretare i trend demografici della popolazione.
In questo quadro la tecnologia ci aiuterà, sapendo però che la tecnologia non sostituisce le persone ma le aiuta a lavorare meglio. Bisognerà dunque preparare le persone a usare la tecnologia.
Ad una politica che abbia visione deve corrispondere un sistema amministrativo che funzioni: con un ministero solo che prenda in carico e tenga insieme sanità e sociale.
Il ministero deve garantire una regia alle attività delle regioni, a cui vanno dati standard che devono essere garantiti. Sotto i LEA, i livelli elementari di assistenza, c’è la disuguaglianza.
L’appropriatezza del sistema sanitario non dipende solo dalla prescrizione per il bisogno, ma anche dalla qualità della risposta che si dà al cittadino, a partire dai tempi della risposta. Avere a disposizioni questi strumenti consentirebbe di dare risposte a fenomeni come la crescita straordinaria delle neuropatologie dei minori, patologie che necessitano di risposte urgenti, e di valorizzare la rete che c’è fatta dalla famiglia dalla scuola e dalla sanità.
La questione degli strumenti e del meccanismo è poi determinante anche nell’acquisizione e nell’analisi dei dati, che consente nel contesto sanitario di conoscere il fenomeno in fretta e non quando diventa numericamente e qualitativamente più difficile da aggredire.
L’appropriatezza di qualunque sistema sanitario non sta nella prescrizione, ma nella risposta al bisogno. Questi dati impongono una riflessione.
Ci sono 400 posti letto di neuropsichiatria infantile in tutta Italia, e i bambini, ancorché diminuiscano, sono circa dieci milioni. Se hanno bisogno di andare all’ospedale non possono andare in una corsia generalista. Servono ospedali per i bambini e per i disabili gravi, e probabilmente anche strutture di pronto soccorso differenziato Il problema è radicale perché per gli anziani faremo fatica ma oramai abbiamo capito che per 10 o 20 anni saremo il Paese più vecchio del mondo. Ma per i bambini non si sta proprio facendo niente.
Oggi quando si parla di salute si parla di rete e di comunità, dalle ASL ai medici di base, dalle farmacia alle fondazioni, il ministero, la regione, l’ABIO, i genitori, i pazienti. Insomma un sistema complesso e multipolare.
Quando si affronta il tema della cura si deve parlare di comunità, sapendo che non c’è una comunità senza partecipazione.
Le associazioni dei malati o dei famigliari hanno un ruolo importantissimo. Il confronto con chi condivide la stessa esperienza aiuta e rafforza, consente di socializzare questo bisogno e poi di trovare le persone che stanno davvero interessando alla causa.
Partecipare è la cosa di cui oggi la nostra comunità ha più bisogno. Oggi come ieri per cambiare il mondo serve partecipare. Serve “esserci”
Se vale ancora oggi la riflessione della Tina Anselmi “per cambiare il mondo bisogna esserci”, vale anche il suo avvertimento “le conquiste raggiunte non sono mai per sempre”. A chi resta il compito di rafforzarle o di distruggerle.
SPALLA
“Per cambiare il mondo bisogna esserci” è una frase manifesto di Tina Anselmi, la mamma del sistema sanitario nazionale e della riforma del ’78, la 883, e la Ministra della Legge Basaglia. Oggi si parla salute, concetto diverso da quello di sanità e che rinvia ad un mondo che si compone di tanti attori che agiscono all’interno di una comunità.
Il 1978 è una data cruciale per la salute pubblica nel nostro Paese.
A maggio è approvata la legge 180 meglio nota come “Legge Basaglia”, scritta e promossa da Bruno Orsin, psichiatra e deputato della Democrazia Cristiana, che ridefinisce il concetto di malattia mentale mettendo la persona al centro della cura. Ancora in maggio viene pubblicata in gazzetta Ufficiale la legge 194, detta “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”.
Infine nel dicembre dello stesso anno viene approvata la Legge 833, che istituisce il servizio Sanitario nazionale, superando il sistema mutualistico in favore del principio universalistico sancito dalla costituzione.
La riforma della Sanità del 1978 è una riforma che ha costi enormi ma è anche e soprattutto una riforma voluta: prevedendo la globalità della prestazione, l’universalità dei destinatari e l’uguaglianza del trattamento garantisce la tutela della dignità e della libertà della persona, prevista dalla carta costituzionale.












