di Francesco Luigi Gallo
La figura dell’insegnante di sostegno rappresenta, sin dalla sua introduzione negli anni Settanta, una delle innovazioni più significative del sistema scolastico italiano. Eppure, a distanza di cinquant’anni, la sua identità professionale continua a essere attraversata da tensioni, ambiguità e incompiutezze. Chi è, davvero, l’insegnante di sostegno?
Non è un tecnico delle pratiche didattiche, ridotto a mera applicatore di protocolli. Non è un duplicato delle figure sanitarie, incaricato di intervenire “sulla disabilità” in senso clinico. Non è nemmeno un semplice mediatore collegiale e sistemico (come un certo numero di autorevoli studiosi oggi sostiene). È, piuttosto, un insegnante a tutti gli effetti, chiamato però a un compito ulteriore e radicale: prendersi cura, in senso ovviamente esistenziale e relazionale, nella concretezza scolastica quotidiana, di studenti che si trovano in condizioni di fragilità e vulnerabilità, intrecciando competenze scientifiche e didattiche con doti umane e relazionali di eccezionale spessore.
È una figura cardine della scuola, con compiti certo di mediazione (nel consiglio di classe, nella comunità scolastica, tra la scuola e le istituzioni – anche sanitarie – e la famiglia), ma è anche, e soprattutto, un professionista della cura educativa, un esperto di relazioni d’aiuto.
È proprio da questa identità complessa e problematica che nasce la questione, oggi centrale, della formazione dell’insegnante di sostegno.
Perché se è vero che nessun insegnante di sostegno può limitarsi a essere un “tecnico”, è altrettanto vero che la sua azione educativa non può essere affidata soltanto alla spontaneità o alla generosità personale, cioè a virtù preziosissime ma, per così dire, irriflesse e soggette a moti totalmente spontaneistici. Occorre un percorso formativo capace quindi di coniugare due poli: da un lato, una conoscenza scientifica seria e aggiornata sulle diverse disabilità; dall’altro l’attenzione di quelle competenze relazionali, empatiche ed etiche che costituiscono il nucleo insostituibile della sua missione.
L’attuale modello formativo: pregi e limiti
L’attuale corso di specializzazione per il sostegno, regolato dal D.M. 249/2010 e dal D.M. 30 settembre 2011, è costruito come un anno post-lauream di 60 CFU. La sua impostazione, di natura generalista, mira a fornire una preparazione di base comune a tutti i futuri docenti di sostegno. In teoria, questo garantisce un’identità professionale condivisa e un livello minimo di competenza trasversale.
Tuttavia, non si possono ignorare una serie di limiti evidenti. I contenuti del corso, infatti, pur toccando vari ambiti – dalla psicologia dell’età evolutiva alla pedagogia speciale, dalla normativa scolastica alla didattica inclusiva – raramente consentono un approfondimento puntuale delle diverse tipologie di disabilità. Si tratta, perlopiù, di un’infarinatura generale. Un insegnante di sostegno che completa il percorso non può dirsi davvero formato, ad esempio, per affrontare in modo approfondito e realmente efficace le esigenze comunicative di studenti con disabilità sensoriali, o per gestire la complessità dei disturbi dello spettro autistico, che coprono un ventaglio vastissimo di manifestazioni.
Il carattere generalista, dunque, assicura una preparazione minima comune, ma a prezzo di una carenza di approfondimento specialistico. Inoltre, il fatto che il corso sia un anno aggiuntivo rispetto ai percorsi universitari disciplinari produce un altro effetto collaterale: l’insegnamento di sostegno può diventare una scelta “di ripiego” per chi non trova sbocchi nella propria disciplina, piuttosto che una scelta vocazionale. Si tratta di un esito nefasto del quale noi insegnanti facciamo esperienza quotidiana.
La “separazione delle carriere”: un dibattito riaperto
Non è un caso che il tema della formazione degli insegnanti di sostegno abbia alimentato negli anni un dibattito acceso. Tra le varie ipotesi proposte mi limito in particolare a citare, come esempio interessante da discutere, quella della “separazione delle carriere”. La proposta di legge C-2444 del 10 giugno 2014 aveva avanzato l’idea di un percorso universitario distinto, interamente dedicato alla pedagogia e alla didattica speciale, collocato fin dal biennio della laurea magistrale.
Una simile riforma avrebbe garantito un approfondimento più sistematico e robusto, superando le lacune del modello generalista. Inoltre, aggiungo io, avrebbe avuto il merito di selezionare fin dall’inizio persone realmente vocate alla professione, scoraggiando chi sceglie il sostegno solo come scorciatoia per entrare nel mondo della scuola. Tuttavia, a mio modo di vedere, i rischi non sarebbero stati secondari: una figura così “super-specializzata” avrebbe rischiato di apparire come un ibrido, né del tutto insegnante – perché privo della radice disciplinare che oggi lega i docenti al loro contesto – né del tutto specialista, perché privo delle competenze cliniche proprie delle professioni sanitarie.
Una proposta intermedia: la ramificazione dei percorsi
Alla luce di queste tensioni, una proposta alternativa, che cerco di avanzare in queste pagine, è quella di una maggiore ramificazione dei percorsi formativi, senza giungere a una separazione netta delle carriere. Si potrebbe pensare a un modello articolato in due momenti:
- Un percorso iniziale comune, volto a garantire a tutti i futuri insegnanti di sostegno una base condivisa di competenze pedagogiche, psicologiche, legislative e didattiche.
- Una fase successiva di specializzazione, nella quale i corsisti potrebbero scegliere un’area specifica (disabilità sensoriali, intellettive, spettro autistico, svantaggio socio-culturale).
L’ipotesi di strutturare i percorsi di formazione degli insegnanti di sostegno in due fasi complementari – un percorso iniziale comune e una successiva ramificazione specialistica – appare particolarmente feconda. La prima fase avrebbe il compito di fornire a tutti i corsisti una base condivisa di competenze pedagogiche, psicologiche, legislative e didattiche: una sorta di lessico comune che garantisca la coerenza e l’identità professionale dell’insegnante di sostegno. In questo modo, indipendentemente dalle specificità disciplinari e dalle future scelte di approfondimento, ogni insegnante si riconoscerebbe come parte di una comunità professionale unitaria, con una missione condivisa e non riducibile alla tecnica.
La seconda fase, invece, consentirebbe di sviluppare competenze più puntuali e approfondite, attraverso la scelta di una macro-area di specializzazione (disabilità sensoriali, disabilità intellettive, spettro autistico, svantaggio socio-culturale). Qui si coglierebbe la vera sfida: evitare che la specializzazione produca figure ibride o “semi-specialisti” difficilmente collocabili nella scuola, ma trasformarla in una risorsa a disposizione della comunità scolastica. Non si tratterebbe, infatti, di creare un duplicato delle figure cliniche o terapeutiche già esistenti, ma di rafforzare la dimensione didattico-educativa con strumenti più raffinati e conoscenze più stabili, così da sostenere la relazione educativa senza ridurla a improvvisazione o a buon senso. In questo modo si combinerebbero due esigenze che appaiono, a prima vista, in tensione: mantenere un’identità professionale comune (che assicura agli insegnanti di sostegno di essere e rimanere, innanzitutto, insegnanti) e garantire al tempo stesso conoscenze e abilità realmente spendibili nei contesti scolastici, oggi oggettivamente assenti o trattate in maniera troppo superficiale.
L’attuale corso da 60 CFU, infatti, offre una panoramica ampia ma spesso generalista, che difficilmente prepara i docenti a gestire con sicurezza e competenza situazioni complesse e diversificate. La forza di questo modello risiederebbe dunque nella sua capacità di salvaguardare la natura profondamente relazionale dell’insegnante di sostegno, evitando derive tecnicistiche, e al contempo di rafforzarne la preparazione concreta su aspetti specifici delle disabilità. La relazione educativa, che resta il cuore della professionalità, non verrebbe sacrificata, ma anzi nutrita e sostenuta da un sapere più solido, capace di impedire tanto il pietismo quanto l’approssimazione.
I rischi da considerare
Anche questa ipotesi che ho appena proposto, tuttavia, non è priva di criticità. Un sistema così ramificato comporterebbe inevitabilmente un ripensamento profondo dei meccanismi di reclutamento: i docenti specializzati in determinate aree dovrebbero essere collocati nelle scuole in cui quelle disabilità sono effettivamente presenti.
Ma la distribuzione delle disabilità non è uniforme sul territorio nazionale: ciò costringerebbe molti insegnanti a spostarsi anche in province diverse, a fronte di un sistema che dovrebbe programmare con estrema precisione i numeri di accesso, per evitare esuberi. Un altro rischio – forse inevitabile – sarebbe quello di una deriva tecnicistica: insegnanti troppo settoriali rischierebbero di essere percepiti come “esperti di disabilità” piuttosto che come insegnanti. Questo alimenterebbe dinamiche di delega già conosciute, snaturando la visione originaria del sostegno come presidio educativo e comunitario.
Il cuore della professionalità: la relazione
A ben vedere, il punto decisivo non è solo la configurazione tecnica del percorso formativo, quanto il principio che deve orientarlo. La vera specificità dell’insegnante di sostegno sta nella capacità di coniugare competenze didattiche, conoscenza delle disabilità e soprattutto sensibilità relazionale e predisposizione empatica e compassionevole. Il sostegno nasce appunto come presidio di umanità dentro la scuola: è questa la sua anima originaria e irrinunciabile.
Se la relazione educativa è il fulcro della professione, allora anche i percorsi di formazione devono essere costruiti in modo da riconoscere e valorizzare questa centralità. Ciò significa che già al momento della selezione iniziale non si dovrebbe verificare soltanto la preparazione cognitiva dei candidati, ma anche la loro idoneità relazionale ed emotiva. Test, colloqui e osservazioni di personale qualificato dovrebbero consentire di valutare la stabilità emotiva, la capacità di gestione dello stress, l’attitudine all’ascolto e all’empatia: in una parola, la struttura di personalità di chi si candida a una professione che richiede una presenza solida accanto a studenti spesso fragili e sofferenti.
Questa valutazione non dovrebbe esaurirsi nella fase di ingresso, ma continuare anche in itinere, attraverso una supervisione costante e momenti riflessivi guidati, che permettano di accompagnare i futuri docenti nel loro percorso di crescita personale e professionale. Solo in questo modo sarà possibile garantire che l’esperienza formativa non si limiti a fornire strumenti tecnici e conoscitivi, pur necessari, ma plasmi persone capaci di abitare con consapevolezza, sicurezza e lucidità la relazione educativa.
Qualunque riforma – sia essa la separazione delle carriere, un potenziamento del modello generalista o la ramificazione dei percorsi come ho sostenuto io – deve dunque essere giudicata alla luce di questa esigenza: formare non soltanto professionisti competenti, ma uomini e donne capaci di prendersi cura, con intelligenza e responsabilità, di altri esseri umani.
Conclusione
Alla luce delle riflessioni sviluppate, appare evidente che il nodo cruciale della formazione degli insegnanti di sostegno non può essere risolto solo con un aumento di nozioni o con un potenziamento tecnico dei percorsi attuali. La vera sfida consiste nel creare spazi formativi nei quali teoria e prassi si intreccino costantemente, evitando che la conoscenza resti astratta e avulsa dalla realtà educativa.
In questa prospettiva, i laboratori dovrebbero assumere un ruolo centrale. Non come appendice finale del percorso, quasi un momento di applicazione secondario, ma come cuore pulsante della formazione, avviato fin da subito parallelamente agli insegnamenti teorici. Essi dovrebbero costituire il luogo privilegiato in cui le competenze acquisite trovano immediata traduzione nella pratica, e in cui le doti relazionali – ascolto, empatia, capacità di reggere la fatica della cura – si allenano e si consolidano.
Una simile impostazione sarebbe realizzabile soltanto a condizione che il numero di corsisti fosse realmente contenuto: la selezione iniziale che ho proposto, fortemente centrata sugli aspetti motivazionali e relazionali, garantirebbe la possibilità di organizzare laboratori autentici, fondati su un rapporto diretto e personalizzato tra docenti formatori e futuri insegnanti.
In definitiva, i laboratori dovrebbero rappresentare il fulcro assoluto dei percorsi di specializzazione, i luoghi in cui la competenza umana incontra la competenza pedagogica, generando quella sintesi che sola può preparare insegnanti di sostegno all’altezza del compito: prendersi cura dell’altro nella sua irriducibile singolarità, coniugando rigore professionale e profondità relazionale.












