di Beppe Attene
Sarebbe di grande utilità sostenere e diffondere una rilettura del testo steso in carcere, con l’aiuto di Rudolf Hess, da Adolf Hitler e pubblicato nel 1925.
Si scoprirebbe, spero dolorosamente, una insospettata modernità del testo, ma soprattutto una significativa somiglianza fra le parole del futuro Fuhrer e i discorsi che si sentono fare oggi, in assoluta tranquillità, da distinti signori mentre sorbiscono in compagnia un buon caffè.
Ora, posto che difficilmente queste persone abbiano letto (o riletto) recentemente il testo fondante del Nazismo e dell’antisemitismo di Stato, dalla scoperta di questa secolare vicinanza emergono una serie di questioni e possibili domande.
Gli assiomi hitleriani (per quanto fondati sul nulla) hanno evidentemente la capacità di collocare in una sfera apparentemente razionale le paure connesse al vivere e il bisogno di individuare accertati colpevoli per tutto ciò che non ci aggrada nel divenire del mondo.
Il distinto signore che, senza saperlo, cita sorridendo Adolf Hitler non è sicuramente un oscuro praticante nazista.
Probabilmente se qualcuno gli mostrasse la fonte teorica del suo pensiero ne resterebbe inorridito.
E, tuttavia, non cambierebbe idea.
Si limiterebbe a non parlarne più al bar e, se avesse una mente sofistica, penserebbe che anche il Male può dire una cosa vera e che semmai si è esagerato nelle conseguenze operative di quei corretti presupposti.
Detto in altri termini, ciò significa che il pensiero antisemita viaggia autonomamente nell’inconscio collettivo della nostra società la quale 80 anni fa orgogliosamente riteneva di averlo sconfitto ed estirpato almeno dentro i nostri confini.
Sicuramente, soprattutto negli ultimi anni, una serie di individui ha lavorato, professionalmente, per garantire la persistenza dell’antisemitismo all’interno della società occidentale mentre altre Nazioni (a carattere spesso teocratico) provvedevano, direttamente e tramite finanziamenti, all’attacco contro Israele.
Tutto questo porta a pensare che sia necessario, per combattere l’antisemitismo, un salto di qualità che corrisponda, per quanto possibile, alla immensità e alla profondità diffusiva dell’avversario.
Un passaggio iniziale e fondamentale consiste nella assoluta distinzione da adottare: l’antisemitismo non è razzismo.
Non si situa in quella pur disgustosa parte del pensiero umano.
Il razzismo consiste nel ritenere che le razze appartenenti ad altre, diverse da chi lo pratica, siano inferiori e quindi destinate ad essere subalterne.
Ciò viene esteso dalla definizione razziale all’identificazione con i Popoli che contengono quella razza definita inferiore.
La lotta al razzismo va fatta riconoscendo che la specie umana comprende diverse razze ma che esse sono, sia collettivamente che negli appartenenti individuali, tutte alla pari le une con le altre.
Le sopraffazioni rientrano, purtroppo, nel cammino della Storia e vanno combattute e superate attraverso la crescita della consapevolezza collettiva anche attraverso la repressione dei comportamenti e delle culture di stampo razzista.
L’antisemitismo parte dal presupposto opposto vale a dire che esiste una razza più capace e intelligente delle altre che, con malefica furbizia, tenderebbe a confondersi con il resto dell’Umanità per assumere un potere effettivo quanto nascosto.
Lasciamo per un attimo la parola a Adolf Hitler:
“Più è intelligente il singolo Ebreo, e meglio riuscirà nel suo inganno, fino al punto di fare credere seriamente a gran parte della popolazione che l’Ebreo è in maniera genuina un Francese, un Inglese, un Tedesco o un Italiano, anche se ha una religione differente.”
Di conseguenza, di fronte a questa intrigante superiorità, lo scopo non può essere se non la distruzione finale del pericolo.
Tutto il suo pensiero è percorso dalla paura e non viene mai sfiorato dalla domanda su cosa giustificherebbe praticamente questa ebraica capacità di assumere posizioni egemoni in tutti i campi.
Dalla cultura all’economia, dalla finanza alla comunicazione ovunque l’Ebreo (come egli scrive) sarebbe riuscito a comandare fingendo di farlo nell’interesse collettivo.
E, purtroppo, la paura è l’elemento più facile da trasmettere.
Essa sembra in grado di spiegare tutto anche quando i fatti sono chiaramente contrari.
L’Ebraismo venne considerato nel 212 “religiolicita” dai nostri romani progenitori nonostante essi nel 70 avessero distrutto il Tempio di Gerusalemme e dato inizio alla definitiva diaspora.
Ma ciò dimostra, spiega il nostro distinto signore, proprio la verità del pensiero hitleriano. Nonostante fossero stati invasi e distrutti come Stato, gli Ebrei erano riusciti a farsi accettare dai loro nemici.
E che dire del fatto che l’eroico patriota veneziano Daniele Manin, perseguitato in tutta Europa dagli Austriaci, fosse ebreo? O del fatto che una gran parte delle Camicie Rosse che volontariamente seguirono Garibaldi fosse di religione ebraica?
Tutte furbizie, sostiene il nostro immaginario (ma non troppo) bevitore di caffè.
Ancora più preoccupanti, dunque.
Ma tuttavia è da qui che occorre ripartire con affermazioni semplici e chiare, puntuali ed orgogliose.
Dall’idea di una specificità umana che si affianca alla pur importante identificazione nazionale per affermare il diritto ad appartenere profondamente a un Popolo e a una Nazione mantenendo liberamente la propria identità culturale e religiosa.
Dal rispetto verso una Religione che non ha mai fatto proselitismo nel corso della sua plurimillenaria esistenza rifiutandosi di usare la aderenza ai propri Valori come strumento di valutazione.
Da una Religione che, donandoci il Monoteismo, ha indicato alla Umanità tutta una prospettiva unitaria che non si è mai fatta strumento di potere.
Dalla profondissima fusione che pervade tutta la Storia Italiana tra l’Ebraismo e il progetto di una Nazione libera, indipendente e democratica.
Una fusione che nemmeno le Leggi Razziali sono riuscite a intaccare.
E, naturalmente, dalla distinzione fra lo Stato israeliano e il suo Popolo sia in loco che sparso per il mondo.
Quando attaccavamo gli Stati Uniti per la guerra in Vietnam non ci sognavamo di insultare i turisti americani in giro per l’Italia e non consideravamo quella guerra come colpa di quel Popolo.
“Viviamo in tempi oscuri”, come diceva Bertolt Brecht, e certo nessuno di noi sa davvero come potrebbe andare a finire.
Questa difficoltà non ci nasconda tuttavia che questa all’antisemitismo è una battaglia centrale per il concetto stesso di Umanità.
Per questo, oltre a rileggere gli sproloqui del giovane Adolf, occorrerebbe ricordarsi costantemente le parole che quarant’anni fa Giovanni Paolo II indirizzò, entrando nella Sinagoga di Roma, all’intero Universo Ebraico:
“Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori”.












