di Giancarlo Governi
La scomparsa di Remo Girone, l’attore che prestò il suo volto al personaggio di Tano Cariddi de La Piovra, l’archetipo del Male, mi suggerisce di raccontare la storia travagliata dello sceneggiato di maggiore successo non soltanto della Rai ma della televisione italiana tutta.
Io ne ho prodotte due serie e mezza, essendo subentrato a Sergio Silva (che ne diventò il produttore esterno, prima come direttore della RCS e poi come indipendente) quando si montava la Piovra4, quella, per intenderci, che si conclude con la morte del Commissario Cattani.
Quando Claudia Aloisi, che le ha curate tutte, mi disse che il Commissario Cattani, il protagonista interpretato da Michele Placido, sarebbe morto, ci rimasi male. Cercai di fare qualche cosa ma non c’era più niente da fare, perché tutto era stato girato e il racconto si sviluppava proprio in funzione di quella morte. Cattani moriva come gli eroi nei poemi epici, massacrato da un centinaio di colpi, nessuno dei quali toccava il suo bel volto fiero di difensore immacolato della legge.
Ne parlai con Michele Placido che tanti anni fa (nel ‘70 addirittura) portai in televisione per la prima volta. Mi ricordo che cercavamo dei giovani attori per un telefilm ambientato in un carcere minorile, diretto da Antonio Bertini (un regista molto promettente, della leva dei Perelli, dei Negrin, dei Poeti e dei Battiato, che preferì dedicarsi esclusivamente all’insegnamento universitario). Andammo in un garage adibito a teatro, nella periferia di Roma, per vederlo in una riduzione di Armando Pugliese de Il barone rampante di Italo Calvino.
Michele faceva cinque o sei parti, perché i personaggi erano tanti e gli attori erano pochi. Ci colpì soprattutto la sua duttilità ma anche la sua faccia straordinaria. Una faccia da cinema, la definimmo subito con Bertini. Prendemmo lui e Nino Bignamini a cui affidammo la parte del protagonista del telefilm. Bignamini è scomparso e Placido ha fatto la carriera che ha fatto.
In seguito avevamo lavorato ancora insieme e avevamo conservato un rapporto molto cordiale, anche perché lui si ricordava di quel debutto e me ne era grato.
Michele mi disse che si era stancato di Cattani. ”Non posso legarmi ad un personaggio per tutta la vita, per questo ho accettato di partecipare a questa nuova serie a condizione di far morire il personaggio”. Io pensavo che avesse commesso un errore e gli dissi: “Tu sarai il commissario Cattani per tutta la vita…”. A distanza di anni devo dire di essermi sbagliato, perché Michele ha continuato la sua carriera con grande successo, anche senza il Commissario Cattani, al cinema, in televisione e in teatro. Anche come regista.
Naturalmente ci sentivamo tutti impegnati a non far trapelare la notizia ma, mano a mano che ci avvicinavamo alla messa in onda, si cominciò a spargere la voce della morte dell’amato Commissario. Con Sergio Silva decidemmo di mettere in atto un gioco di sì e di no e di forse, che conquistò gli spettatori e ci fece guadagnare pagine su pagine dei quotidiani.
Nei giorni che precedono il lunedì fatidico dell’ultima puntata, la Rai fu bombardata di telegrammi e di telefonate che venivano regolarmente smistate nel mio ufficio. Erano i telespettatori che ci intimavano o ci supplicavano di… salvare la vita a Cattani. Tra tutti, due mi colpirono, quello della scuola di polizia che ci chiedeva di salvare la vita del collega e quella di una ragazza che minacciava di suicidarsi. Del primo risi di cuore ma per il secondo telefonai alla stazione dei Carabinieri del paese da cui telegrafava la ragazza. Mi chiamò dopo qualche ora il comandante la stazione per tranquillizzarmi: la ragazza esisteva, aveva spedito il telegramma ma non aveva nessuna intenzione di suicidarsi.
Quel balletto su “morte sì, morte no” portò tre milioni di spettatori in più: 17.200.000, contro i 14.000.000 della quinta puntata. Un record che resiste tuttora e, possiamo tranquillamente prevederlo, non sarà mai battuto.
Per quanto riguarda la morte del personaggio dicemmo: “Il re è morto, viva il re”. Ci rimaneva un grande antagonista (Tano Cariddi magistralmente interpretato da Remo Girone, un attore non più giovanissimo che aveva atteso per anni la sua occasione) e una protagonista molto promettente (Patricia Millardet, un’attrice francese totalmente sconosciuta nel suo paese, che sarà famosa soltanto per la sua interpretazione della giudice Silvia Conti, dove è stata doppiata da Maria Pia Di Meo, una delle regine del doppiaggio italiano). Un altro protagonista lo troveremo, pensavamo. Girone faceva la parte del Cattivo, di Tano Cariddi, che non era un personaggio bensì un Archetipo, l’archetipo del Male.
Sarà Vittorio Mezzogiorno, un attore sui generis nel panorama italiano. Sicuramente il più americano degli attori italiani. Nel suo lavoro metteva l’impegno e la professionalità degli Al Pacino, dei Dustin Hoffman e dei De Niro. In Italia non aveva avuto grandi occasioni, tanto che aveva passato gli ultimi tre anni in giro per il mondo a recitare con Brooks nella Mahabarata, che gli aveva procurato grande successo e grande fama.
Tanti anni fa, all’incirca quando debuttò Placido, feci debuttare in televisione anche Vittorio. Conservo tra i miei ricordi più cari, una sua bella foto che mi dette pochi mesi prima della morte prematura con questa dedica: “A Giancarlo che per primo mi vide e per primo mi disse sì”.
Vittorio fu straordinario, più bravo di Placido e di chiunque altro. Disegnò questo personaggio umanissimo di Davide Licata, il poliziotto che ha vissuto venti anni nell’ombra per poi tornare e consumare la sua vendetta, con una maestria che sorprese soltanto quelli che non lo conoscevano. Vittorio era un attore totale che recitava con la voce, con il volto e con tutto il corpo. Di fronte ad un collega come lui, decollò anche Remo Girone, fino ad arrivare alla sublimazione del personaggio del Cattivo. Ora non avevamo più il Buono contro il Cattivo ma addirittura il Bene contro il Male. Mezzogiorno e Girone non furono due attori, ma due archetipi. Anche grazie a Luigi Perelli, il regista, Rulli e Petraglia gli sceneggiatori.
Ma la Piovra dovette registrare una perdita ben più grave di quella di Cattani. Aveva perso il suo protettore principale: Biagio Agnes, dimesso dalla direzione generale della Rai, in seguito alla vittoria del Caf (l’alleanza fra Craxi, Andreotti e Forlani) che volle al suo posto Gianni Pasquarelli.
La Piovra, mal sopportata fino a quel momento dai politici, subì attacchi da tutte le parti. Persino da alcuni membri del consiglio di amministrazione. Mi sentii in dovere, nell’interesse dell’Azienda che mi dava lo stipendio ma anche, oserei dire, per dovere civico, di difenderla in tutte le sedi, dentro la Rai e fuori.
Per la Piovra ricevetti anche una telefonata di Ugo Intini che mi disse di parlare a nome di Bettino Craxi. “Dovete smetterla” mi disse “perché Bettino è stanco, quando va all’estero, di sentirsi parlare della Piovra”. Insomma, il vecchio annoso e democristiano argomento dei “panni sporchi che si lavano in famiglia”, che il capo dei socialisti aveva fatto suo. Io gli risposi che la Piovra aveva avuto il merito di aver fatto prendere coscienza agli italiani del fenomeno mafioso e delle sue connessioni con il potere economico e con il potere politico. E poi mi sembrava più giusto ed opportuno che Craxi si preoccupasse dell’esistenza del fenomeno e non della sua rappresentazione. Ne parlai con Craxi, che capì le mie ragioni e si giustificò dicendo che era stata una iniziativa personale di Intini.
La sesta serie fu fatta a condizione che diventasse internazionale, che lasciasse l’Italia e la Sicilia. Evidentemente per alludere alla mafia come un fenomeno internazionale e non squisitamente italiano. Era molto bella ma il pubblicò calò.
Si fece anche la settima serie ma io non c’ero più. Risultò penalizzata dalla mancanza di un protagonista e di un antagonista. Remo Girone, infatti, si ammalò poco prima di iniziare le riprese ed il personaggio di Cariddi sparì dalla storia, per riapparire soltanto nell’ultima sequenza come promessa di nuove avventure. Bova risultò troppo immaturo e di scarso talento per reggere il confronto con i suoi predecessori, Placido e Mezzogiorno. La Millardet ripeté pari pari il suo personaggio, senza il sostegno di compagni di valore. Ma risultò penalizzata anche dal forfait dato dagli sceneggiatori Stefano Rulli e Sandro Petraglia che avevano dato alla Piovra una dimensione assolutamente irripetibile.
Forse bisognava mettere la parola fine sulla morte di Davide Licata, il personaggio di Vittorio Mezzogiorno.
Con Vittorio riprendemmo i rapporti, ci vedevamo spesso, andavamo a mangiare insieme, ci raccontavamo i progetti che avevamo in comune. Lui mi raccontava della sua vita avventurosa, che gli aveva portato due figlie con due mamme diverse. Una figlia, Giovanna, diventerà una delle migliori attici del cinema italiano. Mi raccontava anche della sua carriera, incominciata con Eduardo De Filippo. E quindi molti degli aneddoti riguardanti il grande maestro napoletano me li ha raccontati lui. Ricordo una serata in un albergo di Cannes, in cui Vittorio regalò tutto il suo repertorio “eduardiano” a una platea nutrita, molto divertita.
A un certo punto, Vittorio si ritirò in Toscana, perché gli avevano diagnosticato il male che se lo portò via. Di lui mi rimane la bella foto con dedica, che è qui incorniciata nel mio studio.












