di Giampaolo Mattia
L’Egitto ha è sempre stato un attore centrale nelle dinamiche politiche, economiche e sociali che interessano l’area mediterranea. Dalla funzione di mediatore nelle diverse fasi della questione palestinese, al ruolo di primo piano assunto nel conflitto libico, fino alla recente crisi sudanese e alle tensioni con l’Etiopia relative alla costruzione della Grande Diga del Rinascimento (al-Nahda), Il Cairo ha cercato di proiettare la propria influenza oltre i confini nazionali.
Tuttavia, tale proiezione regionale — sia nel contesto mediterraneo che, più ampiamente, africano — si configura oggi come fortemente contraddittoria. L’Egitto appare progressivamente indebolito dalla presenza di attori regionali più solidi e strutturati, nonché da una crescente fragilità interna. L’instabilità economica e sociale ha compromesso non solo lo sviluppo interno, ma anche la tradizionale funzione egiziana di mediazione nei conflitti regionali.
Come sottolineava Satiʿ al-Ḥuṣarī, uno dei principali teorici del nazionalismo arabo, “la natura ha dotato l’Egitto di tutte le caratteristiche e i vantaggi necessari per guidare la rinascita del nazionalismo arabo.” In questa visione, l’Egitto era concepito non solo come polo centrale, ma come guida del progetto panarabo, finalizzato all’emancipazione dal dominio coloniale. Oggi, tuttavia, tale ruolo appare fortemente ridimensionato. Il paese, pur essendo un “gigante” del Nord Africa, poggia su basi fragili. L’alto tasso di povertà, l’ampia disoccupazione e la dipendenza economica da attori esterni — in particolare i paesi del Golfo e le potenze occidentali — rendono l’Egitto estremamente vulnerabile.
Nonostante, la narrazione dominante in ambito geopolitico continui a descrivere l’Egitto come un attore stabile, tuttavia tale percezione è costantemente messa in discussione da cicliche ondate di dissenso popolare e mobilitazione interna. Un precedente emblematico è rappresentato dalla fase di mobilitazione innescata, agli inizi degli anni 2000, dalla questione palestinese, che portò alla formazione di movimenti sociali sempre più critici verso il regime di Mubarak e culminò nella rivoluzione del 2011.
Anche oggi, sebbene manchi una mobilitazione di massa comparabile a quella del passato, la questione palestinese continua a rappresentare una fonte di tensione per il regime. La prospettiva — paventata in più occasioni da Israele — di trasferire parte della popolazione palestinese nella Penisola del Sinai è percepita in Egitto come un rischio esistenziale. Le autorità egiziane si trovano così a dover gestire un duplice dilemma: da un lato, evitare di essere percepite come complici di una possibile espulsione forzata dei palestinesi; dall’altro, contenere l’impatto di una possibile crisi umanitaria interna, come già accaduto in occasione dell’afflusso di rifugiati sudanesi.
In questo quadro si inserisce la politica attendista e prudente del governo egiziano, sia nella gestione del Valico di Rafah — unico punto di accesso tra l’Egitto e la Striscia di Gaza — sia nella partecipazione ai tavoli negoziali. Contrariamente alla retorica che denuncia un presunto “accerchiamento” di Israele, Il Cairo (come molti altri Stati arabi) sembra perseguire un obiettivo prioritario: impedire che la questione palestinese, e in particolare la presenza di rifugiati, si traduca in un fattore di destabilizzazione interna.
Tale postura ha suscitato numerose critiche, soprattutto da parte dei movimenti di opposizione interni, che accusano il regime di complicità nel blocco degli aiuti umanitari a Gaza. La linea del presidente al-Sisi appare allineata alla politica estera dei suoi principali finanziatori — in particolare Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti — e all’orientamento dell’amministrazione Trump, il cui “piano di pace” articolato in 21 punti, presentato nel settembre 2023, ha mirato principalmente a non compromettere gli equilibri con i paesi del Golfo, anche a costo di scontentare in parte le aspettative israeliane.
Al centro della questione vi è il destino di Gaza: non solo l’occupazione israeliana, ma anche il destino degli abitanti della Striscia già pesantemente provati dagli attacchi israeliani. In tale prospettiva, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sembrano convergere verso una soluzione che consenta una futura leadership “accettabile” a Gaza, senza compromettere la propria stabilità interna o le relazioni strategiche con Israele e gli Stati Uniti.
La postura del governo egiziano in politica estera risente fortemente del fatto che il dossier palestinese non rappresenta l’unica criticità regionale. Un ulteriore e significativo elemento di tensione riguarda infatti la conclusione e l’imminente piena operatività della Grande Diga del Rinascimento Etiope (GERD), un’infrastruttura strategica che mira a sfruttare le acque del Nilo Azzurro per la produzione di energia idroelettrica. Tale progetto è percepito da Egitto e Sudan come una minaccia diretta alle proprie risorse idriche, in quanto potrebbe comportare una riduzione sostanziale della portata fluviale, compromettendo il fabbisogno quotidiano di acqua potabile, agricola e industriale.
Già nel 1979, l’allora presidente egiziano Anwar Sadat aveva dichiarato che “l’unica causa in grado di riportare l’Egitto in guerra sarà l’acqua”. Al di là della portata retorica di tale affermazione, essa rivela quanto la questione idrica sia percepita come esistenziale per il paese. Con oltre 100 milioni di abitanti e una dipendenza quasi totale dal fiume Nilo per le proprie risorse idriche, l’Egitto considera la gestione transnazionale delle acque fluviali una priorità strategica.
La costruzione della GERD, avviata dall’Etiopia nel 2011, rappresenta per Addis Abeba una leva fondamentale per avviare una nuova fase di sviluppo economico e infrastrutturale. La diga è progettata per fornire energia elettrica all’intero Paese, con potenziali ricadute positive sia nelle aree urbane che in quelle rurali. Inoltre, l’Etiopia ha già avviato negoziazioni con diversi Stati confinanti per l’esportazione di energia, indicando chiaramente che il progetto si configura come parte di una più ampia strategia di integrazione economica regionale, e non come una mera opera di interesse nazionale.
Tuttavia, la realizzazione unilaterale della diga ha suscitato forti reazioni da parte di Khartoum e, soprattutto, del Cairo. Il governo egiziano ha denunciato la violazione degli accordi fatti in questi anni durante le diverse visite di al-Sisi in Etiopia, accusando l’Etiopia di avere escluso gli altri Paesi rivieraschi dalle fasi decisionali e di avere agito in modo unilaterale, marginalizzando di fatto gli interessi vitali degli Stati a valle.
L’Egitto, in più occasioni, ha paventato l’uso della forza per tutelare i propri diritti idrici, arrivando a ipotizzare un’azione militare contro Addis Abeba. Sebbene tale opzione sembri oggi improbabile, rimane evidente come la questione della GERD abbia esacerbato le tensioni regionali, rivelando l’assenza di un meccanismo multilaterale efficace per la gestione dei beni idrici condivisi nel bacino del Nilo.
Restando nel quadrante meridionale, il Sudan rappresenta un’ulteriore sfida alla stabilità dell’Egitto. La guerra civile in corso da diversi anni, oltre a causare una drammatica crisi umanitaria, ha avuto ripercussioni dirette sul Cairo, in particolare attraverso l’arrivo di consistenti flussi migratori. Secondo le stime più recenti, circa 1,2 milioni di cittadini sudanesi hanno trovato rifugio in Egitto. Una cifra rilevante, che ha spinto il governo egiziano a mettere in campo una serie di politiche di accoglienza.
La situazione egiziana si differenzia tuttavia da quella di altri Paesi che ospitano rifugiati su larga scala, come il Ciad e il Sud Sudan, dove esistono strutture formali quali i campi profughi. In teoria, l’Egitto garantisce ai rifugiati sudanesi un’ampia gamma di diritti, tra cui l’accesso all’istruzione, al mercato del lavoro e ai servizi sanitari. Nella pratica, però, tali diritti risultano spesso fortemente limitati, e le autorità egiziane assumono un atteggiamento sempre più restrittivo e ostile. A ciò si aggiungono crescenti tensioni sociali, spesso sfociate in episodi di razzismo e discriminazione, in particolare verso i rifugiati provenienti dalle regioni non arabe del Sudan.
Oltre all’aspetto migratorio, l’Egitto è direttamente coinvolto nel conflitto sudanese che, dal aprile 2023, vede contrapposte le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF). Il Cairo ha da sempre considerato la stabilità del Sudan una priorità strategica, in quanto elemento chiave per la sicurezza del proprio confine meridionale. In questa ottica, il presidente al-Sisi ha perseguito una politica di contenimento del conflitto, sostenendo le SAF, alle quali è storicamente legato.
Tuttavia, il contesto regionale è reso più complesso dalla presenza di attori terzi, in particolare gli Emirati Arabi Uniti, che hanno apertamente sostenuto le RSF, in netta contrapposizione con la posizione egiziana. Tale divergenza strategica pone l’Egitto in una posizione ambigua e delicata: da un lato, Il Cairo è chiaramente schierato contro gli Emirati sul piano sudanese; dall’altro, non può permettersi una rottura con uno dei suoi principali partner economici e finanziari, responsabile di investimenti per circa 35 miliardi di dollari nel Paese.
Le tensioni tra Egitto ed Emirati sono emerse chiaramente durante l’incontro internazionale di giugno 2025, promosso dagli Stati Uniti con l’obiettivo di avviare un processo politico condiviso per la risoluzione del conflitto in Sudan. Le divergenze tra Il Cairo e Abu Dhabi hanno infatti ostacolato il raggiungimento di un’intesa. Non a caso, l’iniziativa diplomatica è passata successivamente nelle mani di attori considerati più “neutrali”, come Stati Uniti e Arabia Saudita, con l’obiettivo di facilitare una soluzione duratura.
Nonostante queste criticità, l’Egitto continua a essere percepito come un attore strategico per l’Unione Europea e gli Stati Uniti, soprattutto per il ruolo centrale che riveste in dossier fondamentali come la questione palestinese, la crisi libica e, appunto, il conflitto sudanese.
Tale centralità geopolitica ha contribuito a garantire al regime egiziano un sostegno internazionale quasi incondizionato, in particolare da parte dell’UE, che vede in Il Cairo un alleato imprescindibile per il controllo dei flussi migratori e la cooperazione in materia di sicurezza.
Tuttavia, a fronte di questa rilevanza internazionale, il Paese si trova a fronteggiare una profonda crisi economica interna, a cui né le riforme auspicate dalle istituzioni finanziarie internazionali né gli aiuti esterni sono riusciti finora a porre rimedio. Uno dei principali ostacoli alla ripresa economica risiede nella struttura dell’economia egiziana, fortemente dominata dalle forze armate. Il ruolo pervasivo dell’esercito come attore economico e industriale limita lo sviluppo di un settore privato indipendente, scoraggiando investimenti e iniziativa imprenditoriale. Questo rappresenta un nodo cruciale, in quanto qualsiasi tentativo di ridimensionare il potere economico dei militari rischierebbe di compromettere gli equilibri politici interni, minando la stessa sopravvivenza del regime.
Oggi, dunque, la stabilità del sistema egiziano non si fonda sulla legittimità popolare — come evidenziato dall’assenza di mobilitazioni di massa più ampie — bensì sulla sua funzione strategica nei principali scenari regionali. L’Egitto è, di fatto, considerato un Paese “too big to fail“, troppo grande per fallire: per la sua popolazione, per la centralità nella questione palestinese, per il ruolo nel Mediterraneo meridionale e per la sua posizione geografica cruciale nei flussi migratori.
Tuttavia, è lecito chiedersi: l’Egitto è davvero stabile? La risposta appare negativa. Un controllo capillare della popolazione e un alto livello di repressione interna non costituiscono elementi di stabilità reale, ma ne rappresentano piuttosto le fragilità strutturali. Tali aspetti assumono particolare rilevanza per l’Unione Europea e per i suoi principali Stati membri, come Italia, Francia e Grecia, che intrattengono storici rapporti politici ed economici con Il Cairo.
In questa prospettiva, la promozione di riforme democratiche e di uno sviluppo economico più inclusivo e meno centralizzato potrebbe rappresentare un elemento di stabilizzazione reale, basato sul consenso e sulla legittimità. Tuttavia, segnali concreti in questa direzione risultano, ad oggi, pressoché assenti. A pesare sul futuro del Paese restano il numero elevato di prigionieri politici, la crescente povertà, e un tasso di disoccupazione giovanile in continuo aumento.












