PULSIONI E CONDIZIONAMENTI PARTE QUARTA

SAGGIO A PUNTATE DI

Il tempo
“La maggior parte degli uomini protesta per l’avarizia della natura, perché siamo messi al mondo per un briciolo di tempo, perché i giorni a noi con-cessi scorrono così veloci e travolgenti…” così dice Seneca, e prosegue “non abbiamo poco tempo, ma ne abbiamo perduto molto. Abbastanza lunga è la vita e data con larghezza per la realizzazione delle cose più grandi, se fosse messa a frutto… non rice-viamo una vita breve, ma tale l’abbiamo resa.”


Per Seneca la dissipazione del tempo in attività, atteggiamenti, errori è il vero dramma ed è per que-sto che il poeta, forse Menandro, recita: “… piccola è la parte di vita che viviamo…”
Ecco che si manifesta fin da allora il senso rela-tivo del tempo, quello che ci fa sembrare un’eternità a scuola l’ora di religione e un attimo le ore passate in una vacanza piacevole.
Diceva un famoso filosofo, scherzando: l’uomo ambisce all’eternità, poi la domenica pomeriggio non sa cosa fare.
Ma guardiamo la morte con la lente di Seneca: sprechiamo molto tempo, ci avviluppiamo in proble-matiche sociali, spesso in litigi familiari, in chiac-chiere vuote, diceva Lacan, in bla bla bla diceva Heidegger, e quando per un motivo qualunque, una
malattia, un incidente cominciamo a temere la morte ecco che il tempo per risistemare le cose non c’è più. Vorremmo rimediare, lasciare tutto a posto, ma non è possibile perché anni di caos o di lotte hanno se-gnato il territorio.


Così spesso moriamo nella confusione, lasciando strascichi di disagi, di malcontenti, addirittura di odi. Negli ultimi periodi veniamo visti come quelli che devono lasciare qualcosa, e questo qualcosa deve andare nella direzione sperata, altrimenti na-scono conflitti e maledizioni.
Noi viviamo nel tempo, nasciamo con l’idea del tempo e dello spazio, poi Einstein ci insegna che il tempo non è uno, ma ognuno di noi vive il suo in relazione all’altro e alla velocità della luce, che per chi non lo sapesse è pari a circa trecentomila chilo-metri al secondo. Nell’Universo, quello descritto da Giordano Bruno, questo dato porta a conseguenze importantissime, ma per noi, sulla Terra, nella no-stra città o paese, il tempo è l’orologio al polso, è quel fenomeno ondulatorio, come il battito cardiaco dice Piergiorgio Odifreddi, che misura la nostra esi-stenza.

Il tempo è il mistero, come la nascita, non ab-biamo una dotazione iniziale, non possiamo nem-meno intuirlo, solo calcolarlo nello scorrere di un eterno presente che è presente passato e presente fu-turo. Possiamo pronosticarlo, con i dati della vita media, sempre che le condizioni permangano le stesse e tutto funzioni regolarmente, ma sappiamo bene che soprattutto in alcuni momenti storici, e questo ne è un esempio, la tranquillità sociale è mi-nata da molteplici fattori.
Viviamo con la cognizione del tempo breve, quello che ci fa capire il domani, il dopodomani, il mese prossimo, ma ignoriamo gli anni, il passare delle stagioni, gli stadi evolutivi.
Il meccanismo vitale è così lento che non ne per-cepiamo lo sviluppo se non a posteriori, quando ve-diamo un figlio crescere, o una metamorfosi sor-prendente che ci rende simili ai nostri padri, cui prima non somigliavamo affatto.

Eppure, invecchiamo
Il tempo, abbiamo appena visto, è relativo e se vogliamo sintetizzare il fenomeno, si è allungato, vi-viamo di più. Gli scrittori classici e Galimberti ci fanno capire che la vera essenza della vita non è poi così diversa da prima, in quanto una volta gli acca-dimenti erano concentrati, le responsabilità dei gio-vani molto maggiori, le guerre più frequenti.
Viviamo più a lungo, ci sembra di vivere più a lungo, ma posizioniamo gli avvenimenti con mag-giore lentezza, ce la prendiamo comoda non essendo prevalentemente aggrediti dalle faccende umane.
Se fossimo perseguitati da guerre, carestie o altre sciagure i nostri istinti di sopravvivenza si mettereb-bero in moto immediatamente, come succede ai ra-gazzini napoletani gettati in mezzo alla strada per procurarsi il cibo.
Assumiamo per buono questo dato, che però non ci esime dal prendere atto che, pur utilizzata diver-samente, la vita ha comunque un termine. Schopen-hauer considerava questo fatto come una necessità della natura, che ha bisogno, nel suo eterno irrazio-nale divenire, della nascita e della morte.


Superata la fase dell’illusione, anche chi ha fatto finta di non subire gli attacchi del tempo si trova fac-cia a faccia con il decadimento fisico e intellettuale, e spesso il fatto di aver prolungato la propria attività o di aver compiuto azioni non consone, non facilita l’uscita serena dall’esistenza.
Il confronto spesso temerario con ambienti più giovani e situazioni ambientali, come per esempio affari che richiedono grande impegno o velocità, o mogli con molti anni in meno, non rendono sereno il distacco e talvolta lo rendono amaro.
Allora, quando la senilità è ineludibile, quando il decadimento fisico non può più essere aggirato, al-lora qualunque anche minima ricompensa, direbbe Kandel, sembra gigantesca e la propria vita è nelle mani degli altri, siano essi parenti, infermieri, o vi-cini di casa.
Quello che una volta era il rifugio naturale, la fa-miglia, oggi prevalentemente non lo è più, e sono comparsi sostituti nella funzione, come gli ospizi e i badanti, destinati ad alleviare le pene di chi, pur non essendo indigente, non è in grado di sopravvivere da solo. La morte che tutti si augurano, con i presuppo-sti sopra descritti, è quella fulminea, nel sonno, ad-dormentarsi e basta, in modo da accorciare le soffe-renze ed evitare il capitolo della invalidità che ha poi qualcosa di miserabile e penoso.
Nessuno pensa più al lento e cosciente abban-dono della vita con i parenti intorno cui attribuire i beni e le raccomandazioni; le esigenze di oggi au-spicano che lo stacco sia incosciente e molto veloce, in modo da evitare i disagi.


I disagi della vecchiaia
Il più classico è il dolore.
Il decadimento fisico porta inevitabilmente a sof-frire, per la schiena, per i denti, per le malattie, per la glicemia. A una determinata età paghiamo il conto di tutto ciò che nella vita abbiamo fatto di sbagliato a livello alimentare, ma non solo. A questo si ag-giunga la naturale usura delle parti fisiche, cui ma- gari non abbiamo concesso una normale manuten-zione e che forse al contrario abbiamo stressato al massimo. Il fumo, l’affaticamento, l’ansia sono ve-leni che ci scavano dentro e che prima o poi si mani- festano in forme più o meno gravi. Talvolta appare anche quella che vorrei definire con il suo vezzeg-giativo volgare: la sfiga.
Tipiche della vecchiaia sono le operazioni chirur-giche, da quelle lievi, anca, ginocchio, a quelle più serie: cuore, reni fino ai famigerati tumori, seno, pancreas, fegato, prostata, ormai in alcuni casi cura-bili con una certa tranquillità.
Le operazioni segnano una svolta tra essere inte-gri e non essere più integri, con conseguenze psico-logiche notevoli.
L’uomo avvezzo a essere riferimento, pilastro, si-curo, deve accettare il ruolo dell’accudito, e le sue certezze possono franare in una lenta, ma costante depressione.
Ma vi è di peggio: il nostro corpo è il legame con il mondo, in fondo con la vita. Quel rapporto auto-matico, ma sostanziale con le cose, l’essere, con il nostro corpo, parte di un meccanismo del fare, del sentire, ci rende diversi dagli oggetti.
Il dolore ci riporta al corpo come strumento orga-nico, ci richiude in una realtà di isolamento che è l’anticamera della morte perché la morte è soprat-tutto non esserci più nel mondo che scorre.
Il problema economico diventa quasi sempre un aspetto vitale: la fragilità aumenta se non si è in grado di risponderle con soluzioni spesso costose, ed essere vecchi e poveri costituisce il massimo del- la fragilità sociale in un ambiente che è sempre meno solidale per colpa del denaro. Un vecchio be-nestante è un signore da rispettare, un vecchio po-vero è un ingombro. Ma non ci sono solo i disagi del corpo, per quanto questi siano preponderanti e in- fluenti nella valutazione della vecchiaia.
La vita personale subisce modifiche sostanziali: le persone anziane diventano fragili, emotivamente, caratterialmente e non sono più in grado, di media, di prendere posizione o al contrario di abbandonare una posizione. La paura del futuro li rende testarda-mente legati a principi magari superati dalla scienza e dalla evoluzione dei costumi.
C’è poi la solitudine, subdola sensazione di non facile previsione, che colpisce ovviamente in parti-colare coloro che non hanno più la famiglia, o coloro che l’avevano, e che hanno visto man mano spe-gnersi le persone che conoscevano. Significativo per me è stato l’esempio di un anziano ambasciatore: aveva vissuto un’esistenza piacevole, ricca di soddi-sfazioni anche materiali, ma non aveva previsto che a ottantacinque anni, ormai solo, avrebbe sofferto così tanto la solitudine, al punto da piangere più volte durante la giornata.
L’invisibilità, lo abbiamo detto, è il disagio che colpisce le persone di un ceto intellettuale superiore e che nella vita hanno ricoperto ruoli significativi.
Me ne parlò per la prima volta l’onorevole Lu-ciana Castellina, donna anziana di grande fascino e capacità intellettuale, spiegandomi come l’essere in-visibili, per chi in particolare era stato molto visi-bile, fosse una reale punizione giornaliera.
Sembra un ragionamento superficiale, ma come tutte le sensazioni vere e insopprimibili, pur rappre-sentando la conseguenza di una propria attitudine, anche l’invisibilità rischia di compromettere quell’equilibrio che nella senescenza è sempre diffi-cile da mantenere.

Il rapporto con la decadenza fisica
Invecchiamo molto lentamente, senza accorger-cene, soprattutto nei primi quarant’anni. Ci sembra di maturare, e dal momento che la vita, salvo traumi, ci riserva ogni giorno qualcosa di nuovo, nel la- voro, nella vita di relazione, tutto scorre in velocità e con piacevolezza. Siamo chiusi nel nostro divenire che è fatto di opportunità che cogliamo senza riflet-tere, seguendo solo l’onda che ci porta lontano, dove stiamo meglio o dove pensiamo si stia meglio.
Il flusso porta noi e tanti altri spesso nella stessa direzione, ma noi pensiamo di essere unici, anche quando stiamo palesemente ripercorrendo strade normali, tradizionali. Cresciamo nell’alveo della so-cietà che ci ha omologato ma non ci accorgiamo del tempo che passa, solo di quanto riusciamo a miglio-rare la nostra esistenza. Marquez scrisse che la prima volta che guardandoci allo specchio sco-priamo una minima somiglianza con nostro padre, allora vuol dire che stiamo invecchiando. Io stesso ho provato improvvisamente questa sensazione quando, in bagno, facendomi la barba, ho guardato di traverso lo specchio e ho visto le mani di mio pa-dre. Mi sono impressionato perché conoscevo già la frase di Marquez del bellissimo: “L’amore ai tempi del colera” e ho guardato ancora, e ancora ho rivisto le mani di mio padre, che oggi vedo sempre, come quelle di mio fratello.
Capii allora che mi stavo trasformando, anzi che mi accorgevo per la prima volta di essermi già tra-sformato. E la trasformazione, da un certo giorno, diventa effettiva, la pelle del viso si allenta creando borse e alterando i connotati, il naso si ingrossa, le cartilagini crescono, le mani si contorcono e si riem-piono di macchie, le gambe diventano secche e piene di segni antiestetici, il sedere crolla, i piedi si gonfiano, la pancia si dilata, il punto vita non c’è più.
Ma noi continuiamo a far finta di niente, appa-rentemente, adeguiamo i vestiti, assumiamo un’aria seria, allunghiamo le gonne, mettiamo scarpe co-mode, le donne si rifanno i seni: in realtà ci stiamo confrontando con il mostro, il nostro mostro inte-riore, con il quale faremmo volentieri a meno di re-lazionarci, ma che invece è lì, inevitabile, insostitui-bile, è dentro di noi.
Quell’essere così diverso e brutto siamo noi. Dobbiamo diventare amici, perché combatterlo, forse, lo abbiamo già fatto, senza alcun risultato se non minimo, e l’unica strada percorribile è quella che i creatori dei computer hanno chiamato reset, un continuo silenzioso adattamento fin dove è possi-bile. Che vuol dire adattarsi? Tecnicamente è una modalità che presuppone di accontentarsi di una situazione che è la migliore tra quelle che offre il no-stro essere invecchiati.
Vale per tutto, ci adattiamo inconsapevolmente o meno: una poltrona alta è meglio di una sedia, il cal-zascarpe lungo è meglio del dito, i pantaloni larghi sono meglio di quelli stretti, il golf è meglio del giubbotto, l’ascensore è meglio delle scale, la ber-lina è meglio della sportiva, il ristorante è meglio del panino, il film d’essai è meglio dell’azione, i capelli sono meglio corti. Potrei continuare all’infinito e ho parlato prevalentemente di prerogative maschili.
Le donne ricorrono alla chirurgia, mettono in mo-stra bocca e piedi, privilegiano un aspetto intellet-tuale, evitano la nudità.
Senza rendercene conto a sufficienza ci adat-tiamo a quello che è lo stato dei fatti, prendiamo len-tamente, ma non completamente atto che gli altri ci vedono non più come prima, ma come siamo, men-tre noi ci vediamo e sentiamo come prima. Avan-zando gli anni, gli altri non ci considerano, diven-tiamo invisibili, non più oggetto di un minimo inte-resse, se non, in un limitato numero di casi, econo-mico, e noi reagiamo, cercando di farci notare an-cora.
Jaspers, filosofo dell’esistenzialismo tedesco, nato nel 1883, ha messo in risalto il rapporto duplice che l’uomo ha con il proprio corpo: da una parte es-senza di noi stessi, dall’altra oggetto da contem-plare.

Cos’è una mano? È come un libro, la possiamo vedere, esaminare, eppure è una nostra appendice che reagisce a impulsi del nostro cervello, mentre il libro no.
Vediamo, perché la guardiamo con attenzione, che non è più la stessa mano di prima, non è liscia, magra, integra, si vede che ha lavorato, si vede che è usurata. Ma è la nostra mano, non possiamo cam-biarla, possiamo solo metterla in tasca.

La decadenza sessuale
Freud, nella creazione dell’inconscio, sosteneva che l’es, cioè l’essere, secondo una definizione di Nietzsche, fosse costituito da due elementi: la ses-sualità e l’aggressività.
La sessualità è sostenuta dal desiderio, dalla li-bido, come propellente per la prosecuzione della specie, che è fattore distinto dalla capacità sessuale intesa come meccanismo fisico di rapporto.
La senilità incide sui due fattori, ma non in ma-niera automaticamente parallela, e a causa delle di-sfunzioni che abbiamo descritto in precedenza nell’evoluzione dei costumi, la distanza tra desiderio e capacità si è ampliata a un punto tale che la scienza è dovuta intervenire, seguendo anche un preciso in-teresse commerciale, enorme in questo caso, per al-lineare i fattori o quantomeno per consentire un tem-poraneo allineamento.
Il desiderio, in una società che ne ha fatto una componente sociale primaria, non poteva che essere fortemente alimentato, e pertanto fotografie, film, internet, televisione hanno collaborato a coltivare il desiderio di tutti, e in particolare degli anziani, che diversamente avrebbero percorso la lenta discesa verso una assenza di impulsi sessuali coerente con il decadimento fisico. Oggi il desiderio è ben soste-nuto da immagini, video, fanciulle, veline, letterine, e offerte maliziose di ogni tipo che stimolano la fan-tasia. La liberazione sessuale all’insegna della vita-lità, dice Galimberti, è stato un modo sottile per esorcizzare la morte, per interdirla, per farne il di-svalore assoluto. Se non ci fosse la morte, la sessua-lità diventerebbe opaca, ordinaria, essa stessa morte. L’ostacolo della decadenza sessuale per la terza età non è fattore di poco conto, e crea a sua volta un divario tra donne e uomini, in particolare tra marito e moglie, dal momento che l’offerta sessuale anche solo visiva non trova soluzione nel rapporto con una anziana coniuge per quanto di buona volontà.
Infatti mentre l’uomo, spiega Lacan, viene at-tratto dal corpo a pezzi, “morcelé”, così come viene offerto oggi, grandi seni, gambe e sedere in evi-denza, la donna dà la sua preferenza al segno, come simbolo di rapporto. La scienza, risolvendo il pro-blema meccanico, ha dato grandi opportunità agli anziani maschi, ma li ha anche proiettati in una di-mensione, sostanzialmente virtuale, che può in al-cuni casi snaturare le condizioni ambientali e creare diversi disagi, anche fisici talvolta, non meno gravi del disagio che è stato curato.
Qualora non intervenga la chimica e questi effetti negativi non si verifichino, lo spegnersi del deside-rio, come fatto naturale, consente di vivere in una condizione di serenità prima sconosciuta.

Anche se, come dice Recalcati, sembra che gli uomini non desiderino altro, non vogliano altro che il rapporto sessuale, una volta che nella mente sono venuti meno quegli stimoli all’azione, il corpo non è sotto pressione, e può dedicarsi ad altre attività che precedentemente erano in ombra. È però necessario, in questa metamorfosi culturale prima che fisica, che l’uomo comprenda con assoluta coscienza, che la mancanza di pulsioni sessuali non deve voler dire contemplare per la prima volta il proprio corpo come corpo inanimato, organico, in astratto cadave-rico, perché ciò lo farebbe crollare in una spirale di depressione di difficile soluzione, ma che vi sono al-tri modi di rapportarsi con il mondo e pertanto con la vita, capaci di giustificare l’esistenza. Assorbita nel modo corretto, la decadenza sessuale all’età cor-retta è come essersi liberati di un problema, e di tutte le conseguenze a lui collegate, economiche, logistiche, sociali. Con questo non sto sostenendo che la scienza è un danno e che la scoperta del Viagra è opera del diavolo, ma semplicemente che talvolta le nuove medicine, irrompendo nella società con la vi-rulenza di un uragano, creano un tale rivolgimento che solo il passare del tempo riesce a plasmare.
Prima che le iniezioni di gioventù sessuale diven-tino un rituale collettivo e coerente con l’ambiente, sarà inevitabile sopportarne la divulgazione incon-trollata e negativa presso gli anziani che ambiscono a una intangibile capacità.

L’anziano agli occhi degli altri
C’è una grande differenza tra sentirsi anziani e scoprire di esserlo tramite i giudizi altrui.
Le neuroscienze ci hanno insegnato che i nostri circuiti nervosi nel cervello compiono operazioni automatiche delle quali non siamo in prevalenza co-scienti, tra le quali anche crearci una ricompensa per come ci sentiamo o vediamo allo specchio.
I nostri neuroni reagiscono all’immagine riflessa che è il risultato dei nostri sforzi di perfezionamento, tramite la rasatura, la pettinatura, qualche trucco, in-nescando un processo di soddisfazione che è il risul-tato che ci conferma che abbiamo raggiunto quello che volevamo, cioè la nostra immagine migliore.
Finché non raggiungiamo quel livello, ovviamente ognuno ha il proprio non smettiamo di perfe-zionare l’immagine, continuiamo a pettinarci, con piccole correzioni, passiamo una crema sul viso, le donne la matita sugli occhi, il fard sulle guance e al-tro ancora.
Siamo così convinti che quello che abbiamo visto allo specchio di noi stessi è quello che anche gli altri vedranno di noi.
E invece non è così: il sistema di assuefazione alla nostra immagine, unito al fatto che ci guardiamo normalmente nello stesso modo, nello stesso spec-chio, nella medesima posizione, fa sì che non ci ren-diamo conto che gli altri ci guardano da un’altra an-golatura, nel nostro complesso, da dietro e non dal davanti, di lato, e vedono di noi particolari che non conosciamo o che non esaminiamo mai.

Questa differenza porta a conseguenze sottili, ma significative: la decadenza della nostra persona in-fluenza il prossimo che si aspetta da noi atteggia-menti e comportamenti coerenti, mentre la nostra tendenza è quella di ritenere di poterci muovere se-condo l’immagine che lo specchio amico ci ha resti-tuito.
Si crea pertanto una disillusione, una frustra-zione, in quanto non ci è subito chiaro per quale mo-tivo le persone non rispondano al nostro appello così come immaginiamo, e la motivazione continua a sfuggirci, in quanto non siamo normalmente in grado di riposizionare la nostra immagine nella ca-sella temporale che le compete. L’invecchiamento ci sfugge fino a quando non è talmente palese da in-frangere lo specchio, direbbe Recalcati, e da sfug-gire a qualunque trucco: in quel momento di presa di coscienza, che può essere doloroso o salvifico, il
nostro essere si ricompone in un essere invecchiato, e ci guardiamo come ci vedono gli altri.
Vorrei alleggerire questi concetti con alcuni esempi di vita ordinaria: sarà capitato a tutti di os-servare la parabola discendente di una amica, bella, che incontrate saltuariamente, diciamo ogni due o tre mesi. La ricordate affascinante, con lo sguardo limpido, e la ritrovate sciupata, più del solito, la pelle del viso meno tesa, le gambe solcate da piccole vene, le braccia meno toniche. Dite dentro di voi: era così bella!
Bene, lo stesso sta accadendo a voi!
Anche lei vede che non siete più gli stessi, che il tempo ha spento il vigore e il vostro fascino.
Così avviene anche quando per strada incon-triamo una ragazza giovane e carina: la guardiamo con interesse, con un normale automatismo ma-schile, e pensiamo che usciremmo volentieri con lei e che lei uscirebbe volentieri con un uomo maturo e affascinante. Invece la giovane ci guarda e si allon-tana senza alcuna reazione in quanto ci ha catalogato tra le persone anziane. Dimenticare questo impor-tante passaggio ci espone a possibili brutte figure.
Ovviamente questo vale anche per le donne quando si attendono uno sguardo di interesse che non arriva.
Ricorderete sicuramente quel film di Woody Al-len nel quale l’attore si avvicina ballando a una bella ragazza, in un locale, e le chiede con finta disinvol-tura cosa farà dopo, lei senza degnarlo di uno sguardo gli dice: “Vattene sgorbio”, e lui si allon-tana facendo finta di nulla.
Allen, con la comicità intelligente che lo caratte-rizza, ha fotografato la realtà captando da una parte la velleità inconsapevole dell’uomo che si è fatto delle illusioni, e la totale sprezzante indifferenza della giovane donna che lo ignora.
Si tratta pertanto di adeguare gli atteggiamenti a questa realtà per non soffrire inutilmente.

ndt.: L’IMMAGINE IN EVIDENZA E’ DAL FILM ZARDOZ DI J. BOORMAN, CAPOLAVORO SULLA NECESSITA’ DELL’INVECCHIAMENTO


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