di Giorgio Fiorentini
L’azione economica deve tutelare le politiche attive del lavoro (PAL) in una logica di occupazione qualificata, in sintonia con il capitalismo sociale, sperimentando anche la filiera fra imprese sociali non profit e profit (per esempio le non profit come “aziende di salvataggio occupazionale” di imprese profit).
Le imprese sociali profit e non profit devono diventare incubatori capaci di assorbire e ricollocare i lavoratori espulsi dal mercato tradizionale, sviluppare nuove competenze di profilo lavorativo a causa delle crisi economiche e delle tecnologie in progress (si veda l’Intelligenza Artificiale, che in molti casi richiede la trasformazione delle competenze esistenti senza assumere il ruolo di “Leviatano privato”).
Il contesto di capitalismo sociale è un modello economico [Stakeholder Theory (Freeman), superando il modello “shareholder primacy” di Friedman; Creating Shared Value (Porter & Kramer); Economia civile (tradizione italiana) (Zamagni, Bruni); Impresa sociale e capitalismo inclusivo; Social business (Muhammad Yunus)] che cerca di conciliare il profitto aziendale (quindi di tutte le imprese sociali civiche: private e pubbliche, profit e non profit) con il benessere sociale e ambientale. Questo approccio si distingue per l’attenzione verso il mercato del lavoro, le comunità e l’ambiente, promuovendo pratiche aziendali responsabili e sostenibili.
È l’economia sociale intesa come un insieme, in continua crescita, di imprese sociali pubbliche e private, profit e non profit, formalmente organizzate, che si basano su molteplici tipi di risorse e cooperazione, con ancoraggi locali e processi decisionali democratici e partecipativi.
Cambia il paradigma dell’impresa, che diventa “impresa sociale”, e dell’economia, che assume il valore operativo di “economia sociale” ed “economia sociale di mercato”.
L’economia sociale di mercato è nata in Germania prima della Seconda guerra mondiale, con la scuola di Friburgo; poi è diventata la base del miracolo economico tedesco nel dopoguerra, espandendosi in Europa. Visti i risultati ottenuti in Germania, gli altri Paesi europei si sono convinti della sua efficacia.
I Trattati di Roma, di Maastricht, eccetera, hanno sancito l’utilità dell’economia sociale intesa come mercato, concorrenza, disciplina del bilancio pubblico, ma anche attenzione alla distribuzione del reddito e alla lotta all’inflazione. Nel Trattato di Lisbona si afferma formalmente, per la prima volta, che l’Unione europea ambisce a essere un’economia sociale di mercato.
L’inserimento lavorativo come creazione di valore è una politica attiva del capitalismo sociale che trasforma un costo sociale in un investimento produttivo, generando un ritorno economico misurabile per l’intera comunità.
Le politiche attive del lavoro (PAL) e le imprese sociali, profit e non profit, sono oggi strettamente interconnesse, soprattutto nel contesto italiano, perché condividono l’obiettivo di favorire l’inclusione sociale e l’occupabilità, in particolare delle persone più fragili.
Le politiche attive del lavoro (PAL) in Italia sono l’insieme di interventi pubblici (Stato, Regioni, Comuni, ecc.) finalizzati a favorire l’occupazione, migliorare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e accrescere l’occupabilità delle persone.
Un nucleo portante delle PAL sono i Centri per l’Impiego (CPI) e le Agenzie per il lavoro private, autorizzate a svolgere attività di intermediazione e somministrazione.
Purtroppo i CPI italiani hanno mostrato una bassa efficacia.
Con il PNRR si è attivato il Programma GOL (Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori), con percorsi personalizzati per il reinserimento rapido, l’aggiornamento delle competenze e una valutazione standard almeno dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP).
Questo ha comportato la profilazione delle persone disoccupate, un patto di servizio, il coinvolgimento di operatori privati accreditati, nonché il passaggio dal rimborso a Unità di Costo Standard (UCS) al Finanziamento Non Collegato ai Costi (FNLC).
Il FNLC rappresenta una modalità di erogazione dei fondi strutturali europei (FESR, Fondo di Coesione) per cui gli operatori non vengono più pagati per le attività svolte, ma per i risultati ottenuti.
Questo cambio di paradigma presenta luci e ombre: meno burocrazia e più orientamento ai risultati, ma anche rischi concreti da monitorare e contrastare, come il rischio di “creaming” (scrematura dell’utenza in base alla convenienza, a discapito dei segmenti più fragili), il rischio di occupazione e il rischio di concentrazione a danno delle imprese sociali non profit.
Il Patto per il lavoro dovrebbe trovare sintonia e sinergia con il Piano per l’Economia Sociale, per sviluppare cooperazione, imprenditoria sociale e civile.
Le PAL sono legate a doppio filo con le imprese sociali, profit e non profit, per creare un modello in cui il lavoro è uno strumento cardine per l’inclusione sociale e il rilancio economico.
Per esempio, il Terzo settore e il volontariato sono organizzazioni che presidiano, con il loro DNA operativo, i segmenti più fragili della popolazione e le generazioni di giovani (Generazione Z) e di “ancora giovani” (late Millennials).
Si tratta di una magnitudo di quasi 11,4 milioni di residenti che lavorano a vario titolo (8,9 milioni di Millennials e 2,5 milioni di Generazione Z).
La filiera tra pubblico, privato e non profit si stabilizza tramite le politiche attive, che hanno successo solo superando le vecchie rigidità tra Stato e mercato e sviluppando un rapporto con il “quasi mercato”, capace di evitare le storture del libero mercato ad libitum.
Occorre una “tripolarità integrata”, in cui le istituzioni pubbliche collaborano stabilmente con le imprese sociali, profit e non profit, per progettare percorsi di formazione, riqualificazione delle competenze e reale avviamento al lavoro.
L’impresa sociale non profit, grazie alla sua capillarità e prossimità sul territorio, intercetta i bisogni reali meglio del settore pubblico, offrendo risposte flessibili e personalizzate.
Il mercato del lavoro viene stabilizzato insieme alla stabilità sociale (tramite indennità di disoccupazione, cassa integrazione, tutela della maternità).
Dati per acquisiti i fondamentali della tutela economica, della sicurezza e della protezione sociale e organizzativa (per esempio lo smart working), contano anche il benessere psicologico e relazionale, la motivazione non economica, l’engagement, il senso del lavoro.
La conciliazione tra vita e lavoro, la flessibilità degli orari, un impegno lavorativo equilibrato, un clima organizzativo che valorizza le persone in senso olistico, insieme a una serie di indicatori di base che creano una base di oggettività su cui innestare la soggettività di valutazione, sono elementi di welfare lavorativo che, insieme al welfare aziendale, sviluppano il differenziale competitivo di un’impresa (per esempio la percentuale di dipendenti che hanno sviluppato obiettivi personali).
Bisogna adottare indicatori di performance (scorecard), assicurando l’equilibrio tra prestazioni di breve termine — misurate attraverso parametri finanziari — e fattori non finanziari.
Anche questo richiederà un welfare ad hoc, perché il lavoro si trasformerà in chiave tecnico-specialistica, con l’esigenza di dare senso al lavoro stesso.
Dare un senso al lavoro significa dignità, autonomia e cittadinanza. Le politiche attive devono essere la risposta strutturale a un mercato del lavoro che cambia più velocemente delle tutele. In un contesto segnato da trasformazioni digitali e produttive, da precarietà diffusa e da nuove forme di povertà lavorativa, si deve scegliere di costruire una proposta organica e ambiziosa per le politiche attive del lavoro.
L’obiettivo non è solo aumentare i numeri dell’occupazione, ma migliorarne la qualità: percorsi dignitosi, competenze riconosciute, protezione nelle transizioni. La formula imprenditoriale delle imprese sociali, profit e non profit, che compongono il capitalismo sociale, è garanzia di tutela.












