di Luigi Troiani
Gli anglosassoni, in modo meno barocco del nostro, chiamano lo studio delle relazioni internazionali anche International Politics, traducibile con “Politica Internazionale”. Si tratta di una scienza e di una metodologia cresciute nel corso del novecento, che hanno celebrato nel 2019 il primo secolo di insegnamento.
Si distingue da materie di prossimità come Diritto internazionale, Organizzazione internazionale, Storia dei trattati o della diplomazia, Storia moderna e contemporanea. Non è neppure lo studio della politica estera o delle politiche estere delle nazioni nel corso del tempo. Ha al contrario stretta frequentazione di settori scientifici come la politologia applicata, la sociologia della politica, la logica, l’antropologia dei popoli e degli stati, la psicologia sociale.
Nei fatti Relazioni Internazionali, in quanto insegnamento e ricerca, si dedica all’esame dell’insieme caotico dei risultati che nazioni e popolazioni, stati e altri soggetti generano nel corso del tempo e della storia umana.
Potrebbe quindi definirsi come il generoso e faticoso tentativo di conferire razionalità e semplificazione alla massa complessa, in quanto “spontanea” e scoordinata, di funzioni e rapporti generati in un certo tempo e luogo, da stati e altri attori di politica internazionale.
Ciò che interessa allo studioso di relazioni internazionali è scoprire le leggi che governano i fenomeni generati dalle azioni innanzitutto degli stati, ma anche di altri soggetti. Per cogliere l’obiettivo, i fenomeni sono considerati nel loro insieme come un tutto sistemico, individuando le frequenze dei comportamenti di stati e altri soggetti (le organizzazioni non governative ong, le chiese, i partiti, i movimenti d’opinione, i singoli quando rilevanti rispetto al sistema) al fine di individuare le leggi che li muovono, e derivarne teorie sulle ripetitività future. La correttezza della legge desunta dalle frequenze sta nella capacità di previsione, così come la sua fallacia sta nel prevedere comportamenti che nella storia effettiva non si daranno.
Utilizzando un sapere di derivazione deduttiva, lo studioso di relazioni internazionali partirà da un’ipotesi, per quanto abusiva, per generare una teoria e derivarne il modello utile alla comprensione dei fatti sui quali riflette. Se il modello si rivelasse non utile alla comprensione della realtà e alle decisioni che si ricercano, verrà sostituito da altro modello, ricercato attraverso lo stesso processo intellettivo.
Nella costruzione del modello, la teoria è chiamata a generare capacità di previsione e intervento, ad arricchirsi di pragma, così rifornendo il sistema internazionale di vantaggi quali la capacità di gestire e risolvere quadri di crisi.
In molti, si ritiene che il sistema internazionale vada analizzato come unità sistemica, dove la violazione della legge cibernetica che subordina l’autonomia delle parti alla funzionalità e all’equilibrio del tutto, orientato sul raggiungimento dell’obiettivo comune, può causare persino la distruzione del meccanismo sistemico. Quei molti ritengono anche che il sistema vada governato e abbia quindi l’onere di risolvere la spinta all’anarchia che gli viene inferto da taluni soggetti (stati riottosi, stati falliti, stati canaglia, multinazionali economiche onnivore, certe religioni militanti e aggressive, i centri della corruzione e del gangsterismo economico internazionale, movimenti terroristici).
Immanuel Kant, per fare un esempio, enunciò il concetto della “Federazione di popoli” come soluzione che il sistema internazionale avrebbe potuto conferire al problema della sua tendenza all’anarchia, che gli stati, per il loro assetto interno, hanno da tempo risolto, a ciò provvedendo attraverso figure supreme come la costituzione democratica, il dispotismo, l’assolutismo, la teocrazia.
Nel metodo adottato, il risultato dei rapporti che si realizzano quotidianamente nella comunità degli stati e delle altre organizzazioni, sono esaminati come se gli stati costituissero un sistema ordinato di rapporti sui diversi piani politico, strategico, economico, culturale. Pur sapendo quanto quel sistema sia continuamente teso a rendersi anarchico, si ipotizza che esso sia anche dotato della spinta all’organizzazione compatibile con le sue finalità, in particolare quella essenziale, senza la quale nessun’altra finalità potrebbe trovare realizzazione: la sopravvivenza.
Se si accetta la definizione che fa di un sistema il tutto unitario composto di parti, le funzioni fondamentali del sistema internazionale (politica, strategia, economia) risultano vincolate: l’una influenza e condiziona l’altra, specie nel lungo periodo. Ne deriva che, essendo il sistema internazionale uno, esso cresce o diminuisce, vive o perisce nel suo insieme. Come nel sistema corpo umano la salute delle parti vitali annuncia salute e vita per il corpo nella sua interezza, così nel sistema internazionale parti vitali infette (si pensi alla potenza nucleare affidata dal voto popolare a forze politiche nichiliste o integraliste) possono condurre a distruzione l’intero sistema. È altrettanto vero il contrario. Per questo il sistema deve darsi quanti più strumenti di governo e privarsi quanto più possibile di comportamenti anarchici.
Il sistema internazionale privo di autorità è in continuazione a rischio di deperimento, se non di sopravvivenza, perché fondato sulla lotta continua per la prevalenza e l’autoaffermazione, delle parti che lo compongono. E ciò, pur nell’evidenza che, se il sistema è uno, nessuna nazione può immaginare di condurre in proprio azioni in violazione dell’interesse sistemico, non essendo monade ma elemento dell’ingranaggio teso allo sviluppo nella pacificazione. Nessun soggetto dovrebbe sentirsi svincolato, nella scelta dei comportamenti, dal contemplare gli interessi delle altre parti, destinate ad essere competitrici o cooperatrici a seconda della situazione, ad operare in modo amichevole o avverso a detto soggetto.
Mandato di unità sistemica, significa anche che comportamenti contrari ai principi e agli stili della responsabilità collettiva vanno a ripercuotersi sull’intero sistema. Il che può darsi in positivo o in negativo.
Il quadro climatico del pianeta è un valido esempio: l’accumularsi degli effetti di comportamenti errati di parti costitutive del sistema ambiente, hanno dato luogo alla situazione di rischio dell’intero
ecosistema. Il problema capitale del secolo XXI è venuto all’epilogo senza aver prima trovato soluzione, anche perché il sistema internazionale non aveva strumenti per rispondere al cambiamento climatico e alla distruzione di biodiversità, per gli aspetti di anarchia e reciproca bellicosità che lo permeano. Al tempo stesso, la fiducia che, con gli accordi di Parigi sul clima e le successive Cop (Conferenza delle Parti), sia iniziata la lunga stagione del rientro dal rischio climatico, viene prodotta dal meccanismo multilaterale escogitato nell’ambito delle Nazioni Unite.
Né può darsi egemonismo capace di sostituirsi al governo sistemico condiviso, essendovi contraddizione tra l’interesse di un solo, benché grande e responsabile, e l’interesse generale. Il primo sarebbe al più un interesse parziale, incapace di identificarsi con l’interesse collettivo, il che stimolerebbe l’opposizione di altri attori.
Si veda il tentativo praticato dagli Stati Uniti, in seguito alla caduta sovietica, e al fallimento del nuovo ordine mondiale. L’hard power di un solo non ha saputo e potuto ergersi in garanzia di controllo ed equilibrio sistemico, che evitasse le tentazioni anarcoidi del sistema. Nel secondo decennio del nuovo secolo, la risposta russa prima, russo cinese poi, con il dispiegamento di forza in teatri nevralgici, ha convinto gli Stati Uniti a desistere dal progetto.
Tornando al tradizionale rapporto di alleanza con gli europei, gli Stati Uniti lanceranno, all’inizio del terzo decennio, un progetto che, pur ribadendo la valenza della forza, punta a valorizzare il piano dei diritti umani e del contrasto ai regimi autoritari.
Altra rilevante questione è quella della teleologia del sistema, delle sue finalizzazioni. Ci si chiede, ad esempio, se e quanto sia in grado di produrre pacificazione e sicurezza tra le nazioni, sviluppo
economico culturale e sociale, giustizia nel rapporto tra i popoli, espansione della democrazia e di forme di governo fondate su partecipazione e sussidiarietà.
(da La diplomazia dell’arroganza, L’Ornitorinco ed.)












