PIERO SRAFFA E L’EDITORE EINAUDI NELLA GUERRA FREDDA

di Salvatore Sechi

Antonio Gramsci, fondatore e leader del Partito comunista italiano (Pcd’I), morì nella clinica romana Quisisana il 27 aprile 1937.
Fin dal suo arresto e condanna nel 1928 ad opera del Tribunale speciale di Milano, a sostituirlo alla testa del partito, come coordinatore della segreteria, sarà Palmiro Togliatti che rivestirà anche la carica di vicesegretario del Komintern diretto da G. Dimitrov.

Gramsci non visse quanto bastava per rendersi conto che il suo amico più generoso e solidale, Piero Sraffa (fellow del Kings College di Cambridge, nel Regno Unito), non aveva mantenuto l’impegno, delicato e pericoloso, assunto con lui (e con la cognata Tatiana Schucht) nel periodo del Great Terror che infuriava in Unione Sovietica: l’esclusione di Palmiro Togliatti dal possesso e dalla gestione dei suoi manoscritti carcerari, noti come Quaderni dal carcere.

Questa decisione segnava la fine — con una grave separazione politica e personale a lungo celata ai militanti — della rotta di collisione maturata, verso la fine degli anni Venti del XX secolo, in seno alla leadership del comunismo italiano.

Tale esito fece seguito prima alla politica di esclusione di A. Bordiga, A. Tasca e P. Tresso e successivamente alle divergenze sulla linea della bolscevizzazione e sul “social-fascismo” impressa dal Komintern.

Il lungo rapporto unitario che ci fu tra Gramsci e Togliatti risaliva alla pubblicazione, a Torino, nel 1919, della rivista L’Ordine Nuovo (di cui anche Sraffa fu collaboratore). Ed ebbe un’interruzione significativa dal 1926 e per tutto il decennio della degenza di Gramsci in carcere e in clinica (1937).

Un tentativo di ritessere le fila di questa unità si può scorgere nell’opera assidua di “togliattizzazione” della Fondazione Gramsci, cioè di far prevalere nello studio della biografia di Gramsci e nella stessa storia del Pcd’I l’immagine (insieme ai ricordi e ai documenti) che Togliatti curò dopo il suo ritorno in Italia dall’Urss, dall’inizio degli anni Quaranta al 1964.

Per un lungo arco di tempo la Fondazione fu, con un ruolo declinante e diverso negli ultimi dieci anni grazie alla partnership Giuseppe Vacca e Silvio Pons, il fortilizio della rappresentazione di Gramsci che si può sintetizzare come segue: un fedele interprete del leninismo e, insieme (negando il carattere contraddittorio dell’operazione politico-intellettuale), esponente e garante dell’appartenenza del Pci alla tradizione e all’ideologia “nazionale” (F. De Sanctis, A. Labriola, R. Mondolfo ecc.); mastice dell’antifascismo.

Non a caso un redattore della Einaudi, Felice Balbo (comunista di origine cattolica), dovendo caratterizzare la linea di condotta editoriale unificante per le diverse culture (quella comunista, liberal-socialista e cattolica) confluite nella casa editrice postbellica (di cui era redattore), la esemplificò nell’Anti-Croce.

Non solo per la morte di Gramsci causata dai malanni devastanti acquisiti nel decennio trascorso nelle carceri fasciste, l’antifascismo venne issato come la bandiera di un ampio fronte politico e culturale non contingente.

In esso le forze “progressiste” del secondo dopoguerra si sono riconosciute. Anzi, su iniziativa soprattutto dei comunisti, hanno demonizzato, anzi criminalizzato, almeno fino a una decina di anni fa, come il fascismo che torna ogni tentativo di dare vita in Italia a una destra conservatrice, ma liberale, per intenderci, che collega i nomi di Ricardo e di Marx.
A rimetterli al centro del dibattito sono stati Maurice Dobb, con Economia politica e capitalismo, e Sraffa con la cura, e soprattutto l’introduzione, al primo volume delle opere di David Ricardo.

Poiché “il pensiero economico di derivazione marxista costituirà un vitale e originale contenuto della collana”, Giolitti propose la pubblicazione delle Teorie del plusvalore di Marx, L’accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg e Il capitale finanziario di Hilferding.

Contemporaneamente non escluse, ma enumerò i “classici non marxisti” come Petty e Cantillon (ancora inediti in Italia), insieme a quella che considerava come “la spina dorsale della collana”, cioè i Principi di Ricardo nell’edizione curata da Sraffa.

Non mancavano gli autori italiani (che Giolitti esemplificò in Galiani, Genovesi, Verri, Gioia, S.A. Bandini, G.R. Carli, G.G. D’Arco, G. Orsi, G. Palmieri, G. Vasco), insieme ai francesi e inglesi in parte inediti in Italia: Boisguilbert, North, Hume, Sismondi, Hodgskin, Jones.

Sraffa approvò la proposta di Giolitti, salvo escludere il volume di Hilferding–von Bawerk (“non all’altezza di un ‘classico’, specie per la risposta di Hilferding”), e manifestare dubbi sulla possibilità di trovare, tra i 50 italiani editi nella collezione di Scrittori classici italiani di economia politica, curata da Pietro Custodi (edita a Milano nel 1803-1816), qualcuno che andasse oltre la curiosità o l’erudizione.

Propose tre inclusioni: Imperialism di Hobson, i Nouveaux Principes di Sismondi e le Lectures on Justice, Police, Revenue and Arms di Adam Smith, che, malgrado il titolo, trattavano di economia.

Le due proposte editoriali di Giolitti e Sraffa, insieme al pregio di offrire per l’economia un apporto di conoscenze a lungo emarginato o ignorato come quello della linea Ricardo–Marx, avevano un grave limite.

Ora che la guerra fredda è terminata o è finita in un cono d’ombra, si può essere coraggiosi fino alla spavalderia. Si può, cioè, dire che assolutizzavano l’interesse per la storia del marxismo e dell’Unione Sovietica.

Approfittando dell’irriverenza o della malizia si potrebbe ricordare quanto Moshe Lewin amava dire: “chi conosce una cosa sola (una storia sola, un paese solo, una cultura sola) e non può quindi paragonarla con nulla, non conosce in realtà neanche quell’unica cosa”.

In queste pagine mi sono limitato all’esame della produzione saggistica einaudiana nel periodo delle Lettere editoriali di Sraffa.

Dopo il 1956, quando con la crisi ungherese l’impero sovietico comincia a sgretolarsi, si ebbe l’allentamento della presenza di Antonio Giolitti e un’attenzione del PCI più sensibile alle scelte della casa editrice: molte cose cambiarono.

La biografia politica personale di Sraffa va separata da quella di Antonio Giolitti. Mentre quest’ultimo sceglierà di fare il salto e condurre la propria battaglia sulle posizioni e nelle liste elettorali del PSI, e in seno allo stesso governo di centro-sinistra (fino a ricoprire l’incarico di ministro dell’Economia), lo studioso di Ricardo non negherà mai, almeno pubblicamente, il primato dell’URSS come presidio dell’antifascismo, forza internazionale di pace e speranza di un futuro di libertà e di eguaglianza. Un po’ come Franco Venturi negli stessi anni.

Una conclusione di questo tipo non renderebbe, però, giustizia della complessità e di una certa ambiguità della posizione politica di Sraffa. Oltre a dedicare uno sguardo privilegiato al comunismo sovietico (a cominciare dal 1930), malgrado il giudizio negativo dato sulle condizioni economiche dell’URSS, e ad avere rapporti con comunisti indisciplinati come Dobb da un lato e Gramsci, A. Tasca e A. Leonetti dall’altro, fino a metà degli anni Venti mantenne stretti rapporti d’amicizia col mondo del riformismo socialista: dal fondatore di Giustizia e Libertà (e suo amico carissimo) Carlo Rosselli al futuro banchiere Raffaele Mattioli.

Con loro e altri due bocconiani come Nino Levi, Fausto Pagliari, Alessandro Schiavi (tutti legati a Filippo Turati, Kuliscioff e G. Salvemini) condivise il riferimento al socialismo liberale e al Labour Party. Comune fu l’obiettivo di dare vita a un laboratorio di studi economici e sociali nella speranza di gettare le basi di qualcosa di simile a una Società dei Fabiani.

Accettò inoltre di collaborare — malgrado il giudizio negativo di Togliatti — con un giornalista socialista come Domenico Zucaro per la stesura della prima biografia di Gramsci, edita dai socialisti delle edizioni Avanti!.

Buon vicinato conservò con i socialisti riformisti di Milano, a cominciare dai sindacalisti (fu scelto come direttore dell’Ufficio Provinciale del Lavoro).

E, in presenza della grande crisi economica e sociale del 1929, condivise con il comunista Gramsci una proposta in parte affine, in parte più ampia dei Fronti popolari: affidare all’elezione di una Costituente popolare la transizione dal fascismo alla democrazia.

Sraffa e gli intellettuali degli anni Trenta.

La spiegazione non può essere circoscritta a lui, facendone un problema personale. In realtà sono gli intellettuali di mezza Europa che compiono lo stesso iter. Al pari di Sraffa mostrano poco o nessun interesse per il riformismo politico, le pratiche di governo delle socialdemocrazie e per la cultura del liberal-socialismo.

Nessun saggio di storia economica né di storia politica Sraffa propone a Einaudi sulle esperienze dei paesi scandinavi.

Si può dire che l’intero ceto degli intellettuali finì per subire l’infatuazione non solo del comunismo come sistema di idee, ma addirittura del bolscevismo stalinizzato.

A dare ragione di questo esito sono due elementi strettamente connessi alla crisi generale seguita alla prima guerra mondiale.

In primo luogo fu il prolungarsi, in maniera ininterrotta — salvo una breve parentesi a metà degli anni Venti — della crisi economica in Europa occidentale.

Venne letta e declinata come la fine del modo capitalistico di produzione e trovò, nell’intensificarsi dei conflitti di classe e nel successo della rivoluzione bolscevica dopo il 1917, la realizzazione di una grande utopia.

Grande come sempre, ma ora per la prima volta diventata possibile, cioè un evento abbastanza realistico.

La si vide realizzata nell’eliminazione del ceto dei capitalisti e nella creazione di una formazione statale (l’Unione Sovietica) che aveva il proprio epicentro nella “dittatura del proletariato”, nell’appropriazione da parte dello Stato dei mezzi di produzione e nella redistribuzione delle terre su larga scala.

Agli occhi di grandi masse impoverite e sbalestrate da tensioni territoriali e trasferimenti confinari, ma anche di molti intellettuali, era nato un modello alternativo di società.

Non riecheggiava nessuna delle nevrosi e inquietudini ad alta densità nazionalistica, come delle tensioni etniche che tormentavano il resto dell’Europa, ormai incamminata — in nome di una virulenta resistenza antibolscevica — sulla strada di una controrivoluzione anche preventiva.

In essa finirono per riconoscersi quanti traevano le maggiori angosce dal perpetuarsi e inasprirsi dei conflitti di classe: vecchi ceti possidenti espropriati, classi medie marginalizzate, strati di contadini indipendenti.

L’occhio e la sensibilità di Sraffa colgono un altro aspetto: quello del delinearsi, a ogni livello, di una violenza politica di tipo nuovo.

Non punta solo, come nel caso del fascismo e del nazismo, a fare piazza pulita dell’esistente, dei vecchi valori, sostituendoli con una modernità aggressiva, la mobilitazione delle masse, l’offerta di una cultura non ripiegata su sé stessa ma attiva e in prima linea nel cambiamento (come fu, per esempio, il futurismo in Italia).

La vocazione del fascismo e del nazismo fu più radicale e impressionante: si rivelò volta a distruggere non solo le comunità ebraiche, ma le stesse impronte, i caratteri primari della civiltà, anzi della stessa umanità.

Fu un attacco massiccio e forsennato contro la ragione, il trionfo di una sindrome irrazionale su scala allargata. Ormai si era in preda alla negazione del diritto non alla felicità, ma alla stessa vita, al suo valore elementare.

Continua…