di Filippo Scimè
È difficile pensare che Gesualdo Bufalino possa essere considerato un grande scrittore del Novecento, se egli stesso rifuggiva da questa ammiccante etichettatura, e se, come diceva lui: dopo Leopardi tutti avrebbero dovuto posare la penna.
Per via della sua affascinante esistenza terrena, di quel Novecento, Gesualdo Bufalino, nato a Comiso il 15 novembre del 1920, rappresentò un curioso caso nato con Diceria dell’untore e segnò l’ingresso nell’ambiente letterario nostrano di un professore liceale in pensione che, sfuggito alla tentazione e al desiderio di immaginarsi autore postumo, decise, dopo un’estenuante lotta con il suo primo editore, di scardinare le serrature dei suoi cassetti. Le opere a lungo conservate rassomigliavano a crisalidi che, dopo un lungo stato metamorfico, erano riuscite a divenir farfalle. Questo tourbillon tra prosa e poesia, tra il mondo e un io sommesso, ci ha consegnato nuove opere che, reinterpretando la struttura tradizionale del romanzo, erano le primizie sconosciute di un giardino per tanti anni coperto da una coltre fitta e densa. Fu così che il professor Bufalino, che aveva letto più libri che vissuto giorni, dominò la scena letteraria per tutti gli anni Ottanta e Novanta.
L’avvicinamento progressivo alla pubblicazione ha evidenziato un coacervo di scelte narrative che abbracciano svariati campi: in primis la traduzione di autori francesi e spagnoli, letteratura che traduceva e recuperava la sensibilità di un disperato lettore che tra mille difficoltà leggeva ciò che aveva modo di arrivare sull’isola, spesso in edizioni approssimate e ridotte, parafrasate in maniera fortuita e spesso senza rispettare l’armonia del testo e la struttura metrica tra i quali ricordiamo: Baudelaire, La Fayette, Toulet e Giradoux (I Fiori del male, L’amor geloso, Controrime, Susanna e il Pacifico), brandita orgogliosamente come ultima arma a difesa della propria intimità.
Proprio le traduzioni furono la prima delle mosse del duello tra il primo editore (Sellerio) e lo scrittore. Non sono stati tanti gli scrittori, nati primariamente come traduttori; ed è stato studiato recentemente come la traduzione in Bufalino diventi iper-lettura, cioè lettura intimamente focalizzata a ripercorrere le tracce lasciate dall’autore amato e allo stesso tempo a raccoglierle e perfezionarle durante il processo traduttivo; quindi, dell’attento scorgitore dei movimenti, degli andanti, degli allegri, che replica altre musiche lette da un medesimo spartito.
Poi va annoverato all’interno della breve produzione narrativa la riproposizione di un pantheon mnemonico delle proprie radici, che scandagli i ricordi dei primi passi sulle antiche basole paesane (Museo d’ombre) e ne decifri una geografia del paesaggio che va estinguendosi, dove non rimane nemmeno la polvere e la memoria diventa un perenne gioco a tenere accesa una luce fioca, prossima al buio; è questo l’eterno gioco del mondo: accendersi e spegnersi.
Decisamente accesa rimane la fiamma della poesia, che in Bufalino è inevitabilmente esercizio di memoria poetica, vale a dire giocare con l’ispirazione come costruzione del proprio io, che rievoca colori, suoni; e che poi tende a diventare afflato, come nella dichiarazione d’amore a una donna che diventa arancia, nuvola e paese nel suo essere semplice e consolante. Una memoria che rivive nel suo brillante testamento poetico (L’amaro miele) che recentemente ha inglobato parte della produzione poetica e dei primi esperimenti giovanili, usciti dalle carceri dell’oblio.
Lo scrittore ha prestato la penna via via a generi che lo portassero verso sentieri già battuti dal lettore vorace e prestando il fianco alla favolistica riproposizione di un diario-racconto (Argo il Cieco). A questo macrocosmo letterario si aggiungeranno le riflessioni sulla vita, sulla contemporaneità, confluite in un’unica silloge (Cere Perse), dove lo scrittore assume contorni e fisionomie del saggista; e il gioco continua sino a transitare nel brillante progetto di una commedia storico-mitica in cui maschere storiche diventano eroi di racconti (L’uomo invaso e altre invenzioni); sono anni in cui Bufalino acquisisce una relative tranquillità e diventa scrittore consapevole, fedifrago di varianti che tormentano il lungo processo della composizione, che passa fasi stratificate di un continuo labor limae che è arricchimento, ripensamento, contorsione. Approderà anche alla compilazione di un florilegio di aforismi che ha la ciclicità dei mesi e l’eternità di cui sono privi gli anni; come a spiccicare i fogli di un immaginario block-notes notturno e a relegare all’aforisma il brillante compendio di motto e massima, quasi un centone di memoria, di memorie di letture che si moltiplicano e si amplificano (si pensi a Il Malpensante. Lunario dell’anno che fu) ed infine una lodevole riproposizione della struttura a cornice mescolata al divertissement letterario di ottocentesca memoria (Le Menzogne della notte).
L’inizio degli anni Novanta segna l’ingresso in una fase in cui l’esplorazione del mondo e delle cose sembrano gradualmente affievolirsi, come se il troppo clamore, scaturito dai suoi pensieri, abbia risvegliato una congenita attrazione per il silenzio, un letargo che consenta di allentare il rapporto con il lettore. È una fase matura, dove gli ultimi sgoccioli del Novecento si sgretolano su ripensamenti più ampi all’interno della sua produzione narrativa. L’unica eccezione sarà rappresentata dalla personale volontà di diffondere le proprie opere a un gruppo di pochi amici, un nido protetto che gli consentirà di scavalcare l’eterno confronto con il lettore, sempre problematico, come se nella sua produzione affrontasse un’etica verso il lettore che oggi, dove c’è un egocentrismo di fondo e una ricerca del successo, è scomparsa. Da questi lambiccamenti nascono: Calende Greche e il Guerrin Meschino, lavori caratterizzati da edizioni sibi et paucis che rifuggono da un’iniziale pubblicazione per poi approdare, con buona pace dell’editore e dell’autore, al pubblico. La periegesi letteraria si concluderà con Tommaso e il fotografo cieco, nel quale la menzione di un incidente stradale annuncerà il suono di una triste profezia.
Ma la lettura di Bufalino può davvero risultare un esperimento interessante? Può anche darsi e ciò potrebbe verificarsi a patto che il lettore si presti ad ammirare una sperimentazione linguistica che raduna un’affascinante miscela di musica e di cinema, un continuo lavorio su di sé e per sé stesso, la cui fermentazione produce un balsamo delicato, anelando a un profumo che annienti l’afrore della contemporaneità, o per meglio usare le parole di Bufalino, l’ossificazione del mondo ossia la banalità che ci imbriglia nel balenio di giorni troppo simili a sé stessi.
Non si disperda pertanto un patrimonio così prezioso di prosa aulica, di una voce dalla cadenza sicula che al petulante microfono di Piero Chiambretti, come unico rimedio ai malanni sociali, scandiva il refrain: “libri, libri libri!” e investiva di dignità regale i maestri elementari, gli unici in grado di sconfiggere la criminalità. E allora sarebbe più semplice imbattersi nella selva oscura dei libri per uscirne, indenni, con uno dei suoi (artisticamente pregevoli sono le nuove edizioni Bompiani), brandendolo come rimedio per placare la curiosità e per scoprire, al di là di qualsiasi panegirico, un grimaldello contro il silenzio, un apriti-sesamo verso un modo di concepire la letteratura alta, lo specchio riflesso di un indecifrabile io che oscilla tra essere e non essere, e che forse aveva già previsto che non sarebbe mai stato, o sarebbe passato di moda. Mi congedo lasciando in calce una poesia tratta dall’unica raccolta poetica scritta da Bufalino: l’Amaro Miele. L’accostamento di due antitesi prefigura già un sottile gusto per le partiture scandite dell’ossimoro: segno della contraddittorietà della vita.
Un segno con l’unghia
Di questa terra di uve soavi,
cuore, ti scorderai,
dell’erba che tremava al soffio della luna,
delle corse, dei baci, dei mandolini.
Sulla tua soglia, ora che il tempo s’inferocisce,
non son rimaste che rondini uccise,
e cenere di passi, cenere di parole.
Richiudi, o cuore, il libro del tuo giorno:
accanto a un viso fa’ un segno con l’unghia [1].
[1] da La Festa breve in L’Amaro Miele, Einaudi, 1996.












