di Annamaria Barbato Ricci
Non sempre le saghe letterarie rispecchiano le aspettative dei lettori fidelizzati.
Scrivo delusa dall’ultima fatica letteraria di Stefania Auci “L’alba dei leoni – La saga dei Florio”, romanzo edito, come i due precedenti, “I leoni di Sicilia” e “L’inverno dei leoni”, da Nord.
Ero stata entusiasta dal primo volume della trilogia, ossia quello da cui tutto il clamore partì, provocando una grande curiosità nazionale (mi riferisco alla comunità degli italiani leggenti, ossia un’enclave sempre più rarefatta) verso la famiglia Florio, i suoi fasti, la sua involuzione, inseriti in un affresco storico che padroneggia l’ausilio delle fonti archivistiche e dei racconti familiari.
Un pezzo della storia d’Italia, dove la Sicilia diventò il baricentro della mondanità europea, che è persino trasmigrato in una serie tv di successo con accurate ambientazioni e ricostruzioni. Un viaggio fascinoso nel nostro passato, quasi fino ai giorni nostri.
“L’alba dei leoni”, però, è la dimostrazione che non si è potuta tirare troppo la corda. Mentre nei due libri precedenti l’autrice ha attinto da un materiale ampissimo e da suggestioni ancora vive nella memoria collettiva, dove la mitica Franca Florio dalle collane di perle dono del marito come risarcimento delle “distrazioni” dal vincolo matrimoniale (questa leggenda fa il paio con i favolosi fili di perle della Regina Margherita, sua coeva) e dipinta da Boldini in tutta la sua maestà emoziona ancora i lettori, con “L’alba dei leoni” l’uso della fantasia è totale, quasi un romanzo d’evasione, con pochissimi reali riscontri storici d’archivio, quantunque riporti situazioni dolorose e tristi, perché, dalla scia di morti e povertà, ambizioni e disagi sociali, nasce comunque il lieto fine.
La famiglia Florio, agli albori, era una famiglia povera, di semi analfabeti. con un pater familias fabbro, insediato da una generazione in un borgo misero della Calabria borbonica, Bagnara, paesello in una condizione feudale e con i briganti nel circondario.
I poveri, in genere vinti, non scrivono la storia (a meno che tu sia Giovanni Verga e partorisca i Malavoglia); a maggior ragione, quantunque i Florio calabresi avessero potuto lasciare traccia, ci pensò un catastrofico terremoto nel 1783, seguito da un altro nel 1799, a cancellare tutto e a lasciare macerie e disperazione.
La finzione letteraria è certamente una nobile cosa; ma chi legge dev’essere consapevole che tutto è architettato di sana pianta e di reale c’è forse solo la ricostruzione di un albero genealogico e poco più.
I lettori “forti” fecero da traino al tam tam che accompagnò il successo de’ “I leoni di Sicilia”, creando un vero fenomeno mediatico.
Il sensore che “L’alba dei leoni” non incontri il gusto del pubblico il quale, probabilmente per istinto, non lo accoglie con identico entusiasmo, sta nelle vendite in libreria.
Io utilizzo come pietra di paragone le vendite della libreria sotto casa, l’attivissima “indipendente” Koob di Piazza Gentile da Fabriano.
Dalle 300 copie acquistate lì dall’uscita dei “Leoni di Sicilia”, ci si è attestati alle 140 della seconda “puntata”, “L’inverno dei leoni”.
Certo, questa terza avventura editoriale dei Florio e di Stefania Auci è, in confronto, uscita da pochi mesi: ma io sono stata quella che ne ha acquistato l’ottava copia.
E’ innegabile, il pubblico fa presto a disamorarsi; i sequel e i prequel raramente reggono il passo volume che rappresenta il fenomeno letterario di lancio ma, se devo essere spietatamente sincera, è solo perché ho un senso del dovere spiccato quando approccio un’opera: quasi un imperativo categorico m’impone di leggere fino all’ultima riga. E in questo caso arrivarci mi è costata fatica.












