OLIVIER MESSIAEN 1908 – 1992 ORNITOLOGO

Ornitologo. Così voleva essere chiamato, invece che musicista. Come mai?

Un bel giorno (1951) gli commissionano un brano difficile da far eseguire ai flautisti del Conservatorio di Parigi per verificare il loro livello di bravura. Nasce “Il Merlo”, per flauto e pianoforte e insieme a questo pezzo spunta la reputazione di ornitologo–musicista che lo accompagnerà per tutta la vita.

Un po’ di cifre e di date per cominciare. Olivier entra, anche lui come tanti colleghi, prestissimo, a undici anni, al conservatorio di Parigi. A ventitrè anni diventa organista titolare della Chiesa della Trinità di Parigi, e tanto gli piace la panca del magnifico strumento di quella chiesa, che ci rimane seduto sopra fino a ottantaquattro anni, quando muore.

Nel 1940, viene fatto prigioniero dai tedeschi e rinchiuso nello Stalag VIII dove, grazie al sostegno di uno di quei simpatici e colti ufficiali nazisti, appassionati di camere a gas ma anche di musica, gli viene permesso di comporre e fare eseguire davanti ai compagni di prigionia il suo famoso “Quatuor pour la fin du temps” per clarinetto, violino, violoncello e pianoforte, una formazione un po’ così, non per suo capriccio, ma perché quelli erano gli sgangherati strumentisti che aveva a disposizione fra gli internati.

Finita la guerra e salvata la pelle, Messiaen si interessa alla musica indiana e a quella dell’antica Grecia, nonché ai ritmi più strambi, agli strumenti esotici o tecnici, come il gamelan indonesiano e le Ondes Martenot, e anche ad attrezzi più curiosi come l’eolofono e il geofono (la macchina del vento e quella della sabbia).

E intanto percorre fino alla pensione tutta la carriera di insegnante di conservatorio, una carriera relativamente tranquilla, illuminata però dalla sua stupefacente folgorazione ornitologica musicale.

Anche se già aveva utilizzato sue trascrizioni del canto degli uccelli in precedenti composizioni, da “Il Merlo” in poi queste diventano il filo conduttore imprescindibile di quasi tutto quello che scrive.

Convinto che gli uccelli siano i più grandi musicisti della creazione, si mette a raccogliere, registrare, catalogare, da scienziato, i loro versi, per poi trascriverli, da musicista, per l’orchestra o il pianoforte. Ogni volta che ha un concerto da qualche parte, preferibilmente esotica, del mondo si ritaglia un paio di giorni per le sue escursioni, non va neanche a dormire e all’alba, accompagnato dalla moglie che oltre a essere una robusta camminatrice è anche una raffinata tecnica del suono, sovraccarichi tutti e due di una bella attrezzatura di microfoni e registratori da campo, parte per foreste e paludi a raccogliere trilli e pigolii.

Alla fine la più completa di queste raccolte si chiamerà, anche se non è un titolo molto originale, “Catalogue d’Oiseaux” e merita un ascolto, soprattutto per capire di cosa stiamo parlando.

Messiaen sa bene che gli uccelli sono più piccoli degli uomini e hanno un cuore che batte più rapido; il loro canto è più alto e veloce, perciò per riprodurlo e adattarlo agli strumenti e all’orecchio umano, lo dilata nel tempo, lo abbassa di vibrazioni, allarga gli intervalli, lo arricchisce di poesia e di bellezza, arriva perfino ad abbinarlo a colori e sfumature che gli servono per raccontare meglio questa magia; talvolta lo riproduce con strumenti a percussione.

Insomma, in realtà il suo è un pretesto tecnico-artistico per inserirsi nell’armonia del creato e così soddisfare anche la sua fortissima spinta religiosa (”Il primo aspetto della mia opera, il più nobile, il più utile, il più solido, il solo forse di cui non mi pentirò al momento della mia morte”), e senz’altro gratificare anche un suo vivo senso dello spettacolo che gli fa scegliere come soggetti manifestazioni di fede un tantino più pittoresche, come la predica agli uccelli di San Francesco, mettendo naturalmente sul podio del solista l’allodola, il cui canto è il più vicino alla lode di Dio.

“Musica da acquasantiera”, definisce la sua opera quella malalingua di Poulenc, ma noi ce ne infischiamo perché di sicuro si tratta solo di invidia.

Di lui un altro collega, più ben disposto, ha osservato che “Messiaen fu un ornitologo più coscienzioso di tutti i compositori e un osservatore del canto degli uccelli più musicale di tutti gli ornitologi che lo avevano preceduto.”

E lui stesso aggiunge una cosa interessante e illuminante quando dichiara: “Ho ricercato davvero tanto, ma ho sempre fatto in modo che questo non nuocesse alla qualità sonora: un’opera musicale dev’essere interessante, gradevole da ascoltare e toccante e non un arido elenco di dati”. Ascoltare per credere.

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