Intervista a Luigi A. Chiarello
di Annamaria Barbato Ricci
Da oltre vent’anni, per Luigi A. Chiarello il mondo rurale non ha segreti con l’inserto settimanale Agricoltura Oggi del quotidiano economico Italia Oggi, supplemento che è letteralmente una sua creatura.
Nulla sfugge ai suoi sensori e a quelli dei suoi collaboratori che raccontano davvero cos’è l’agricoltura ai giorni nostri e i trend che si registreranno in tempi futuri. D’altronde, da accademico dei Georgofili ha una particolare sensibilità sul tema e la sfodera tutta.

Ha patrimonializzato in quest’arco di tempo infinite informazioni e le ha incrociate con il suo know how multidisciplinare, fra filosofia, arte, storia dei popoli, religione, esoterismo e persino scienze varie e genetica agricola.
La laurea in Scienze economiche e sociali presso l’Università della Calabria, il primo campus universitario italiano, il cui Rettore-fondatore fu Beniamino Andreatta, gli ha dato tante chiavi di interpretazione della realtà che si ravvisano nel suo recente romanzo; ciò va ad aggiungersi alla sua capacità di guardare le notizie dietro l’apparenza, il mitico cui prodest che si ritrova negli insegnamenti di Giovanni Falcone: “Follow the money” (che è stato però anche il titolo di un libello di Carlo Marx).
Di quest’incrocio multitasking è figlio il suo primo romanzo, “Nel nome del pane” (edito da Guerini e Associati), un intricato intrigo che ha sullo sfondo alcuni delitti legati al mondo delle commodities e dei consumi agroalimentari, ma che si presta a stratiformi letture e sconvolgenti rivelazioni.

- Quale è stato il momento in cui hai concepito questo romanzo plurisensoriale?
A partire dal 2021 cominciarono a esplodere le narrazioni sui media legate al cambiamento climatico e alla transizione ambientale. Da quel periodo in poi, ho visto sempre di più i giornali riempirsi di un profluvio di accuse contro l’agricoltura tradizionale e, in particolar modo, contro l’allevamento e il consumo di carni, al punto che, sulle prime pagine dei giornali e nei Tg spesso le mucche venivano dipinte come delle serial killer per via delle loro emissioni climalteranti. A ciò si aggiungeva una diffusa campagna sugli effetti cancerogeni delle carni rosse, con un’amplificazione dovuta al diffondersi delle sensibilità animaliste.
A quel punto mi sono chiesto se davvero la zootecnia fosse così pericolosa per l’ambiente e così determinante nel cambiamento climatico.
- E lo è davvero?
Ha un impatto, come tutte le attività umane, ma fatta cento la torta delle emissioni climalteranti, l’agricoltura incide per circa il 14% e di questa quota la zootecnia pesa per poco più della metà.
Al contrario, il 70% di queste emissioni di CO2 è causata dalla produzione di energia nel suo complesso. Quindi, perché criminalizzare le placide mucche?
Mi son perciò reso conto che motivazioni giuste, come la ricerca di una maggiore sostenibilità ambientale, possono essere piegate a interessi di bottega, perseguiti attraverso cambiamenti indotti dei consumi, per concentrare la ricchezza in oligopoli, rottamando così la nostra plurimillenaria cultura alimentare.
Per toccare l’anima dei lettori, mi resi conto che un saggio ricco di dati dimostrativi e dimostrabili non corrispondeva al mio obiettivo, ossia diffondere la consapevolezza facendo vivere nell’immaginario del lettore i rischi che corriamo.
La strada del thriller era quella più immediata e “digeribile”, ma anche più coinvolgente.
- Hai condotto il lettore in un viaggio che tocca tappe fatidiche. Naturalmente, Campana, il paese di origine dei tuoi genitori, rappresenta uno dei luoghi che hai scelto. Ma ci sono anche oggetti e opere d’arte che rappresentano lo strumentario del tuo racconto. Quanto tempo hai impiegato per allestire tutto questo scenario?
La scintilla, come ti dicevo, è scoccata nel 2021. Il testo ho cominciato a scriverlo nel 2022, nei residui del tempo libero, sempre più assorbito dal lavoro e dividendomi fra Milano e Aosta, dove risiede la mia famiglia.
- Ah, allora il sator circolare della Collegiata di Sant’Orso di Aosta lo hai interpretato de visu…
Non solo, l’ho studiato da vicino, così come ho approfondito tutte le opere d’arte citate nella costruzione della vicenda. Ad esempio, il Cenacolo Vinciano, la Basilica di Sant’Ambrogio, il Codex purpureus rossanensis, la statua della Fede presso la Gran Madre di Torino e poi tutti i luoghi in giro per il mondo, fra cui Israele, che ho intrecciato alla mia narrazione.
- I tuoi sono personaggi che hanno una carica di simbolicità assai intrigante. Ci sono persone a cui ti sei ispirato?
Naturalmente, ciascuno di essi rappresenta un mélange di caratteristiche che ho riscontrato nei miei incontri dell’intera esistenza. D’altronde, ciò che scriviamo non può prescindere dalle nostre esperienze personali. La realtà è un ingrediente imprescindibile della creatività.
- Il libro è pieno di colpi di scena. Sembra una sceneggiatura. Te ne sei reso conto mentre lo scrivevi e facevi l’editing?
Dovendo catturare il lettore in un viaggio attraverso la nostra antropologia, la nostra cultura alimentare, la nostra storia, i nostri valori religiosi ed etici e dovendo metterlo in guardia sui rischi economici, sociali e nutrizionali, ho scelto di scrivere questo thriller con frasi brevi, capitoli agili e brucianti, chiavi simboliche stimolanti e, anche, chiose di suspence che trascinassero a continuare la lettura. Quindi, in un certo senso, sì: ho cercato di avvicinarmi il più possibile al canovaccio di una sceneggiatura. C’è un protagonista collettivo con più persone coinvolte nella trama in cui il lettore può immedesimarsi. Quel che appare non racchiude tutto ciò che è e la realtà non si può riassumere in uno scontro manicheo. Non tutto ciò che appare buono, lo è davvero; e molti cibi racchiudono segreti: lo scopriremo leggendo.
- Vi sono simboli che vengono a galla e s’innestano nella trama, con una naturalezza che portano il pensiero e la conoscenza su sentieri inesplorati. Parlare di thriller è una deminutio, perché s’innescano anche le tracce della spy story. Insomma, una bella fatica, peraltro, perfettamente riuscita. Ti dev’essere costata uno sforzo non indifferente…
Mi ha aiutato in un’operazione di maieutica che ha fatto emergere memorie archiviate automaticamente e letture che pensavo mi dessero diletto ma fossero scollegate fra loro. Invece tutto si è legato con una naturalezza sorprendente, che ha stupito me per primo. Scrivere un libro era una strada che, prima di questa esperienza non avevo preso in considerazione. Si è spalancata una nuova porta: rifletterò se attraversarla di nuova.












