NEET: IL PARADOSSO DEI GIOVANI ITALIANI NEL 2025

Redazione

Come è possibile che in un Paese che invecchia a gran velocità e nel quale gli ultra sessantenni sono più dei ragazzi con meno di 24 anni ci siano un milione e mezzo di giovani che non studiano e non lavorano?
L’Italia non è un Paese per giovani e fatica a valorizzarne le competenze e le energie.

Mancano lavoratori per tutte le mansioni e le professioni e mancano giovani per garantire la sostenibilità del sistema di welfare, eppure si peremette il lusso di un milione e mezzo di NEET attardandosi su dibattiti surreali e infiniti per decidere se i ragazzi oggi sono choosy (bamboccioni schizzinosi) o sfruttati.
Nel tema c’è molto di più della semplice statistica: c’è un mondo di disagio e sfiducia che andrebbe indagato oltre le politiche per il lavoro e le riforme scolastiche.

In Italia la parola NEET è ormai entrata nel linguaggio comune. Dietro quell’acronimo anglosassone – Not in Education, Employment or Training – ci sono centinaia di migliaia di storie di ragazzi che non studiano, non lavorano e non seguono alcun percorso formativo. Una condizione che, nel nostro Paese, ha assunto ormai dimensioni strutturali, tanto da diventare un indicatore costante della fragilità delle nuove generazioni.

Nel 2025 la situazione mostra alcuni segnali di miglioramento rispetto al recente passato, ma resta preoccupante. Oggi circa il 16% dei giovani tra i 15 e i 29 anni è NEET: in calo rispetto al 19% del 2022, ma pur sempre una quota molto superiore alla media europea, ferma attorno all’11%. In numeri assoluti significa più di due milioni di under 34 fuori dai circuiti di istruzione e lavoro. L’Italia, in questa poco invidiabile classifica, è superata solo dalla Romania all’interno dell’UE.

Il fenomeno non è nato ieri. La categoria NEET è stata elaborata in Gran Bretagna negli anni Novanta, ma in Italia diventa rilevante soprattutto dopo il 2008, con la crisi finanziaria globale che travolge il mercato del lavoro giovanile. Allora la percentuale di ragazzi inattivi sale rapidamente oltre il 20%, fino a toccare un picco del 26% nel 2014. Da allora i numeri scendono lentamente, senza mai riportarsi a livelli europei. La pandemia ha contribuito con un ulteriore shock: nel 2020, complice la chiusura delle scuole e il blocco dei tirocini, la quota è tornata a sfiorare il 23%.

Dietro la persistenza del fenomeno ci sono in effetti dei fattori tipici del Belpaese. La famiglia, ad esempio, è la prima rete di protezione sociale: un rifugio questo che impedisce ai giovani di scivolare in condizioni di marginalità estrema, ma che allo stesso tempo rallenta il loro l’ingresso nella vita adulta. In Italia si lascia la casa dei genitori mediamente a 30 anni, contro i 26 della media europea. Questo prolungamento della dipendenza familiare ha radici culturali profonde, ma finisce per alimentare la condizione di sospensione che definisce tanti NEET.

C’è poi il nodo, mai risolto, del rapporto tra scuola e lavoro. Un dato colpisce più di altri: nel 2024 il 17,8% dei diplomati risultava NEET, più dei ragazzi con la sola licenza media, fermi al 13,3%. Un paradosso che mette in luce quanto il titolo di studio, da solo, non garantisca più un accesso al mercato del lavoro. Il sistema educativo continua a produrre percorsi poco allineati alla domanda delle imprese, mentre i settori che crescono – digitale, energia verde, ricerca tecnologica – faticano a trovare personale qualificato.

Il divario territoriale accentua tutto questo. Nel Nord Italia i tassi di NEET scendono anche sotto il 12%, mentre in molte regioni meridionali superano stabilmente il 25%. Al Sud, il tessuto produttivo fragile e le opportunità scarse lasciano più facilmente i giovani intrappolati nell’inattività, alimentando il circolo vizioso di sfiducia e abbandono.

Il problema assume contorni ancora più drammatici se letto alla luce della crisi demografica. L’Italia è un Paese che invecchia: entro il 2050 la popolazione in età lavorativa calerà di oltre il 20%. In teoria, i giovani dovrebbero rappresentare una risorsa preziosissima. In pratica, però, una quota consistente resta inattiva, inutilizzata, prigioniera di un presente senza prospettive. È un doppio paradosso: mentre la società avrebbe bisogno come mai prima di nuove energie, milioni di ragazzi restano fuori dai giochi.

E chi riesce a formarsi e a maturare competenze competitive spesso decide di partire. Nel 2023 più di 21.000 giovani tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia, un aumento del 21% rispetto all’anno precedente. Sono laureati, dottori di ricerca, professionisti che cercano all’estero stipendi più alti, percorsi di carriera chiari, contesti meritocratici. È la cosiddetta “fuga dei cervelli”, l’altra faccia della medaglia del problema NEET. Da un lato ragazzi che restano fermi, dall’altro giovani qualificati che emigrano. In entrambi i casi, l’Italia perde capitale umano, e quindi perde futuro.

Guardare al fenomeno NEET significa quindi leggere la fotografia di un Paese sospeso. Un Paese che da quasi vent’anni non riesce a scendere sotto il 15% di giovani inattivi, che lascia parte delle sue energie bloccate e un’altra parte in partenza. È la storia di una generazione che rischia di restare prigioniera di un presente incerto, mentre il tempo demografico corre veloce. Perché ogni percentuale, ogni statistica, non è solo un dato: è un ragazzo o una ragazza che non riesce a trasformare il proprio potenziale in futuro e non riesce a trovare il suo posto all’interno della società.

PS: A proposito di NEET, opinione nostra personale, sarebbe il caso di sforzarsi di fare politiche di sistema, non solo sui NEET.
Le fragilità sembrano tutte uguali, ma non lo sono per niente.
Lavorare sul disagio dei ragazzi vuol dire stabilire relazioni e progettare percorsi individuali con loro, non per loro. Impegnativo certo, ma un Paese che non investe sulla generazione che viene dopo non solo non è un Paese per giovani ma non lo è neanche per i tanti anziani.