REDAZIONE
Dopo 14 concerti in 20 giorni, piazza del Plebiscito è finalmente libera. Smontati spalti e palcoscenico di Napoli Città della Musica – Live Festival 2024.Palazzo Reale non è più oscurato da fastidiosi pali di ferro, le statue dei re di Napoli rivolgono nuovamente il loro sguardo verso la Basilica di San Francesco di Paola, la chiesa stessa non è più soffocata dalle luci dei fari e dalla confusione generata da musica e fan. Ora, in questa piazza simbolo della città, i residenti sono tornati a respirare e a dormire in serenità.
Per 20 giorni, questo luogo, emblema della storia e dell’arte del capoluogo campano, è stato vittima di una manifestazione culturale che ha portato più disagi che benefici. A poco o nulla sono servite le proteste dei cittadini indirizzate al Comune di Napoli: unico ad accettare un confronto coi cittadini adirati e a promettere maggiore attenzione per le future iniziative pubbliche è stato il Prefetto Michele Di Bari. Ben 14 concerti, voluti dal Comune e dalla Soprintendenza, e nessuna carica pubblica disposta ad ascoltare il punto di vista di chi in quei giorni ha convissuto con la confusione che una manifestazione di tale portata può generare.




La trasformazione di una delle piazze più iconiche di Napoli in una sede per eventi ha suscitato infatti non poche polemiche tra cittadini e turisti. Le statue, la Basilica e il Palazzo Reale sono stati relegati a sfondo, sminuiti dalla sovrabbondanza di istallazioni temporanee (tribune, palco e strutture pubblicitarie) e dal caos alimentato dalla musica in cassa. Quest’anno la piazza, ormai privata delle auto che un tempo la invadevano, ha ospitato non solo Renato Zero, Nino D’Angelo, Gigi D’Alessio (con ben otto spettacoli), Negramaro, Geolier, Ultimo, Gianni Fiorellino e Tropico, ma anche la conseguente ondata di degrado urbano e di disagio per le persone che abitano nei dintorni.
Piazza Plebiscito non è l’unico esempio di scelte contestabili prese dal Comune, come piazza Municipio con il suo Brand Napoli: “Qui – racconta il professor Raffaele Aragona – a seguito della vittoria da parte dell’architetto Marco Tatafiore di un concorso per la promozione di un brand della città di Napoli, vennero installati sei cubi di plexiglass, tra loro affiancati, che andavano a comporre la parola ‘Napoli’. Una lettera per ogni cubo. Sulla faccia opposta rispetto alla scritta fu scelto di riportare i simboli della città: Maradona, San Gennaro, Palazzo Donn’Anna, Pulcinella, il Vesuvio, la pizza, il babà, la vista del golfo… Bene, a causa del caldo, i pannelli del Brand Napoli hanno iniziato a sciogliersi e a deformarsi. Attualmente la piazza è occupata da questa struttura e da altrettanti pannelli scuri che delimitano lo spazio per i lavori di ristrutturazione”. Insomma, la piazza da cui è possibile vedere Castel Sant’Elmo, il Maschio Angioino e altri bellissimi palazzi napoletani è oggi diventata luogo di installazioni artistiche attrattive agli occhi dei turisti ma poco fortunate per le casse del Comune, come appunto il Brand Napoli e la Venere degli Stracci (che ricordiamo aver preso fuoco lo scorso anno per essere poi ricostruita).
Due sono le scuole di pensiero che si confrontano su questo tema: la prima, rappresentata dal Comune, e in particolare dall’assessora al turismo Teresa Armato, sostiene l’organizzazione di eventi di massa anche nelle piazze più rilevanti di Napoli e promuove manifestazioni culturali di vario genere; la seconda, invece, invoca una maggiore attenzione nella scelta degli spazi pubblici per gli eventi, affinché ogni iniziativa possa svolgersi nel contesto più appropriato.
In questi giorni piazza Plebiscito è tornata alla sua consueta quiete, e il frenetico tumulto di giugno appartiene ormai al passato. La magnificenza della piazza è di nuovo evidente ed invita passanti e visitatori a godere della sua bellezza senza più distrazioni. La città sembra poter finalmente tirare un sospiro di sollievo, restituendo ai suoi cittadini e ospiti il piacere di ammirare uno degli scorci più suggestivi di Napoli e riprendendo il suo ritmo naturale.
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