MORIREMO RELATIVISTI?

di Beppe Attene  

La faccenda data da molto tempo, almeno da Erodoto (484 – 425 a.C. circa).

Si chiama “relativismo culturale” e consiste, semplificando molto, nel considerare che le pratiche e le convenzioni presenti in ogni Popolo vadano non giudicate, bensì considerate alla luce di ogni cultura e forma identitaria presente in quella particolare zona o situazione.

“Il costume (nomos) è sovrano di tutte le cose”, così Erodoto, per l’appunto, conclude il ragionamento sulla ferrea pratica per cui, tra gli indiani Callati, i figli mangiano i cadaveri dei genitori per non disperdere il loro insegnamento e valore.

Ripugnante, forse, ma certamente comprensibile all’interno di un sistema di identità e convenzioni socialmente condivise.

Nel corso dei secoli (anzi dei millenni) quest’approccio ha assunto un nome ufficiale ed è diventato una fondamentale difesa di principio contro tutte le forme di razzismo che servivano, condite di disprezzo, a giustificare prevaricazioni, conquiste e appropriazioni indebite.

Il cuore teorico del relativismo culturale è la certezza che non esista un’unica e giusta strada di crescita e di identificazione dell’Umanità.

Anzi, ogni comunità di esseri umani si rapporta con le condizioni esterne attraverso l’edificazione di sovrastrutture culturali che si capiscono e si giustificano attraverso l’analisi rispettosa di quel particolare ambito.

Come posso io valutare le pratiche di vita dei Nambikwara (Brasile, Mato Grosso)?

So che altri popoli condividono la discendenza matrilineare, ma questo non ne fa né un valore né un disvalore: si spiega, come le altre cose, con l’analisi del sistema di valori che quel Popolo ha costruito nel tempo.

Di tutta evidenza l’approccio relativistico si contrappone a quelle filosofie che, come l’Illuminismo, ritenevano di essere espressione e portatrici dell’unica strada per il riconoscimento e l’identità della specie umana.

Il trionfo della Ragione appariva come prospettiva ed insieme destino del progresso umano.

Anzi, la sua progressiva affermazione veniva considerata  come il motore della Storia e il criterio di misurazione della civiltà umana.

A ripensarci oggi ci si deve stupire di come un approccio positivo, che appare sostanzialmente corretto, possa contenere al suo interno anche i germi di atteggiamenti infinitamente malvagi fra loro.

Ma tant’è, il relativismo culturale ha favorito enormemente lo studio di società umane assai distanti.

Ha permesso di capire che non erano né arretrate né primitive ma  che avevano semplicemente percorso un cammino diverso da quell’Occidente in cui bellamente ci riconoscevamo.

Ma i passaggi storici sono tragicamente impietosi.

Dopo la 2° Guerra Mondiale e, soprattutto, dopo la crisi e la sconfitta dei due “gemelli totalitari” Nazismo e Comunismo, sull’Occidente è ricaduta improvvisamente  una responsabilità valutativa inaspettata e difficile da gestire.

Alcuni fattori hanno definito ulteriormente e implementato quella che qui chiamiamo responsabilità valutativa.

In primo luogo la mondializzazione dell’economia che ha improvvisamente messo a stretto contatto fra loro situazioni socio – economiche differentissime per storia, valori e cultura identitaria.

Una parte dell’adesione al relativismo culturale dipendeva dal fascino della possibilità di poter analizzare e capire universi umani che sapevamo lontanissimi da noi e con cui non saremmo mai entrati direttamente in contatto.

Oggi parlare di “costumi” groenlandesi o del profondo Sud America significa immediatamente parlare di noi stessi e dei nostri meccanismi di riproduzione sociale.

Il secondo fattore è la consapevolezza (per la verità si dovrebbe dire convinzione) che la Rete e i suoi strumenti abbiano messo a disposizione di tutti quei messaggi e quei valori in cui ci riconosciamo e in cui ora potrebbero\dovrebbero riconoscersi tutti.

È storicamente possibile analizzare l’universo socio – culturale in cui si è sviluppata la terribile pratica della infibulazione femminile.

Si trattava, pensiamo, di mondi totalmente separati dalle “conquiste” della nostra civiltà.

Oggi però essi dispongono dei nostri stessi strumenti di conoscenza e dovrebbero essere capaci di superare la tradizione che dovrebbe apparir loro come iniqua e deviante.

E non è finita.

Il relativismo ci ha abituato a considerare alcune società con un misto di curiosità e comprensione, pensando che con la modernizzazione sarebbero venute maturando verso un minimo di rispetto dei diritti umani e civili.

Ora alcune di quelle società condizionano ed aggrediscono sul piano economico come su quello militare il sistema di vita che, per quanto imperfetto, ci siamo dati e in cui ci riconosciamo.

Non ci appaiono giustificabili (nemmeno dopo attente analisi) i comportamenti sul versante di genere o le persecuzioni contro gli omosessuali.

Non riusciamo ad accettare l’idea che uno Stato contemporaneo possa disporre di una Polizia Morale.

Oggi non ci riusciamo anche perché su quel piano abbiamo già dato, ai tempi della Santa Inquisizione.

Eppure, con quelle Nazioni noi trattiamo quotidianamente per questioni di affari importanti e strutturali.

Eppure ci appare evidente che le norme della Sharia che regolano l’impegno alla Guerra Santa non sono state abbandonate.

Oggi essa si rivolge prima di tutto contro Israele, ma l’obiettivo essenziale rimane l’Occidente.

Insomma, la fiducia nella modernizzazione si è rivelata completamente infondata.

Quando, nel 1979, cadde in Persia il regime dello Scia molti (tra cui chi scrive) pensarono che la fine dell’Impero millenario avrebbe consegnato al popolo libertà e consapevolezza.

Oggi non sappiamo più se “sperare” che un regime terribile si sia infilato in quel passaggio o piuttosto temere che questo Iran sia esattamente quel che il popolo iraniano riconosce e vuole.

Stanno insomma vacillando, anche sotto questo punto di vista, le due assi cartesiane su cui siamo abituati a disporre sia i fatti che noi stessi.

Lo Spazio e il Tempo non spiegano più il nostro umano Universo.

A queste categorie ci siamo affidati per capire e definire chi eravamo e il nostro posto nel mondo.

Non potevamo (e non volevamo) condannare o respingere comportamenti e culture formatisi lontani dalla nostra sfera d’influenza.

Il relativismo culturale ci aveva abituato a comprendere tutto, a rispettarlo comunque e a ritenere che il Tempo avrebbe diluito quelle distanze apparentemente incolmabili.

Oggi dobbiamo iniziare a capire che non avevamo nemmeno quel dolce diritto.

Che, forse, dovremmo iniziare ad accettare l’idea che l’Umanità non ha un cammino centrale attorno a cui si dispongono percorsi diversi.

Dovremmo forse riconoscere che non vi è Progetto o Verità.

La specie umana sarebbe, in questa visione, una realtà unica ma non unitaria che percorre il suo cammino costruendo universi profondamente differenti fra loro.

In questo complesso sistema ognuno dovrebbe scegliere in quale universo particolare collocarsi.

Dovrebbe farlo, infine, avendo piena consapevolezza che non necessariamente quello che egli considera migliore alla fine trionferà e guiderà gli altri.  

E che, anzi, questa vittoria non giungerà infine per nessuno.