MILAN L’È CARA, MILAN…


Carus in latino è un aggettivo con due significati ben distinti: può indicare qualcosa di amato, diletto, ricercato ma anche qualcosa di costoso e inarrivabile. Fa sorridere che questi due significati apparentemente distinti definiscano perfettamente il nostro rapporto con Milano.
Milano è la città che ci ha visto nascere e crescere, la città in cui abbiamo frequentato le scuole, tessuto amicizie ed è anche il luogo in cui tanti aspirano a trasferirsi. Avendo origini calabresi spesso ci siamo confrontate con persone costrette a venire a Milano per poter avere la chance di una vita migliore, un El Dorado di produttività che prometteva a chiunque di esaudire ogni desiderio. E, rispetto ad altre città italiane, è risaputo che la capitale lombarda sia sempre stata un po’ hors prix, come dicono i francesi: è da sempre il prezzo (letteralmente) da pagare per ottenere in cambio l’impiego dei nostri sogni.
La Grande Milano

Milan l’e gran Milan, e la madonnina ci è testimone: è innegabile che quando si entra nei giri giusti, quelli a cui tutti aspirano, ecco che il nostro stile di vita migliora notevolmente. Nessuno però ti dice quanto quegli stessi giri incideranno sulle tue tasche di mese in mese.
Quando si nasce in un determinato ambiente è giocoforza percepire la realtà che ci circonda come sfalsata, slegata dalla verità dei fatti, perché ormai abituati a quello standard. Ma a un certo punto si cresce, si esce dall’egida dei propri genitori, si cominciano a guadagnare i primi soldini e, improvvisamente, si comincia anche ad osservare l’ambiente in cui si vive con responsabilità diverse, con occhi differenti, più lucidi. E quando cominci a vedere quanti soldi ti rimangono alla fine del mese, forse inizi ad ammettere, piano piano, sottovoce, avendo paura a farti sentire, che Milano è invivibile.
Venire a Milano è un’esigenza per moltissimi studenti che, se non hanno il supporto di borse di studio, costringono la propria famiglia a enormi sacrifici per potersi permettere un’infima camera doppia alla modica cifra di 600€ al mese. Tu, lavoratore stressato, vuoi prenderti una birra dopo lavoro per rilasciare l’ansia della giornata? Prepara gli 8€ per una birra piccola. Voi, famiglia di quattro persone in cui lavorate entrambi, decidete di mangiare una pizza nel weekend? Fate in modo che sulla carta ci siano almeno un centinaio di euro. La pizza margherita a 14€ con impasto di kamut lievitato 48 ore non ve la toglie nessuno, però. Tutto è rifinito, a Milano, tutto ha un marketing da paura, tutto è venduto in modo che sia considerato indispensabile. Come il pilates, un must do della capitale del business a 60€ a seduta. Tutti riconoscono che sia un prezzo folle ma nessuno ha il coraggio di rinunciare allo status quo che si raggiunge con un semplice giro sulle macchine cadillac (sì, stiamo parlando sempre del pilates).

Però gli stipendi rimangono sempre lì, fermi in una melma paludosa da più di trent’anni. Sempre che ti paghino e non ti offrano uno stage non retribuito. E quando cerchi di protestare i cari recruiter milanesi ti parlano di potenzialità e di investimento sul tuo futuro e di capitalizzazione del proprio percorso universitario. Però intanto l’affitto è da pagare, le bollette pure. Capitalizzeremmo molto meglio se comprendessero tutti che vivere a Milano, oltre a essere estremamente difficile, non ti offre più le possibilità degli anni ’90.

Affitti alti e stipendi bassi
E allora Milano inizi ad odiarla. E cominci a capire di star vivendo un amore tossico e narcisistico con chi ti offre la luna e poi ti dà solo briciole. Cominci ad odiare i bar che hai sempre frequentato perché non ti puoi più permetterti di andare. Cominci ad odiare anche le organizzazioni di quartiere che non si battono per regolarizzare il caro affitti con un’amministrazione sempre più vile e attaccata al guadagno. E il risultato è che, spesso, il bar che hai sempre frequentato è costretto a chiudere. La libreria in cui hai passato anni e anni della tua infanzia deve abbassare la serranda per impossibilità a stare al passo con i costi. La merceria di quartiere diventa un supermercato. Ma se questo non tange direttamente la vita di un singolo, è quando si iniziano a parcellizzare i desideri che arriva la stoccata finale. Guardando il conto in banca ci si pone la questione se andare o meno a fare una colazione al bar con le amiche, o di vedere o meno quel museo (o di decidere di andare solo la prima domenica del mese, quando è gratuito), di andare meno al cinema perché un biglietto costa 12€ e i popcorn 10€.
il mito di Sisifo

La frase “ho un affitto da pagare, non posso” che si trasforma in “vivo a Milano, non posso.”
E così facendo, cercando di stare al passo con i costi di una città che ci offre tutto senza neanche più darci l’illusione di potercelo permettere, ci impoveriamo sempre di più. Ma non a livello economico o almeno, non solo: ci impoveriamo a livello culturale e sociale perché obbligati a scegliere se andare a teatro o mangiare il salmone affumicato.
È un paradosso, anzi, è il mito di Sisifo in azione. Siamo molto vicini a tutto quello che potremmo desiderare, ma non riusciamo a toccarlo. Ad allontanarlo è un aumento di 1€ ogni sei mesi.
Eppure, Milan l’e gran Milan, cosa ci vuoi fare?
Noi qualche idea ce l’abbiamo, e cominciamo con un monito: se la città continuerà a rinchiudersi nella sua torre d’avorio del tanto il business parte da qui, perderà di vista che il caro business, senza qualcuno in grado di permetterselo, muore. E allora rimarrà solo la polvere di quello che Milano avrebbe potuto veramente essere.

Chiara LoPresti; Sofia LoPresti.