di Stefano Torossi
Appena nasce, Daniel scopre di trovarsi in una famiglia un po’ particolare. Suo nonno è “Pittore del Re”, che non vuol dire il ritrattista ufficiale del sovrano, ma l’artigiano incaricato della decorazione e doratura delle carrozze reali; suo padre invece è organizzatore delle battute di caccia di Sua Maestà: attività entrambe strettamente collegate alla Corte.
Tutto procede per il meglio finché, quando lui ha sette anni, scoppia la Rivoluzione Francese. Addio alle caccie e ai cocchi reali e papà deve trovarsi un altro mestiere. Apre a Parigi una edizione con stamperia e una sala in cui si riuniscono intellettuali e artisti e dove Daniel, ancora ragazzo ma già compiuto violinista, pianista e cantante, si esibisce con successo.
Anche se il padre lo incoraggia con la musica, in famiglia ci si aspetta che lui prosegua l’attività editoriale, quindi lo mandano a Londra a imparare l’inglese e il commercio. Il suo soggiorno dura solo un anno e mezzo, ma i biografi riferiscono che in questo breve periodo, seguendo la sua inclinazione naturale, assimila in pieno l’understatement inglese, diventa super riservato e tira fuori tutta la timidezza che ha dentro. In conseguenza, dall’inizio alla fine della carriera non salirà mai sul podio a dirigere una propria opera, non sarà mai presente a una sua prima teatrale e non si sposerà mai (il matrimonio non c’entra con la musica, ma con la timidezza sì).
Nel 1803 la pace fra Inghilterra e Francia salta; cominciano le guerre napoleoniche e Auber deve tornare a Parigi, che non lascerà mai più in tutti i quasi novant’anni della sua vita, neanche nei tragici e pericolosi momenti dell’assedio e della Comune, quando muore.
Francisco Salvador-Daniel, musicista quarantenne e comunardo che viene scelto per sostituirlo nell’incarico non durerà che pochi giorni: finirà fucilato senza processo e senza neanche avere avuto il tempo di riorganizzare il conservatorio, momentaneamente chiuso e trasformato in ospedale. Tempi, come abbiamo detto, un po’ difficili.
Le sue composizioni da dilettante cominciano a piacere ai concerti e nei salotti di appassionati. Fra il pubblico di una di queste serate c’è la massima autorità musicale di Parigi, Luigi Cherubini il quale, senza perdere un istante lo arruola come suo studente privato. Soddisfatto di questi piccoli successi, Auber se la spassa senza darsi troppo da fare per qualche anno finché la morte del padre nel 1820 e il conseguente crollo delle finanze di famiglia lo obbligano a diventare professionista, non dell’editoria, bensì di quello che fino a quel momento era il suo hobby: la musica.
Insomma, da questo momento abbiamo un operista a tutti gli effetti. E in questo momento inizia, e andrà avanti per quarant’anni, la sua collaborazione con il geniale librettista Eugene Scribe. Tanto perfetta e osmotica da diventare per il pubblico un unico nome, un’unica ditta: i Garinei e Giovannini dell’epoca.
Una pioggia di premi e onorificenze comincia a cadere su Auber; culmina con la Legion d’Onore e nel ’42 con la nomina ad (amatissimo e stimatissimo) direttore del Conservatorio di Parigi. E qui, da questa prestigiosissima poltrona ha finalmente la possibilità di manifestare tutto il bello, il buono, il giusto che colmano la sua anima nobile.
Modernizza e deburocratizza la gestione dell’istituto, concede ai professori la massima libertà nell’insegnamento delle loro materie, amplia le classi di composizione, orchestrazione e pianoforte, permette gli applausi, prima banditi, alle esecuzioni nel salone del Conservatorio, consente la messa in scena di opere in costume e di composizioni vincitrici del Prix de Rome, realizza dormitori per gli studenti e soprattutto, con suprema moderazione e buon gusto, proibisce rigorosamente l’esecuzione di sue composizioni per tutta la durata del proprio incarico.
E quando diventa anche Maestro di Cappella per Napoleone III la sua parlata fluida, i suoi modi affascinanti, la sua gentilezza e disponibilità, aggiunti a tutte le sue altre qualità, lo issano definitivamente sul piedistallo che merita davanti ai suoi concittadini e a tutti gli europei che vedono nei francesi un imbattibile modello di stile.
Ne ha scritte di opere: cinquanta. Fra le altre “La Muta di Portici” e “Fra Diavolo”, capolavori di leggerezza, vivacità, chiarezza (non dimentichiamo i libretti di Scribe) che hanno influenzato la produzione operistica europea per un bel po’ di anni anche per l’audacia e la brillantezza con cui Auber infila nelle sue partiture arie e danze: ballate, barcarole, boleri, galoppi…
Qualche piccola curiosità (sui libretti): “Le Philtre”, tradotto in italiano diventa “L’Elisir d’Amore”, musica di Donizetti. “Gustave III” rimaneggiato si trasforma prima in “Il Reggente”, di Mercadante e poi in “Un Ballo in Maschera” di Verdi. All’epoca il diritto d’autore non era così vincolante e si pescava con disinvoltura qua e là.
E per concludere, rimanendo in questa leggiadria che sembra incipriare tutto quello che Auber crea, c’è il suo grandissimo successo, un trionfo senile: “Le Premier Jour de Bonheur”, composto a ottant’anni, replicato 167 volte a Parigi e poi partito per tutte le città d’Europa a portare in giro una musica: “Fresca, scoppiettante e giovane”.












