MANIFESTO OF FRAGILITY

Prendersi cura della propria fragilità: l’invito della 16^ edizione della Biennale d’Arte Contemporanea di Lioneè quello di accogliere la vulnerabilità dell’essere umano e del pianeta, interrogandola e problematizzandola fino a renderla un manifesto, una presa di posizione simbolica e politica.

We Were the Last to Stay, Hans Op De Beeck, 2022.

Vuota, silenziosa, angosciante: la ricostruzione di una città fantasma in tutta fretta abbandonata, recita di una scena post-apocalittica inventata ma terribilmente attuale, costituisce l’opera più eclatante della 16^ Biennale di Lione. Con la leggerezza del silenzio di una prima nevicata, la volatilità della quotidianità viene smascherata, il memento mori incombe. Sulla scia delle più recenti installazioni immersive, macabre, mute e sbalorditive, l’ultima creazione dell’artista belga non si limita a rendere palpabile l’angoscia della nostra generazione, ma mette a nudo i transitori rituali di una comunità lontana dal mondo reale. In un universo tendente alla monocromia, all’abbandono, alla perdita di umanità, emerge una fragilità sempre in bilico, rischiosa e rivelatrice della condizione umana. Dove stiamo? Come, in che situazione, da quanto tempo, a causa di chi? Restiamo o ce ne andiamo? We were the last to stay.

Per rappresentare il momento storico che stiamo vivendo, i curatori della Biennale d’Arte Contemporanea di Lione avrebbero potuto focalizzarsi su una delle tante e abusate parole presenti nella stampa, nei mass media e nella più recente letteratura di ogni parte del globo. Resilienza, resistenza, rinascita; emergenza, solidarietà, guerra, pandemia. In maniera del tutto inaspettata, invece, la scelta non è caduta su nessuno di questi termini – fragilità è la parola entrata a far parte del titolo di questa edizione, una fragilità considerata in tutte le sue forme e sfumature, problematizzata fino ad assurgere al ruolo estremo di manifesto, di presa di posizione simbolica e politica. Questa tematica, inizialmente compresa come una caratteristica inalienabile dell’essere umano, si rovescia su se stessa per diventare una scelta polemica e rivendicata. Non più una condizione passiva ma una forza motrice attiva, un interstizio di rivolta in grado di sviluppare una difesa contro la potenza del presente.

Nel comunicato stampa divulgato qualche giorno prima dell’apertura della mostra, i responsabili Sam Bardaouil e Till Fellrat hanno proposto al pubblico alcune linee guida per interpretare al meglio il soggetto scelto: il primo elemento messo in rilievo è proprio il carattere meta-storico della fragilità, fil rouge tra le epoche presenti e passate. Attraverso le parole della direttrice artistica dell’evento, trapela l’audace obiettivo di andare al di là dei limiti geografici e temporali: un tentativo ambizioso e forse utopico, che tuttavia si fa portavoce di un desiderio impellente e non trascurabile.

Manifesto of fragility: ancora una volta, nel corso della rassegna che di anno in anno diventa sempre più immancabile nel panorama artistico francese e internazionale, l’arte appare come la sola alternativa capace di prendere le distanze necessarie per gettare uno sguardo lucido sulla situazione attuale. Stando alle allarmanti notizie di cronaca, il futuro è incerto, il presente è catastrofico. In questo scenario desolante, il proposito della Biennale non è quello di proporre delle soluzioni o di ricavare degli insegnamenti, bensì quello di accogliere tale confusione, accettarla, accarezzarla e farla propria, riconoscendola come un elemento da sempre connaturato alla storia del mondo. In altre parole, la fragilità è universale, inevitabile, inerente all’uomo e al pianeta: senza di essa non ci sarebbe l’evoluzione, la sopravvivenza diventerebbe un processo ripetitivo, le idee non si moltiplicherebbero.

La fragilità, però, non corrisponde alla rassegnazione. Il fatto che questa caratteristica sia presente nell’essenza stessa dell’essere umano non implica che ci si debba arrestare a tale limite. Ciò che, infatti, viene suggerito dalla seconda parola presente nel titolo della Biennale, e che rivela il vero tono rivoluzionario dell’intera edizione, è di rendere la fragilità un manifesto. Questo termine, immediato richiamo della fervida stagione delle Avanguardie di inizio Novecento, gioca in maniera volutamente ambigua con due suggestioni parallele e contrastanti: manifesto come apparenza, manifesto come rivendicazione. Esibire la fragilità, mostrandola senza veli e in maniera obiettiva, è il primo passo da compiere per donarle pieno spessore e inequivocabile attenzione. Puntare i riflettori su questa condizione, invece di relegarla in secondo piano come situazione transitoria e poco rilevante, permette la piena presa di coscienza del problema, e di conseguenza ne rende possibile la risoluzione.

Nell’attuale panorama culturale italiano, un esempio di questa stessa tendenza è rappresentato dall’ultimo film del regista Paolo Virzì, Siccità, presentato alla 73^ Mostra del Cinema di Venezia. Acutizzando volutamente lo scenario pandemico vissuto negli ultimi mesi, e aggiungendoci riferimenti a problematiche ecologiche, generazionali e sociali, il regista propone una fotografia distopica ma allo stesso tempo estremamente realistica di una Roma priva di acqua e soggetta a una malattia sconosciuta. Lo sguardo di Virzì scava nelle fragilità della capitale italiana e mette criticamente a nudo il castello di carte su cui si regge la nostra quotidianità, sempre più esposta alle avvisaglie catastrofiche della natura e all’imprevedibilità delle relazioni umane. Ma cosa accadrebbe se invece di pensarci indistruttibili iniziassimo a considerarci finiti, pieghevoli, irrisori?

La cronaca attuale lo dimostra: il nostro corpo è il primo, grande manifesto della fragilità. Nell’installazione multimediale di Sarah Brahim, intitolata Soft Machines / Far Away Engines, la riflessione verte proprio sulla fisicità umana, messa in scena dal punto di vista della danza. Attraverso le contorsioni dei muscoli, il ritmo viene dato del respiro, l’unico elemento resistente che l’uomo possiede – cosa c’è di più impalpabile dell’aria che inaliamo ?, sembra domandare l’opera di Brahim. La fragilità si palesa nel corpo dei manifestanti, nell’indifferenza di fronte al cambiamento climatico, nell’interiorità della mente; è proprio quest’ultimo aspetto quello indagato da Mountain di Lucia Tallová, l’opera che accoglie il pubblico nel primo hangar che costituisce la sede delle Usines Fagor di Lione. La vulnerabilità dei ricordi e la loro iridescenza nebulosa rendono l’essere umano preda del tempo e dell’oblio; le memorie sono fragili, labili, ma allo stesso tempo costituiscono il punto d’appoggio di ogni storia, la base da cui si dipana la trama di ciascuna esistenza individuale.

Di fronte a questo panorama, l’invito è quello di prendersi cura della propria fragilità per trasformarla in una forza: all’interno degli immensi padiglioni abbandonati che ospitano questa Biennale spiccano non solo opere effimere, ma anche lavori monumentali di grande impatto politico, come il video di Marta Górnicka Grundgesetz – Ein chorischer Stresstest. Se il corpo umano è la prima fonte di fragilità, proprio l’organismo è il punto di riferimento di quest’artista, un organismo che nasce come singolo per confluire poi in un chorus, immagine di un ampio corpo politico. I performers, ripresi da Marta Górnicka nell’atto di declamare la costituzione tedesca davanti al Brandenburg Gate di Berlino, mettono alla prova l’attualità e la forza del testo ponendo senza sosta questioni spinose in un’epoca tormentata. Le voci e i corpi si uniscono, dando vita a un coro di resistenza e di opposizione politica in grado di trasformare la fragilità di uno nella forza di molti.

Forse è corretto dire che l’arte e la politica appartengono a universi che devono rimanere separati, forse è vero affermare che alla fine questi mondi sono destinati a incontrarsi. Ad ogni modo, ciascuna edizione di questa rassegna dimostra chiaramente che l’arte è uno spazio in grado di amplificare la presa di coscienza della propria vulnerabilità. Attraverso l’erosione, l’impercettibilità e la leggerezza della forma, la pratica artistica diventa una cassa di risonanza dell’umana debolezza, direttamente proporzionale al valore di critica sociale che un’azione consapevole riveste. Per questo motivo l’arcipelago costituito dalle dislocate gallerie e musei in collaborazione con la Biennale di Lione vuole schierarsi dalla parte di una società rispettosa della fragilità e alla ricerca una pace interiore; una comunità non impegnata nel perenne tentativo di conquistare nuove frontiere, ma interessata a gettare uno sguardo risolutivo nell’instabilità della propria struttura. Per evitare di cadere nel grande limbo grigio profetizzato dall’opera catastrofica di Hans Op de Beeck è necessaria la forza collettiva di resistere all’abbandono, di reagire prima dello scadere del tempo.

Perché, se è vero che “siamo tutti frangibili, chi più, chi meno” – come ripete l’attore Marco Giallini nel film di Paolo Genovese Perfetti sconosciuti -, allora l’unica maniera di oltrepassare questa fragilità e di renderla un terreno fertile di costruzione è di pensarci pluralità. Prendere atto delle debolezze nostre, degli altri e del pianeta è il primo passo per costituire comunità fondate sulla cura, sulla protezione, sull’incoraggiamento. In altre parole, citando il titolo di una sezione di questa 16^ Biennale di Lione, questa presa di posizione simbolica e politica è l’unica via percorribile per costituire “un mondo di una promessa infinita”.

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