IL LIBRO DI MARIO AVAGLIANO
di Annamaria Barbato Ricci
Esiste una storia d’Italia corale e un’altra che zooma su singole persone e ne costituisce trama e ordito. Mario Avagliano, per lo più in coppia con Marco Palmieri, talvolta anche da solo, si è religiosamente dedicato a dare nome e voce alle personalità che hanno dato forza e gloria alla nostra vicenda nazionale.
Per metà della sua vita, dal 1996 Avagliano ha pubblicato opere che raccontano e scavano nelle vite di coloro, civili e militari, che, altrimenti, rischiavano di non essere ricordati se non nel sacrario familiare o locale, oppure di cui si aveva una flebile memoria come attori di un’epoca storica martoriata del nostro Paese, restituendo loro tridimensionalità.
Così è stato per il protagonista del suo primo libro, “Il partigiano Tevere. Il generale Sabato Martelli Castaldi dalle vie dell’aria alle Fosse Ardeatine” (1996) e, a oggi, siamo a un totale di 21 sue opere che talvolta focalizzano personaggi singoli – quello che è più caro al mio cuore è “Il partigiano Montezemolo. Storia del capo della resistenza militare nell’Italia occupata” (2012) – ma ha anche affrontato lo sguardo d’insieme sugli italiani di un periodo storico vicino e lontano al tempo stesso, fra la fine degli anni ’20 e gli anni ’60, ossia l’epoca fascista, della Seconda Guerra Mondiale, la ricostruzione post bellica fino a sfiorare l’epoca del boom economico.
Completa una prima triade degli alti ufficiali della Resistenza fucilati alle Fosse Ardeatine – a tutte le 335 vittime dell’eccidio è stato dedicato, nel 2024, con Marco Palmieri: “Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine” -, di Aviazione, Esercito e Carabinieri: “L’uomo che arrestò Mussolini – Storia dell’ufficiale dell’Arma Giovanni Frignani dalla Grande Guerra alle Fosse Ardeatine” (Marlin editore).
Di Giovanni Frignani, tenente colonnello dei Carabinieri ravennate, classe 1897, viene raccontata la vita, in maniera non enfatica, ma il tono piano è in grado di disegnarne un ritratto profondamente umano e, al tempo stesso, scevro da militarismi: l’uomo a tutto tondo, con i suoi affetti familiari e il suo amor patrio, il suo profondo senso del dovere innato rispetto all’Italia e alla propria famiglia.
L’affresco che Avagliano ci restituisce, di un uomo e di un’epoca, è molto coinvolgente, in grado di estrarre l’universale e il collettivo dalle azioni di un singolo individuo che giocò un ruolo importante nell’arresto dell’ormai deposto Duce all’uscita dal famoso incontro col Re Vittorio Emanuele III a Villa Savoia.
Il colosso dai piedi d’argilla va in frantumi dinanzi ai nostri occhi e viene trasportato in un’ambulanza per non dare nell’occhio, inizio di una prigionia – certamente senza l’uso della crudeltà e del sadismo che caratterizzò la sorte dei prigionieri di nazisti e fascisti anche prima dell’armistizio – che lo portò ad essere infine rinchiuso a Rocca delle Caminate, in Abruzzo, dove fu liberato dai tedeschi con un’audace piano di evasione.
Finita la missione dell’arresto del Duce, Frignani continuò a svolgere un ruolo importante nella resistenza a Roma, braccato dai nazisti come un nemico ferale, ma fu tradito e ancor oggi ci si chiede da chi: forse dalla donna tedesca ex amante di suo fratello, assolta per insufficienza di prove in un processo che subì nel dopoguerra e poi, già diventata cattolica con l’ausilio della moglie di Frignani, reinventatasi fervente apostola del Movimento dei Focolarini di Chiara Lubich? Un mistero grande.
Nel libro, si ritrova una frase di Mussolini, rivolta a Dino Grandi alla vigilia del Gran Consiglio del 25 luglio 1943, che dà una vertigine d’attualità:
“Io non cedo i poteri a nessuno; il fascismo è forte, la Nazione è con me; io sono il capo, mi hanno obbedito e mi obbediranno.”
La perfetta anatomia di un dittatore che si crea una realtà tutta sua, assolutamente avulsa da ciò che effettivamente è.












