L’ODISSEA DI NOLAN: PRO E CONTRO

di Annamaria Barbato Ricci

Ammettiamolo sinceramente: molti di noi baby boomers, con una buona scuola media e un ottimo Liceo classico alle spalle e che hanno persino avuto voglia di studiare, ci siamo accostati al botteghino del cinema dove si proiettava “Odissea” di Christopher Nolan, che ne è stato produttore, sceneggiatore e regista, con un bel po’ di pregiudizi.

Un’interpretazione filologicamente pura non c’era da aspettarsela, non foss’altro perché questo Signor “faso tuto mi” è americano, cioè con una visione interpretativa lontana anni luce dalla classicità.

A fine proiezione, però, me ne sono uscita convinta che Nolan ha usato l’Odissea come cornice per mandare il proprio messaggio al mondo, costellando, comunque, la pellicola di inesattezze e di immotivati sgarbi ad Omero. Libertà autoriale?

Un messaggio, il suo, che emblematizza la fine di un’epoca com’è quella che stiamo vivendo. Anche Ulisse è il vessillifero della fine di un’epoca, lui con le sue peregrinazioni fra tante esperienze quasi ferali e la scia di compagni morti che semina negli anni di vagabondaggio.

Quanto a spettacolarità, l’imprinting americano si è dispiegato alla grande, con scene traumatizzanti delle disgrazie di Ulisse e dei suoi compagni, ma anche con mari in burrasca o calmi, distruzioni a Troia e paesaggi straordinari, che magari abbiamo quotidianamente sotto gli occhi, ma che la macchina da presa esalta nella loro magia (leggi Favignana).

Ci sono cose quasi comiche che noi snob puristi non possiamo ignorare: come quando, tornato l’Astuto a Itaca e colloquiando senza rivelarsi con Penelope se ne esce con un’affermazione da XXI secolo: “Siamo alla fine dell’Età del Bronzo”, riferendosi a una periodizzazione venuta fuori millenni dopo. Oppure il personaggio del marinaio cinese (chiaramente cinese!) che contravviene agli ordini di Ulisse e si strappa i tappi di cera dalle orecchie dinanzi all’Isola delle Sirene, gettandosi in mare ammaliato.

La fissa dell’inclusività gioca brutti scherzi: anche la scelta di Elena (e il suo doppio Clitennestra, gemelle come nel mito) proveniente dall’Africa più nera sembra dettata da questa inclusività come imperativo categorico, replicata anche con personaggi minori di diverse etnie.

E qui casca l’asino. Anzi l’asina: l’attrice che interpreta la regina di Sparta (ricordiamoci che Menelao è un principe consorte… il regno era della moglie fuggitiva), pare non aver letto il copione per intero, ma solo i due foglietti della sua parte e confida alla stampa che Omero è un gran maschilista, visto che non dà spazio alle donne.

Se uno ha studiato un po’, invece, sa bene che sono le donne il motore immobile dell’Odissea (si ipotizza che indossasse il chitone anche la vera autrice del poema epico), a cominciare dalla dea Atena e da Circe, Calipso, per finire con Penelope. E una donna viene completamente tagliata dalla trama: la povera Nausicaa, con tutto il suo popolo, i Feaci, che nell’Odissea vera hanno un ruolo fondamentale per il ritorno a casa di Ulisse.

Nolan, invece, ha fretta di arrivare alla scena madre del repulisti dei Proci dalla Reggia di Itaca e carica l’eroe su una zattera malsicura, che sarebbe affondata anche in uno stagno, nel viaggio dall’isola di Calipso (Ogigia, che qualcuno identifica come Gozo, nell’arcipelago maltese) direttamente a Itaca, senza la tappa intermedia di Scheria (forse Corfù), patria dei Feaci, di cui è principessa Nausicaa.

Altra situazione tirata via è quella degli incontri con le anime dell’Ade: vabbé Tiresia e quel Sinone che Omero non nomina, ma è possibile che venga cassata anche Anticlea, sua madre?

L’atmosfera dell’intero film è mitica, a metà fra antichità e fantascienza: le armature saltabeccano fra le epoche, le mosse di kung fu sembrano sbattute dentro con la macchina del tempo, con Bruce Lee come allenatore.

Il pensiero del creatore di questo Kolossal (che solo così si può chiamare), però, riguarda l’eterno homo homini lupus che ritroviamo filo conduttore anche della nostra contemporaneità. Troia è Gaza, è Kyev; i mostri sono le tecnologie che abbiamo creato per pura hybris, quella che caratterizza Ulisse e gli inimica gli Dei. Un’hybris marchio di fabbrica dell’umanità e che oggi sta votandoci al disastro ambientale, al cambiamento climatico e al riscaldamento globale, potenziale anticamera dell’autodistruzione dell’umanità.

Lo scorso autunno, al Teatro Tordinona di Roma, è stata messa in scena un’Intervista impossibile a Ulisse che mi ha vista sul palcoscenico quale autrice-intervistatrice insieme al grande attore Carlo Valli. Per realizzarla, avevo creato un patchwork fra brani dei tanti autori, a cominciare da Omero, per arrivare a… Lucio Dalla, passando per Dante, Kavafis e Guido Gozzano, sì da tratteggiare come questo eroe sia l’universale del genere umano.

Quello di Nolan è altrettanto audace, furbo, sballottolato dal destino. Tutti gli effetti speciali vanno visti come un omaggio all’imprinting statunitense. E’ il finale che conta, quello che immette un filo di speranza all’umanità in declino precipitevolissimevolmente. Non anticiperò di più…