L’EUROPA E LA SINDROME DEI MAGNIFICI SETTE

di Andrea Attilio Grilli

Il contesto geopolitico internazionale richiede scelte nuove, profondamente diverse dall’idea che soprattutto l’Europa si era fatta del futuro. Si era affermata, infatti, una visione statica del futuro dell’Umanità dove il ciclo di vita nascere-morire si sarebbe sviluppato sotto il cappello protettivo degli USA e della NATO. Mentre l’Unione Europea si preoccupava dell’economia.

L’impostazione era di per sé fallace, comunque, visto che nel frattempo gli Stati Uniti creavano e sviluppavano nuove tecnologie e relative imprese che occupavano le leadership economica. Un progetto europeo in difesa e spesso monco, anche volontariamente, di una serie di prospettive soprattutto sul Mediterraneo che avrebbero reso il vecchio continente ancora capace di fare “politica”.

L’idea di un hard power lasciato agli USA veniva sostenuto anche quando Obama aveva avviato quel processo di sganciamento dal Medio Oriente, oggi cavalcato dai repubblicani di Trump; forse perché non si era negato quando lo stato islamico si era espanso in Siria e Iraq.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e l’attacco dell’Iran a Israele hanno evidenziato un fatto banale, ma poco evidenti a tutti, che la storia non era finita e che non coincideva con l’economia, altro abbaglio occidentale.

Qualsiasi nazione che voglia minimamente tentare di avere un minimo di autonomia e sovranità nazionale, ma il discorso vale anche per l’Europa, deve avere un esercito organizzato e preparato. E al cambiamento e al cambiare del contesto degli eventi questo si aggiorna e si prepara alle nuove sfide.

Oltre al fatto che le spese militari se ben pianificate sono un motore del processo di innovazione e progresso. Piaccia o non piaccia. Sul tema del riarmo è riemerso un pacifismo sempre in ritardo e sempre poco pacifista.

Lo schema Stati Uniti cattivi e gli altri buoni, un po’ vittime, se poteva funzionare anche con la presenza di discutibili personaggi sovietici o dei paesi non allineati, non può ragionevolmente e umanamente funzionare con i totalitarismi russi e iraniani. Tantomeno quello cinese, soprattutto con la propaganda e la capacità cinese di influenzare e pilotare posizioni politiche interne.

Alla fine, diventa solo svendita degli interessi nazionali. Quindi, che fare?

Vista la disattenzione di molti Stati europei sull’idea che il cappello difensivo americano non sarebbe stato eterno soprattutto dopo il discorso di Obama al Cairo, oggi bisognerà investire maggiormente per poi standardizzare la spesa.

D’altra parte, aumentare anche temporaneamente la spesa militare non vuol dire “fare la guerra” secondo uno slogan cieco, ma consente di alzare il livello di disaffezione all’uso dell’hard power perché è troppo costoso economicamente e umanamente.

Non si sottolinea mai abbastanza che la Germania nazista invaderà la Polonia e poi la Francia perché correttamente informata e preparata che queste non erano in grado di difendersi così come l’URSS, essendosi indebolita con l’acquisizione della Polonia, avrà poi bisogno del supporto americano almeno nelle prime fasi per avere i mezzi per contrattaccare.

Anche se non si arrivasse a una guerra diretta con la Russia o in generale con il blocco BRICS, sarebbe evidente, e la storia ha insegnato, che l’autonomia di una nazione e la sua capacità di sostenere i propri interessi nazionali sono difesi anche da una capacità difensiva appunto una deterrenza vera.

È chiaro che la strategia repubblicana ha diversi obiettivi parziali e complementari orientati a concretizzare un unico grande definitivo obiettivo: massimizzare gli investimenti fatti in questi trent’anni dell’impero americano e avere una serie di cuscinetti che assorbano i problemi e le criticità del mondo contemporaneo.

I detrattori dell’aumento delle spese militari si accompagnano a un pensiero che di fatto indebolisce non solo il quadro nazionale, ma anche quello comunitario.

Una nazione modula le sue strategie per sostenere i propri interessi nazionali in risposta ad eventi o creandoli per poi gestirli.

Comunque sia l’invenzione l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, la minaccia su Taiwan della Cina, l’espansionismo iraniano in Medio Oriente a scapito degli alleati di fatto come sauditi e israeliani impone comunque di ripensare a pianificare il proprio assetto difensivo.

Governo di centrodestra o di centrosinistra, la gestione e corretta di una nazione passa anche da decisioni di questo tipo. E l’Italia, essendo parte della NATO, dialoga con l’azionista di maggioranza; ma anche se Trump non avesse imposto il 5% sulle spese militari, l’Europa nell’agenda 2030 aveva già previsto investimenti sulle spese militari e recentemente ha varato le sue analisi e i suoi piani di sviluppo proprio per ricordare e affermare la propria capacità di essere sovrana. Il come e il perché lo decideranno le varie commissioni che seguiranno.

Vero è che alcune nazioni, come la Spagna, stanno cavalcando il pacifismo o il non-riarmo, ma si guardano bene dal sostenere di disarmarsi, per motivi e calcoli squisitamente elettorali e interni. Dagli scandali di corruzione in Spagna, alla ricerca di voti e consenso da parte di partiti di sinistra o populisti.

Una semplice riflessione sarebbe quella di dire che se veramente fossero movimenti pacifisti valuterebbero entrambe le problematiche conflittuali in Medio Oriente, e si batterebbero per l’Ucraina senza sostenere azioni totalmente a favore della Russia.

Sembra di essere dentro un film western, in una classica storia di buoni e cattivi, sempre che la realtà la si possa banalizzare in questo modo.



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