di Nicoletta Iacobacci
Ogni grande potenza governa l’intelligenza artificiale nella propria grammatica morale. Il problema non è che siano diverse. È che fingiamo di non saperlo, e che i documenti dichiarano la cultura mentre i finanziamenti dichiarano la realtà.
Nel primo trimestre del 2026 il venture capital (capitale di rischio) ha riversato 242 miliardi di dollari nelle aziende dell’intelligenza artificiale. Secondo Crunchbase, si tratta dell’80% di tutti gli investimenti globali di venture capital del periodo. Nello stesso anno, l’investimento mondiale in governance e sicurezza dell’AI è stimato, da chi prova a contarlo, come Second Talent, intorno agli 8,9 miliardi. Duecentoquarantadue miliardi in un trimestre per costruirla. Meno di nove in un anno per chiederci se la stiamo costruendo bene.
Non è uno squilibrio. È una confessione, e una confessione che i numeri stessi fotografano con durezza. Mentre le dichiarazioni globali su AI ethics si moltiplicano, il denaro che fluisce verso la ricerca sulla sicurezza di questi sistemi resta una frazione infinitesimale dell’investimento complessivo.
E mentre il mondo si interroga sull’etica di queste macchine, lo fa in lingue diverse che non sospettano nemmeno di essere diverse. C’è chi parla di diritti, chi di innovazione, chi di armonia, chi di rischio esistenziale, chi di dignità. Ognuno è convinto di partecipare alla stessa conversazione globale. Non è così. Quello che chiamiamo “dibattito sull’AI ethics” è in realtà un insieme di dialetti regionali, ciascuno con il suo vocabolario, i suoi presupposti metafisici, i suoi punti ciechi accuratamente non detti. La torre di Babele aveva almeno la decenza di crollare. Questa resta in piedi e si dà appuntamenti annuali.
Conviene allora ascoltarli uno per uno, questi dialetti. Non per stabilire chi ha ragione (esercizio inutile) ma per capire cosa ciascuno non riesce nemmeno a pronunciare.
Bruxelles: la lingua dei diritti
Il dialetto europeo è fatto di rights, risk, accountability, fundamental rights, trustworthy AI (diritti, rischio, responsabilità, diritti fondamentali, AI affidabile). È la grammatica più matura che esista: l’AI Act è il primo vero corpo normativo organico al mondo, costruito attorno all’idea che la tecnologia vada classificata per livello di rischio e tenuta al guinzaglio dei diritti fondamentali. Bruxelles parla benissimo. Articola, distingue, tutela.
C’è solo un dettaglio. Bruxelles regola un mercato in cui non gioca. I frontier model che oggi definiscono lo stato dell’arte non nascono in Europa: nascono altrove, e l’Europa li riceve già fatti, già addestrati, già intrisi delle scelte di valore prese in un’altra lingua. È la condizione di chi scrive le regole del galateo per una cena che si tiene a casa d’altri. Elegante, ineccepibile, irrilevante per chi cucina.
Washington: la lingua dell’innovazione (e dei divieti)
Il dialetto americano è innovation, safety, alignment, frontier risk, voluntary commitments (innovazione, sicurezza, allineamento, rischio di frontiera, impegni volontari). Qui la tecnologia si fa davvero: OpenAI, Anthropic, xAI, Waymo: quattro operazioni nel solo primo trimestre 2026 valgono, sommate, più di tutto il venture capital mondiale del 2024. Washington produce l’oggetto stesso del contendere.
Il suo punto cieco è la parola che pronuncia più spesso: freedom. Gli Stati Uniti dichiarano la libertà del mercato e dell’innovazione, e nel frattempo esportano divieti: i chip Nvidia più avanzati ufficialmente interdetti alla Cina. Il dialetto della libertà che pratica l’embargo. La contraddizione si vede a occhio nudo nella geografia stessa del potere: il 28 maggio 2026, secondo le cronache, Jensen Huang è entrato nel governance board della Tsinghua University, un consiglio presieduto da Tim Cook e popolato da Musk, Zuckerberg, Nadella, Dimon, Fink, Fraser. I chip non possono attraversare il confine. Gli uomini che li fanno siedono nel consiglio dell’università dall’altra parte del confine. Il dialetto americano non ha una parola per questo, e infatti non lo dice.
Pechino: la lingua dell’armonia
Il dialetto cinese è harmony, social stability, sovereignty, common prosperity (armonia, stabilità sociale, sovranità, prosperità comune). Sotto la superficie regolatoria pulsa una metafisica che l’Occidente fatica perfino a riconoscere come tale: una concezione del reale come divenire più che come essere, dove la coerenza astratta tra principio e prassi conta meno dell’efficacia del processo. Una lettura che ricorda alcune intuizioni di Severino: là dove non si pretende che le cose siano già definite, non si avverte la contraddizione di farle diventare.
Da qui nasce un fenomeno-firma come il Sesame Credit, lanciato da Ant Financial nel 2015: un punteggio reputazionale da 350 a 950 che non è il social credit governativo con cui viene continuamente confuso. La differenza non è solo chi lo gestisce. È che lo Stato punisce, mentre il privato non toglie nulla a chi sta in basso, premia soltanto chi sta in alto. La fiducia non come strumento di conformità, ma come leva commerciale. E l’adesione, formalmente volontaria, arrivava spesso col consenso già spuntato.
Non importa qui se sia distopia o servizio. Importa il presupposto: che la fiducia sociale sia misurabile, traducibile in metrica, e che misurarla sia un atto di ordine, non di sorveglianza. Curioso: l’Occidente questa distopia l’aveva già trasmessa Nosedive, episodio di Black Mirror dell’ottobre 2016, proiettandola come incubo un anno dopo che la Cina l’aveva tranquillamente messa in commercio. Abbiamo immaginato il loro futuro prima che loro lo vivessero come presente.
La forza del dialetto cinese è la coerenza apparente tra ciò che dichiara e ciò che finanzia. Il suo punto cieco ha un nome che non userà mai: l’individuo, e i suoi diritti quando confliggono con la stabilità.
Londra: la lingua del rischio esistenziale
Il dialetto britannico è frontier safety, existential risk, AI Safety Institute (sicurezza di frontiera, rischio esistenziale, Istituto per la Sicurezza dell’AI). Da Bletchley Park in poi, il Regno Unito ha imposto al mondo un’agenda: e se il pericolo non fosse il bias di oggi ma l’estinzione di domani? È una grammatica nobile e necessaria, e ha avuto il merito di costringere i governi a sedersi attorno a un tavolo.
Il suo limite è sociologico prima che filosofico: parla la lingua di una manciata di laboratori e dei loro fondatori. È un’etica scritta dal piano alto, dove si discute di rischio esistenziale mentre al piano terra la gente perde il lavoro per un sistema di cui nessuno le ha spiegato il funzionamento. Un’etica per pochi, anche quando dice di parlare per tutti.
Singapore e gli hub: finanziari
Il dialetto dei centri finanziari — Singapore in testa — è trustworthiness, responsible AI, business-grade compliance (affidabilità, AI responsabile, conformità a livello aziendale). Pragmatico, operativo, privo di sentimentalismi. Funziona perché non promette nulla che non si possa mettere in un contratto.
E qui sta il punto cieco: è un vocabolario di compliance, non di valore. “Responsabile” significa conforme, non giusto. È l’etica come voce di bilancio. Utilissima, e muta sulla sola domanda che conta.
Roma: la lingua della dignità
Il dialetto vaticano è l’unico fatto di parole che gli altri cinque hanno smesso di usare: dignità umana, anima, comunità, schiavitù digitale. Il 25 maggio 2026 Leone XIV ha presentato Magnifica Humanitas, la prima enciclica interamente dedicata all’intelligenza artificiale: testo datato 15 maggio, festa di Pentecoste, cinque capitoli, duecentoquarantacinque paragrafi. In continuità dichiarata con la Rerum Novarum di Leone XIII, 1891: centotrentacinque anni dopo, la stessa questione sociale, ma la fabbrica adesso pensa. L’enciclica chiede che l’AI “vada disarmata”, parla di “schiavitù digitale”, denuncia “la concentrazione del potere in una manciata di aziende”.
A fianco di Papa Leone XIV c’era Chris Olah, co-fondatore di Anthropic. Quando il vertice della ricerca sull’interpretabilità dei sistemi AI siede con il Vaticano per parlare di dignità umana, il segnale è nitido: la conversazione si è spostata. Non si parla più solo di parametri. Si parla di che cosa sia un essere umano.
Il punto cieco che hanno in comune
Sei dialetti diversi, sei vocabolari, sei metafisiche. Eppure condividono un’unica cecità: confondono l’etica con la regolazione. Producono framework, dichiarazioni, principi, indici, summit. Tutti rispondono alla domanda come governiamo questa cosa?. Nessuno osa la domanda davvero filosofica, quella che Galimberti porrebbe senza esitare: cosa significa essere umani dentro un’infrastruttura che ha cominciato a pensare al posto nostro?
C’è un livello che precede ogni regolamento. Non vive nei documenti. Vive nel gesto, nel momento esatto prima della delega, quando una persona sta per affidare alla macchina una decisione che era sua, e per una frazione di secondo potrebbe ancora trattenerla. Lì non arriva nessun AI Act, nessun Safety Institute, nessuna enciclica. Lì arriva solo l’abitudine. E l’abitudine, in questo momento, non la sta educando nessuno.
I numeri, intanto, raccontano la direzione: lo Stanford AI Index 2026 segnala l’investimento globale in AI cresciuto del 130 per cento, oltre 581 miliardi; Gartner stima la spesa complessiva 2026 sopra i due trilioni, circa il due per cento del PIL mondiale. E nello stesso periodo il Foundation Model Transparency Index di Stanford è crollato da 58 a 40. Più potenti, e meno leggibili. Un paper bibliometrico recente Mind the Gap, su oltre seimila lavori, fotografa perfino uno scisma dentro la ricerca: chi studia la “sicurezza” e chi studia l’”etica” quasi non si parlano, appena il cinque per cento dei lavori fa da ponte. I dialetti, scopriamo, non dividono solo le nazioni, dividono anche chi dovrebbe risolverli.
L’eccezione strutturale
Tra le sei voci, una sola non ha conti da far quadrare. Il Vaticano non finanzia ricerca sull’AI, non possiede laboratori, non ha azioni in OpenAI, non vende compliance. La sua è — letteralmente — l’unica posizione strutturalmente disinteressata del tavolo.
Il che non la rende giusta. Una voce religiosa può sempre essere accantonata dal dibattito laico, e spesso lo merita. Ma la sua libertà ha un fondamento materiale che le altre cinque non hanno: chi non finanzia non deve giustificare i propri finanziamenti. Tutti gli altri dialetti dichiarano una cultura nei loro documenti e ne praticano un’altra nei loro bilanci. Bruxelles regola ciò che non produce. Washington predica libertà ed esporta divieti. Singapore confonde il giusto col conforme. Solo Roma può permettersi di dire una cosa e non doverne finanziare il contrario: perché non finanzia niente.
È un privilegio, non una virtù. Ma è esattamente il privilegio che manca a tutti gli altri, ed è la ragione per cui le sue parole suonano stranamente nitide in un coro che, altrove, canta una lingua e ne paga un’altra.
La domanda che resta
He Jiankui, il biologo che nel 2018 modificò il DNA di due embrioni umani, è uscito di prigione nel 2022 e ha riaperto un laboratorio a Pechino finanziato da investitori cinesi e donazioni, con discussioni in corso per finanziamenti americani. La struttura è emblematica: ovunque, i documenti dichiarano una cosa e il denaro ne fa un’altra, e il denaro tace sul proprio nome. È il dialetto più universale di tutti, e l’unico che nessuno ammette di parlare.
La domanda allora non è quale dialetto sia quello giusto. È se siamo disposti a riconoscere che ne stiamo parlando sei diversi e che fingere di parlarne uno solo è già il primo errore, quello da cui discendono tutti gli altri.
Tra le sei voci, una sola non deve far quadrare insieme dichiarazioni etiche, investimenti industriali e interessi geopolitici. Non perché sia la più saggia, ma perché è l’unica che parla da una posizione materialmente diversa: fuori dalla catena di incentivi che muove tutte le altre. È per questo, per la posizione, non per la devozione, che nel 2026 alcune delle domande più radicali sull’AI stanno emergendo da Roma.
E la più radicale è anche la più semplice. È la distinzione che cito da dieci anni nelle aule e nei convegni. Nel mio saggio Being Human vs Human Being ho sviluppato questo framework: Being Human, il verbo, l’atto di vivere consapevolmente, deve essere interrogato prima di qualsiasi intervento su Human Being, la specie, il substrato biologico che la tecnologia modella. Non è detto che Roma abbia la risposta. Ma è una delle poche voci che si ostina a porre la domanda nell’ordine giusto: chi siamo come persone che vivono prima ancora di chiederci come governare le macchine che ridefiniranno chi siamo come specie.












