L’ETÀ DEL PENSIERO CORTO,

FENOMENOLOGIA DI UN DECLINO

Riflessioni e spunti per una reazione liberaldemocratica

Il tema

Nei periodi di passaggio della storia le domande diventano radicali e i tentativi di risposta sofferti, complessi e dubbiosi. La prima domanda è quella cruciale, una domanda antropologica: chi siamo noi umani? Alla luce di quello che accade, quale è la visione antropologica più rispondente alla realtà, capace di definire questo essere particolare, polipotente e insieme fragile, che si chiama uomo? Le risposte sono state le più diverse nei diversi tornanti della storia e nelle diverse circostanze, tutte caratterizzate però da un’ontologica provvisorietà e una intrinseca contraddittorietà.

Comunque non ci si è mai arresi, una visione è stata sempre proposta, sapendo della sua provvisorietà ma nel contempo della sua necessità. E con la visione antropologica ogni volta si è sviluppata la discussione in campo etico e in campo politico.

È accaduto nella Grecia classica ed ellenistica, a Roma, nel Medioevo e su su nell’Età moderna. Accade anche oggi, quando nuovi processi di disumanizzazione ci spingono a chiederci chi siamo davvero e se ce la possiamo fare, se possiamo ancora sperare nel futuro.

Immanuel Kant, immerso nell’atmosfera culturale dell’illuminismo maturo che vedeva già stagliarsi all’orizzonte una nuova epoca aperta dalla rivoluzione francese, e memore delle guerre europee culturalmente laceranti, umanamente sanguinose e materialmente distruttive, del Seicento e Settecento, aveva aperto il suo saggio del 1784 “Idea per una storia universale in prospettiva cosmopolitica” con questa affermazione: Da un legno così storto come quello di cui è fatto l’uomo non può venir costruito nulla di interamente diritto. Dalla natura ci può venire imposta solo l’approssimazione di questa idea.

L’uomo per Kant è dunque un legno storto che è difficile raddrizzare. Nell’uomo alberga il male radicale, e di questa presenza, egli dice, ci sono esempi inoppugnabili che è inutile elencare (si veda “La religione nei limiti della semplice ragione”).

In un’opera del 1798, “Antropologia dal punto di vista pragmatico”, ci parla addirittura dell’uomo come animato da follia che spesso sfocia in malvagità.

Ma non si tratta di una irrimediabile disposizione al male, perché insieme alla malvagità c’è anche la disposizione al bene.

L’azione morale è possibile perché l’uomo è essere dotato di ragione che appunto si fa pratica per l’azione, e comanda non solo in base a criteri di convenienza transitori (imperativi ipotetici “se … allora”) ma secondo principi validi universalmente: “agisci in modo che la massima delle tue azioni possa diventare principio di una legislazione universale”, cioè nel decidere un tuo comportamento in una certa situazione regolati in modo tale che altri, in situazione analoga, possano decidere di tenere lo stesso comportamento.

Agisci “come se …”, è questo il comando della ragione, l’imperativo categorico, in cui è intrinseca l’idea di libertà: sei libero, puoi fare il bene; puoi scegliere, ne sei responsabile. È ben vero che Spinoza aveva detto che l’essenza dell’uomo è la cupiditas, che potremmo intendere come “desiderio sfrenato”. Ma, come detto, per Kant il legno storto non è destinato irrimediabilmente al male, può regolarsi e correggersi, con impegno e lavoro.

L’età del pensiero corto

Può valere ancora questo modo di rappresentarci la condizione umana: un legno storto con capacità di autocorrezione? Può ancora parlarci questa antropologia, apparentemente pessimistica e in realtà realistica, criticamente fondata e perciò positiva? Vedremo.

Però per intanto dobbiamo prendere atto che da Kant a oggi sono passati più di due secoli e lo stato di fatto dell’umanità non sembra affatto migliorato né tanto meno l’umanità sembra capace, a parte qualche sporadico sprazzo, di segnali di resipiscenza. Anzi, potremmo anche dire che, dopo un lungo cammino, siamo giunti all’approdo che può essere appropriato definire “L’età del pensiero corto”.

Si, proprio un’età, una fase della storia che assume caratteristiche di tipicità, in cui l’elemento distintivo della specie umana rispetto alle altre specie, la capacità di pensare, si riduce in quantità e qualità non per ragioni biologiche ma per ragioni culturali e di organizzazione, e connesse coerenti dinamiche sociali. Diventa appunto pensiero corto, un carattere che assume evidenza di tendenza strutturale nell’area globale dell’Occidente, quella da cui il pensiero si è originato come facoltà umana autonoma, capacità di acquisire ed elaborare conoscenze senza dipendere da autorità esterne.

E quella in cui si sono prodotte, nel corso di almeno ventisei secoli, non solo le conoscenze che hanno permesso all’umanità intera di progredire, seppure in modo contraddittorio e drammatico sotto i diversi aspetti e le diverse latitudini, ma anche le prospettive di un futuro migliore rispetto alle difficoltà e ai drammi del presente dei diversi momenti della storia.

Che cosa intendiamo dunque per pensiero corto?

Anzitutto non intendiamo banalmente il pensiero che si esprime con poche parole e formule semplificate sui social, i 140 caratteri di Twitter, oggi X, e piattaforme analoghe. Intendiamo piuttosto il rinsecchimento del vocabolario e della grammatica cui si connette strutturalmente il rinsecchimento della sintassi mentale, l’impoverimento della facoltà di pensare, che nella sua pienezza esistenziale è conoscenza ed elaborazione autonoma, e scelta della direzione del cammino, sia individuale che collettivo. Ciò che pesa appunto anzitutto sulla vita individuale personale, ma in chi assume ruoli di classe dirigente diventa anche peso sulla vita di comunità.

Ci sono prove fondate del progressivo impoverimento linguistico in Italia. Tullio De Mauro, il grande linguista autore di “Storia linguistica dell’Italia unita”, con due ricerche, una nel 1976 e una successiva nel 1996, dimostrò che il vocabolario di un medio studente liceale in venti anni era passato da 1600 a 600/700 parole.
Oggi, a distanza ancora di quasi vent’anni (2018), Umberto Galimberti (citato da Vito Mancuso in “Non ti manchi mai la gioia”) esprime la convinzione, sulla base della sua esperienza (che non è difficile condividere), che i giovani “se la cavino con 300 parole, se non di meno”.

Ma è evidente, non è questione solo di ricchezza e articolazione lessicale, è questione anche di articolazione concettuale, di ricchezza di pensiero. Come rileva Valter Casini, diversi studi internazionali evidenziano una stretta correlazione tra la diminuzione negli ultimi vent’anni del quoziente intellettivo medio della popolazione mondiale e l’impoverimento della competenza linguistica in termini di conoscenze sia lessicali che sintattico-grammaticali. La graduale scomparsa dei tempi (congiuntivo, imperfetto, forme composte del futuro, participio passato) dà luogo a un pensiero quasi sempre al presente, limitato al momento: incapace di proiezioni nel tempo. Meno parole e meno verbi coniugati implicano meno capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero. È anche un impoverimento della democrazia: l’ignoranza produce disimpegno civile e manovrabilità delle masse. Non a caso i regimi totalitari ostacolano la ricchezza e la complessità del linguaggio e la scrittura: povertà del linguaggio uguale povertà del pensiero; meno pensiero uguale meno possibilità di pensiero critico. Conclusione: Coloro che affermano la necessità di semplificare l’ortografia, sfrondare la lingua dei suoi “difetti”, abolire i generi, i tempi, le sfumature, tutto ciò che crea complessità, sono i veri artefici dell’impoverimento della mente umana.

Dunque chiamiamo pensiero corto la manifestazione di una limitazione della capacità di pensare che rinvia a questioni molto complesse, che emergono anche dalla sua (apparente) paradossalità. È infatti apparentemente paradossale se si pensa che si tratti di un fenomeno che si è aggravato man mano che è aumentata la quantità delle informazioni, la differenziazione delle piattaforme utilizzabili, la complessità delle operazioni di realtà e il rischio di passare facilmente dalle rappresentazioni alle loro falsificazioni. Ma non è paradossale se cerchiamo di interpretarne correttamente fenomenologia e origini.

Se, ancor prima di entrare su questo piano, si volesse per contrapposizione una controprova del legame inscindibile e dinamico tra realtà, linguaggio e pensiero, basterebbe ricordare come questo tema sia stato posto dai primi filosofi nella Grecia classica nei termini della rispondenza tra pensiero, parola e cosa. Eraclito scopre che “tutto scorre” proprio per questa relazione e dice ad esempio: Negli stessi fiumi entriamo e non entriamo, siamo e non siamo. Il nome è lo stesso ma le acque scorrono e, se noi ci mettiamo piede, saremo bagnati da acque sempre diverse: il pensiero, il logos, ci dice della contraddittorietà intrinseca della realtà per il legame tra la parola che designa la cosa senza cambiare e la cosa stessa che continuamente cambia.

Ma forse la più straordinaria e feconda esperienza di un legame strutturale tra linguaggio e pensiero capace di indicare agli uomini una inscindibilità che diventa interpretazione di senso, visione e insegna direzionale sub specie aeternitatis, può essere individuata in quella che può essere chiamata “la poesia dell’invisibile” o del disvelamento (apokálypsis) di verità. I due poeti che la rappresentano al massimo grado di perfezione sono naturalmente Tito Lucrezio Caro con il suo “De rerum natura” e Dante Alighieri con la “Divina Commedia”.

Per rendersene conto si legga l’analisi che ne propone il grande latinista Ivano Dionigi nel suo ultimo lavoro, “L’apocalisse di Lucrezio”, che dei due capolavori evidenzia, in particolare nella parte finale, analogie e convergenze conclamate che non possono non sorprendere. Lucrezio mette in versi la fisica, Dante la teologia. Entrambi sono poeti del cosmo, della conoscenza del Tutto e della luce umana e/o divina che ne permette la visione. Possono esserlo in quanto capaci di inventare la lingua piegandola alla conoscenza della meravigliosa complessità del mondo e della vita. Sono appunto tiranni della lingua (sempre Ivano Dionigi). Ma sul tema torneremo dopo per registrare il contributo che da questi giganti di un passato sempre presente può venire proprio al contrasto del pensiero corto.

Fenomenologia del pensiero corto

Ora, prima di occuparci delle origini del fenomeno che stiamo analizzando, ci sembra urgente descrivere seppure sommariamente la sua fenomenologia. Ne parleremo con riferimento all’Italia, che ci sembra esprimerne compiutamente le caratteristiche essenziali. Abbiamo già detto che non si tratta di un fenomeno biologico, di un arretramento evolutivo, né di un fenomeno di pura semplificazione della comunicazione, l’“essenzializzazione” propria delle piattaforme social, quanto piuttosto di un rinsecchimento del linguaggio che è nello stesso tempo un rinsecchimento del pensiero. Certo, la logica social spinge in questa direzione, perché lì non conta né la solidità del ragionamento né la documentazione né la veridicità delle affermazioni, ma la capacità di stare sul pezzo, la velocità e la reattività, la spregiudicatezza dell’opinare a prescindere dalla realtà.

I social hanno la loro logica e il loro linguaggio, che incidono nel creare le condizioni in cui si afferma e si propaga il pensiero corto ma non ne esauriscono affatto la fenomenologia, che appunto si manifesta in forme ben più complesse e incisive. Quello dei social è più un ambiente di incentivazione e di diffusione che di creazione del pensiero corto, il luogo delle ciance di chi il pensiero corto già ce l’ha o di chi lo stimola sapendo che le masse si scatenano meglio senza collegare la parola al cervello.

Manifestazioni più complesse e incisive sono ad esempio la scuola, i media tradizionali, l’amministrazione della giustizia e naturalmente la politica, che sono anche ambienti di accettazione e insieme di creazione e uso del pensiero corto. Si potrebbe forse parlare, senza troppa esagerazione almeno in Italia, di show educativo, show mediatico, show giudiziario e show politico.

La scuola, che sotto la spinta di un flusso nevrotizzante di innovazioni parziali ad ogni cambio di ministro abitua il personale o a rifugiarsi in una rassicurante ripetitività o, a parte lodevolissime eccezioni, a introdurre novità di facciata in una insana logica competitiva, con il risultato convergente di scoraggiare l’apprendimento critico, la sedimentazione meditata delle conoscenze e l’acquisizione di un metodo razionale spendibile sia nelle professioni che nell’esercizio delle responsabilità civiche, con i risultati in alcune aree allarmanti e comunque a macchia di leopardo che si vedono nelle rilevazioni internazionali, e con il montare dei comportamenti che scambiano la libertà con l’ignoranza delle regole e del senso del limite.

I media tradizionali, vere e proprie fabbriche, anche qui tranne rare eccezioni, della non notizia, della ripetitività ossessiva e dell’omologazione nel segno della massima emotività e del non pensiero, di cui sono esempi inarrivabili i talk show, in cui conta tutto tranne informare e far capire: scontro verbale, velocità, interruzioni e frammentazioni di discorso in omaggio alla tirannia dell’audience; per contro, poca informazione e scarso ragionamento.

L’idea portante formale è che sennò non si cattura l’attenzione del pubblico.

E così, con la scusa di parlare alla “casalinga di Voghera”, in realtà si procede all’ebetizzazione sistematica di persone ridotte a massa, pubblico chiamato ad assicurare lo share che determina il successo o l’insuccesso delle trasmissioni e dei loro autori e conduttori.

La giustizia, un settore istituzionale particolarmente esposto alla riduzione del pensiero a pensiero corto, sia per il modo da tempo diffuso di interpretare l’amministrazione della giustizia, troppo spesso come esercizio di giustizialismo e soprattutto come evento mediatico (show giuridico), sia per le invasioni di campo tra magistratura e politica, l’idiosincrasia per le riforme necessarie, i privilegi di impunità, le lentezze e la troppo frequente dimenticanza che la dignità della persona viene prima di qualunque altra questione si voglia far valere. Ne soffrono le persone che hanno a che fare con il sistema giudiziario, sia nell’attesa del giudizio, sia nel processo stentato del riconoscimento dell’innocenza, sia nelle modalità al limite dell’inciviltà dell’espiazione della pena. Ne deriva, insieme con le altre manifestazioni, un diffuso senso di precarietà e di insicurezza che frena la voglia e il coraggio di iniziativa e di intrapresa e rafforza quell’aria di rinuncia che è il brodo della stagnazione, effetto e causa insieme della sterilizzazione dell’anima pensante.

La politica, che da una parte produce e dall’altra utilizza la disposizione al pensiero corto perché fondamentalmente interessata ormai quasi esclusivamente alla ricerca del consenso. Una ricerca che in democrazia, sia detto per amore di verità, non solo è giustificata ma è necessaria, giacché dal consenso deriva la forza elettorale, la capacità di rappresentanza e il potere di contare nelle situazioni e nelle decisioni che contano.

Tuttavia, se la politica viene ridotta a show politico, come di fatto lo è, perde la sua stessa natura di strumento per l’autogoverno della polis, nega sé stessa schiacciandosi sul presente, inseguendo la quotidiana centralità del purchessia, e impedendosi progettualità e capacità riformatrice. E così anche cogliendo il risultato di rendere ondeggiante lo stesso consenso che ciecamente insegue, con la necessaria conseguenza che rapidamente si sale e rapidamente si scende, si genera sfiducia nelle regole democratiche e nelle classi dirigenti, si incentiva l’astensione dal voto e si indeboliscono ruolo e funzionamento delle istituzioni.

In questo ambito una manifestazione particolarmente evidente della capacità della politica di coltivare e generare pensiero corto è l’atteggiamento di fronte alle novità, il più delle volte oscillante tra l’entusiasmo poco meditato e l’ostilità che lo è ancor meno, talvolta per interesse e talaltra per paura e incompetenza. Un test particolarmente significativo è rappresentato oggi dal rapporto con le innovazioni incalzanti dell’area del digitale, in particolare dell’AI generativa. Espressione di una visione miope scarsamente meditata, è stata ad esempio la posizione espressa dalla presidente Meloni in occasione della conferenza stampa dello scorso 4 gennaio quando, in risposta ad una domanda proprio sull’AI, ha detto che L’intelletto rischia di essere sostituito … rischiamo un effetto devastante in cui vedremo sempre meno persone necessarie. Le sfugge proprio la portata della cosa, il fatto che siamo di fronte ad un cambiamento di scenario, che va compreso in profondità e governato con la sapienza della ragione. Le sfuggono perciò sia i pericoli che le opportunità. Le sfuggono i due temi congiunti che si pongono già nell’immediato: sia il tema delle occasioni di collaborazione offerte dalla necessità di interventi sulla gestione regolatoria e politica dell’AI, sia quello delle opportunità di sviluppo in una molteplicità di settori (es. industria, comunicazione, servizi, PA, trasporti, ambiente, formazione). Non può certo essere questo l’atteggiamento di chi ha responsabilità di governo.

Il culmine del pensiero corto, in questo ambito cruciale della vita pubblica, viene raggiunto quando tra le classi dirigenti si fa strada l’idea che i problemi complessi si risolvono per le vie brevi, quelle che tagliano corto con le discussioni e gettano in pasto al popolo affamato di soluzioni purchessia la ricetta facile, non importa al momento se realizzabile o no, né se dopo sarà o no realizzata, essendo funzionale alla battaglia del momento e non alla soluzione effettiva del problema e tanto meno alla cura dell’interesse generale di comunità.

È questo il populismo, malattia dei regimi illiberali e tarlo delle democrazie avviate al declino. Un tarlo che diventa pericolo incombente di crisi dei connotati liberali della democrazia quando si sposa con tendenze sovraniste, che assumono la chiusura entro i confini nazionali, in contrasto con la società aperta e le dinamiche del mondo globalizzato, come illusoria garanzia di sicurezza.

Tutto questo fa il paio con le manifestazioni di rinsecchimento della facoltà di giudicare, già ora consistenti anche se forse non ancora prevalenti, che emergono sempre più senza vergogna dalle università e dal mondo della cultura. Si tratta delle tendenze che potremmo definire della purificazione e dell’omologazione santificante, quelle che vorrebbero, da una parte non comprendere criticamente gli accadimenti storici, ma cancellare e riscrivere la storia secondo criteri attuali, e perciò necessariamente contingenti, di verità e giustizia, e dall’altra trasformare la giusta lotta alle discriminazioni delle minoranze in occasione per imporre a tutti scelte di vita, e persino parole e pensieri ritenuti giusti in assoluto, anche con modalità che nei fatti producono nuove discriminazioni.

Sono tendenze che partono dal mondo anglosassone, in particolare dai campus americani, ma che poi si ritrovano presenti nelle università europee e ovviamente anche in Italia.

Non a caso poi queste tendenze diventano anche brodo di coltura di un pacifismo peloso che, in nome di un umanitarismo assoluto e per tacitare comprensibili tempeste di coscienza rispetto alle guerre in corso, pronuncia con facilità le parole “tregua subito” e “pace subito” senza preoccuparsi però del loro concreto significato e delle loro pratiche conseguenze.

Soprattutto, dimenticando non solo la differenza tra aggressore e aggredito ma la verità dei fatti, e così senza vergognarsi di accettare acriticamente anche le falsificazioni più smaccate e di ritrovarsi accanto a Putin o all’estremismo islamico e ad Hamas.

L’Italia in questo non si è fatta precedere da nessuno.

Origini e svolgimento del pensiero corto. Da Nietzsche al postmodernismo

Sarebbe troppo generoso e comunque sbagliato ritenere che il modo di interpretare e vivere il nostro tempo che si esprime come fenomenologia del pensiero corto sia frutto di casualità, improvvisazioni e contingenza storica. Al contrario, si tratta, come abbiamo detto dall’inizio, di un connotato identificativo dell’epoca che viviamo, punto di arrivo di un lungo percorso del dibattito culturale e di un determinato clima storico che nel tempo si è formato e manifestato. Sembra opportuno dunque capirne origini e svolgimento anche al fine di disporre per quanto possibile dell’attrezzatura mentale utile ad individuare temi e modalità di contrasto.

All’origine c’è “la fine delle grandi narrazioni”, che ha i suoi robusti prodromi già nella “fine delle certezze” prodotta dalla reazione antipositivista e antideterminista degli ultimi decenni dell’Ottocento, che ha in Friedrich Nietzsche, più che il suo campione, il fondatore di una reazione ancor più radicale che vede nel modo razionalista con cui l’uomo europeo ha interpretato se stesso e il suo ruolo nel mondo l’inizio della decadenza della civiltà occidentale in quanto negazione della vita e dei suoi stessi valori, e che arriva alle sue estreme conseguenze nella seconda metà del Novecento, dopo le immani tragedie che sappiamo, con il “postmodernismo”.

Quello del postmodernismo in effetti è il passaggio cruciale. Tutto era cominciato però con la morte di Dio che Friedrich Nietzsche fa annunciare al folle uomo nell’aforisma 125 de “La gaia scienza” (1882-1887): Il folle uomo con la lanterna nella luce del giorno si recò al mercato e gridò alla folla:

“Dove se n’è andato Dio? ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Nietzsche in sostanza mette in questione la storia socratico-cristiana dell’occidente, che a suo giudizio, con il culto della ragione calcolatrice e ordinatrice, distrugge lo spirito dionisiaco, la creatività, lo spirito vitale, e con ciò giunge al nichilismo, la distruzione di tutti i valori. Per cui da qui si dovrà ripartire, trasformando il nichilismo negativo in nichilismo positivo. Lo potrà fare l’uomo che va oltre l’uomo della tradizione, appunto l’oltreuomo (l’Übermensch del “Così parlò Zarathustra” nell’interpretazione di Gianni Vattimo), che è divenuto cosciente che il senso del mondo non è dato ontologicamente e che quindi può essere da lui stesso autonomamente determinato.

La questione era nell’aria. Qualche anno prima (tra il 1879 e il 1880) Fëdor Dostoevskij, nel suo ultimo romanzo, “I fratelli Karmazov”, aveva già scritto che se Dio è morto, tutto è possibile, ed è sulla base di questa idea trasmessagli da Ivan, uno dei tre fratelli, che Smerdiakov, servitore e probabile fratellastro, aveva ucciso il padre. Il visitatore che aveva comunicato proprio ad Ivan quella riflessione aveva infatti detto: secondo me, non c’è proprio da distrugger nulla, ma è sufficiente che sia distrutta, nell’umanità, l’idea di Dio […]. L’animo dell’uomo s’innalzerà in un divino, titanico orgoglio, e farà la sua comparsa l’uomo-Dio […]. Per un Dio non esistono leggi! Dove un Dio si pone, ivi è già di per sé un luogo divino! Dove mi porrò io, ivi diventerà subito il più eminente dei luoghi… “tutto è permesso”, e tanto basta!

In sostanza, siamo di fronte alla crisi radicale dei valori dell’occidente.

Ma l’idea che al Dio della tradizione cristiana e della civiltà dotata di un senso metafisicamente fondato, che muore con l’annullamento dei valori che essa stessa ha prodotto, si sostituisca l’uomo-Dio, era allora solo una possibilità estrema. Lo stesso Nietzsche in un altro passo de “La gaia scienza” aveva detto del folle uomo: Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense. “Vengo troppo presto – proseguì – non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate.

Quella inattualità è diventata invece attuale, seppure con un percorso disarticolato, si potrebbe dire con un andamento ondeggiante, tra la seconda metà del Novecento e i primi venti anni del nostro secolo. Dopo la ventata delle speranze riformatrici del ventennio successivo alla seconda guerra mondiale, la memoria delle tragedie che si erano susseguite senza sostanziale discontinuità ad un certo punto si è saldata con il rigetto della piega rampante che nel frattempo aveva preso la competizione capitalistica.

Nello stesso tempo il rifiuto delle grandi narrazioni culturali (l’illuminismo, l’idealismo, il marxismo) e delle grandi idealità sociopolitiche trasformative (il liberalismo, il socialismo, il fascismo) per la loro incapacità di dare ragione dei problemi di una società ormai frammentata, disorientata e in preda ad uno sfrenato individualismo, non poteva non tradursi almeno nella presa d’atto che nel mondo tutto è transeunte, fragile, storico e soggettivamente interpretabile.

D’altronde Nietzsche, il grande ispiratore delle riflessioni che da Heidegger transitavano poi giù giù lungo il corso del secolo, aveva detto anche questo, che non ci sono fatti ma solo interpretazioni. Contro il positivismo, che si ferma ai fenomeni: ‘ci sono soltanto fatti’, direi: no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni. Noi non possiamo constatare nessun fatto ‘in sé’; è forse un’assurdità volere qualcosa del genere. ‘Tutto è soggettivo’, dite voi; ma già questa è un’interpretazione, il ‘soggetto’ non è niente di dato, è solo qualcosa di aggiunto con l’immaginazione, qualcosa di appiccicato dopo. È infine necessario mettere ancora l’interprete dietro l’interpretazione? Già questo è invenzione, ipotesi.

Così Jean-François Lyotard con il suo “La condizione postmoderna” (1979), mentre registrava la crisi delle “metanarrazioni”, i grandi racconti teorici dell’emancipazione umana, gli ideali universalistici che hanno segnato la modernità, da una parte affermava un atteggiamento di incredulità e di disincanto nei confronti di ogni finalismo o pretesa di certezza e dall’altra però esprimeva anche la necessità di lasciare libera espressione alla creatività, al pluralismo, all’eterogeneità delle manifestazioni soggettive.

È questo l’atteggiamento mentale che sull’onda di Nietzsche e Heidegger ritroviamo poi anche nell’ermeneutica e nel postmodernismo di Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, che nel 1983 pubblicano “Il pensiero debole”, un’opera destinata ad alimentare un largo dibattito filosofico con conseguenze anche di orientamento culturale generale e di costume. Pur interessati l’uno, Vattimo, più all’indebolimento del concetto di essere e l’altro, Rovatti, all’indebolimento del ruolo del soggetto conoscente, entrambi convergono sull’idea di un “pensiero debole”, che è tale in quanto abbandona ogni pretesa di fondazione metafisica e ogni concezione filosofica o ideologica che voglia presentarsi come assoluta. Non c’è conoscenza certa, non c’è criterio di verità, c’è solo libertà, tolleranza, molteplicità delle voci che hanno diritto di parola.

Un messaggio, quello del pensiero debole, a doppia valenza: l’espulsione della verità dalla storia e la connessa rinuncia ad ogni criterio universale di valore (vero/falso, giusto/ingiusto, bello/brutto) ha intellettualmente legittimato, da una parte quella che è stata definita l’“atomizzazione etica di massa” per cui ognuno la pensa come gli pare né ci può essere gerarchia delle opinioni, e dall’altra la caratterizzazione della vita sociale come ricerca dell’utile individuale, il cui esito non può che essere il singolarismo (Francesca Rigotti, “L’era del singolo”), l’idea che tutto nel mondo può e deve essere ricondotto alle esigenze e ai gusti del singolo individuo ridotto alla monade leibniziana senza porte e senza finestre. Insomma, il trionfo del pensiero corto.

D’altra parte però è anche vero che non si può non riconoscere a posizioni come queste il merito di aver posto problemi reali di modernizzazione sia del pensiero che del costume e dell’assetto sociale. Peraltro in sintonia oggettiva con le trasformazioni strutturali che stavano avvenendo nella società e nella politica del periodo, anni ottanta e novanta del secolo scorso. Accendiamo su questo per un attimo la lente d’ingrandimento.

Il brodo di coltura. L’ambiente storico-culturale tra XX° e XXI° secolo

Nel 1975 si erano riuniti in Francia, nel castello di Rambouillet, i capi di stato e di governo dei sei Paesi allora più industrializzati per stabilire nuove regole che permettessero di superare la libera fluttuazione dei cambi seguita alla fine della parità del dollaro con l’oro. L’accordo non fu trovato, ma l’esito fu ugualmente importante: fu infatti accettata la proposta degli USA di facilitare la crescita del commercio mondiale mediante la liberalizzazione dei mercati.

Secondo il prof. Zamagni questo di fatto ha determinato il passaggio dell’economia mondiale dall’internazionalizzazione alla globalizzazione nel segno appunto di un’avanzata travolgente della liberalizzazione.

È in questa situazione che all’apparato concettuale del keynesismo (intervento dello stato per garantire l’occupazione, la crescita economica e il benessere dei cittadini), che aveva segnato la storia del periodo 1945-1975/80, se ne sostituisce abbastanza rapidamente (tra il 1978 e il 1980 per diventare poi prevalente alla metà degli anni ’90) uno piuttosto diverso, quello della “Mont Pelerin Society” fondata nel 1947 da Friedrich August von Hayek, Milton Friedman e altri: un’idea di società in cui i valori fondanti sono la dignità e la libertà degli individui, che lo stato deve garantire non con le tutele ma appunto attraverso la libertà di mercato, la rimozione dei vincoli al libero dispiegarsi delle forze e delle capacità individuali di competizione.

Come si vede, è il ritorno al liberalismo classico, appunto un neoliberalismo, che nella vulgata dei suoi critici diventa subito neoliberismo, o anche semplicemente liberismo, con quell’accezione negativa e polemica che si prolungherà fino ai due decenni del nostro secolo e ne condizionerà pesantemente la comprensione e perciò anche la possibilità di correggerne le negatività senza buttar via con l’acqua sporca anche il bambino.

Ma a parte questa discussione sul nome, i cambiamenti indotti diventano nel giro di poco tempo talmente rilevanti da costituire come il clima di un’epoca. La signora Thatcher darà il là: Non c’è la società, ci sono solo individui. Il neoliberismo da regola economica diventerà presto clima sociale e culturale, perfino il modo in cui le persone intendono vivere e comprendere il mondo.

La vulgata liberista interpreterà, anche per forza di realtà, le trasformazioni sociali, culturali e di costume, vissute nella vita ordinaria del periodo, come conseguenza dell’idea che le regole pubbliche sono un ostacolo al libero dispiegarsi del diritto personale alla realizzazione di sé e alla conquista del successo. Ne sono derivati fenomeni accentuati di massificazione dei gusti, di omologazione del modo di pensare e dei comportamenti. Gli yuppie e i paninari ne furono allora l’esempio metaforico. Ma il segno dell’omologazione del pensiero e del costume rimarrà e si aggraverà anche nel corso del successivo cambiamento di clima.

Un cambiamento che arriva presto con il passaggio di secolo e con la caratteristica di una forte accelerazione di tutti i processi. Sintesi di Francesco Barbagallo (“I cambiamenti del mondo tra XX° e XXI° secolo”): All’alba del terzo decennio del XXI secolo, il mondo appare in continuo, rapido cambiamento. L’accelerazione del tempo storico ha conosciuto una intensità eccezionale. […] Si sono realizzati processi di profonda ristrutturazione delle relazioni mondiali, che hanno portato grandi innovazioni nei sistemi produttivi e molteplici trasformazioni nei rapporti tra uomini e donne nei diversi continenti. Per meglio intendersi basti accennare ad alcuni aspetti particolarmente significativi.

All’inizio l’avanzata delle “tigri asiatiche”, l’introduzione dell’euro, le grandi migrazioni, il terrorismo islamico. Alla crescita globale materiale fa poi da riscontro e supporto la cultura della virtualità e del tempo acrono, privo di storicità (sempre Francesco Barbagallo). Poi arriva la crisi delle politiche neoliberiste con l’esplosione della bolla finanziaria dei subprime delle banche d’affari statunitensi tra il 2007 e il 2008, che innesca la grande recessione degli anni successivi.

Il digitale assume rapidamente la prevalenza nelle trasformazioni tecnologiche che cambiano i diversi comparti della società e della vita delle persone: Internet of things, 5G, Intelligenza Artificiale in evoluzione rapidissima; dal capitalismo informazionale al capitalismo della sorveglianza; i nuovi “capitani d’industria” che rischiano di diventare i nuovi padroni appunto non solo della comunicazione ma degli Stati e del destino umano.

Nel mondo occidentale degrada il lavoro umano, crescono nel contempo le disuguaglianze, si espande il malessere sociale dai settori deboli ai ceti medi, degrada e si indebolisce la democrazia come sistema, cultura e qualità politica. Nel mondo globalizzato le tensioni politiche esplodono con una violenza inusitata che i mezzi di comunicazione vecchi e nuovi amplificano e rendono ancor più drammatiche: dopo le Torri gemelle, l’ISIS e l’Afghanistan cambiano gli scenari geostrategici.

Arrivano poi i cigni neri, che nel giro di pochi anni rendono irriconoscibile il mondo e tutto un modo di vivere le sue differenze e la sua variegata ricchezza di esperienze, interessi e prospettive.

Arriva la crisi climatica, che mette in questione la compatibilità del tipo attuale di sviluppo con le sorti umane e del pianeta. Arriva la pandemia, che mette in questione il sistema frammentato di sicurezza fondato sulle logiche di sfruttamento, di ricerca asservita a potentati, di interessi particolari e sovranisti. Soprattutto arriva l’assalto della Russia all’Ucraina, che mette in questione il futuro dell’Europa e dell’Occidente democratico. Infine, arriva l’assalto terroristico di Hamas a cittadini inermi di Israele, ciò che fa precipitare una situazione sempre in bilico in una guerra distruttiva con un incombente pericolo di allargamento pericoloso per la pace mondiale.

Queste quattro crisi, i cigni neri, che per molti versi si intersecano sia per le cause che per gli effetti, indicano che sul pianeta Terra ormai tutto si tiene: l’ambiente, la sicurezza sanitaria, quella alimentare e quella energetica, gli equilibri geostrategici. Chi non si era preoccupato a suo tempo di capire l’irreversibilità della globalizzazione essendosi attardato a considerare le sue contraddizioni come segnali di una fine imminente, che non è arrivata perché non poteva arrivare, non può oggi accettare l’intreccio globale delle interdipendenze e porsi il problema di come rapportarsi alla realtà per creare futuro. Effetti del pensiero corto. Ma questo è il tema del pensiero e della volontà politica. Questa è la sfida.

La disumanizzazione dell’umano. Il ruolo del pensiero corto

È avvenuto ormai un passaggio cruciale: dopo la fine del mondo bipolare, un periodo lungo di assenza egemonica ha reso possibile enormi spostamenti di risorse e l’avanzata di nuovi soggetti sulla scena del mondo, fino alla situazione attuale in cui i Paesi del BRICS, anche con la partecipazione attiva di una parte del Sud globale (vedi l’ingresso in questa nuova organizzazione, avvenuto all’inizio di quest’anno, di un blocco di altri Paesi non certo di comprovata democrazia: Iran, Congo, Etiopia, Arabia Saudita, Emirati), cercano di dare scacco all’Occidente, contestandone non solo il ruolo ma anche i modelli istituzionali, i valori e i modelli di vita.

La guerra di Putin e l’assalto criminale di Hamas hanno poi fatto capire senza più infingimenti che esiste un’internazionale antioccidentale che costituisce una rete ed è disposta ad usare ogni mezzo per indebolire e mettere in crisi le democrazie liberali con ogni mezzo, lecito o illecito.

La conseguenza di tutto ciò è che avanzano ormai da tempo processi di disumanizzazione, in espansione sui diversi piani visibili e in rafforzamento nel deserto dell’anima. Non si tratta dunque solo del terrorismo islamico che sgozza persone e assalta discoteche, di aerei scagliati contro i grattacieli, di donne iraniane stuprate e afghane rese schiave, di violenze indicibili dei jihadisti contro giovani e donne innocenti e anziani inermi colpevoli solo di essere ebrei, di distruzioni di villaggi e città, di bombardamenti indiscriminati contro installazioni civili, di sciami di missili e droni su case, palazzi, scuole, ospedali e chiese.

Non si tratta nemmeno solo dei femminicidi, dei sucidi nelle carceri, dei morti per cause di lavoro. E nemmeno solo di una violenza endemica fatta anche di persecuzioni, ingiustizie, prepotenze, di chiusure ed esclusioni, di emarginazioni, di comportamenti arroganti, di privilegi insopportabili, di sofferenze per indifferenza di chi può fare, deve fare e non fa. In ogni parte del mondo e nel nostro Occidente faro di civiltà. Si tratta anche di tutto questo.

Si tratta però soprattutto di perdita del senso stesso dell’umano, perdita della coscienza della collocazione dell’uomo nella storia del mondo, del suo ruolo nel passaggio dal paradigma della semplificazione a quello della complessità, il tema posto da Mauro Ceruti sulla scia di Edgar Morin.

Il pensiero corto non è in grado di misurarsi con queste caratteristiche del mondo e con le sfide che esso ormai continuamente propone senza differenza di luogo e di ceto. Vista peraltro la sua diffusione e la sua penetrazione nei gangli vitali della società, nei ceti colti e di comando, come un tarlo che rode dal di dentro le maglie del tessuto connettivo sociale, non possiamo non preoccuparcene, sia per i destini individuali che per quello delle società a democrazia liberale oltre che per il nostro stesso destino di specie da vedere ormai come un tutt’uno con il nostro habitat, nel cosmo, di cui siamo parte.

Il pensiero corto si esercita volentieri in tutte le occasioni in cui c’è da prendere una posizione chiara e lungimirante, appunto con visione complessa. Lo trovi contro la ricerca scientifica e le sue applicazioni (no ai vaccini perché favoriscono le multinazionali) e contro lo stato che decide le vaccinazioni di massa per garantire la salute dei più fragili e il funzionamento del sistema sanitario (no alla vaccinazione obbligatoria perché lo stato assume connotati di stato autoritario che lede la libertà del cittadino).

Lo trovi in tutto ciò che si presta ad attaccare le fondamenta della cultura democratico-liberale in nome di una malintesa liberazione da ingiustizie del passato e da discriminazioni che permangono nel presente con operazioni di vera e propria imposizione alle maggioranze di modi di pensare delle minoranze: la cultura woke e la cancel culture. Lo trovi nella predilezione per le fake news spacciate come post-verità, come se con un nome che evoca un qualche spessore si potesse nobilitare quelle che sono semplicemente operazioni di falsificazione della realtà.

Lo trovi nel negazionismo della crisi climatica e nell’opposizione a tutto ciò che, seppure estraneo al radicalismo ambientalista più cieco con cui semmai fa il paio, tende razionalmente a creare le condizioni di un cambiamento guidato in termini di ricerca e di programmazione a media e lunga scadenza. In questo senso leggere il libro di Hannah Ritchie “Not the End of the World”, del cui contenuto in attesa dell’uscita ufficiale sono state diffuse ampie anticipazioni, dovrebbe essere corroborante per chi pensa e crede che il problema ambientale esiste, è molto complesso e richiede cure urgenti e importanti, ma è anche convinto che l’umanità abbia oggi le conoscenze e le tecnologie sufficienti perché, in presenza di una volontà politica ambientalmente orientata e organizzata al risultato, si possa fare molto. Perciò niente catastrofismo e niente sottovalutazione dei problemi, ma ricerca, conoscenza, uso razionale delle risorse: il progresso umano può ancora continuare.

Lo trovi in un antieuropeismo che quando non è esplicito è anche più pericoloso perché si nasconde dietro falsificazioni della realtà e inganni propinati al popolo nel frattempo ben preparato ad accoglierli dai media, sia tradizionali che social, opportunamente manovrati, come è accaduto tante volte e di recente a proposito della incredibile e miope vicenda parlamentare sul MES. Vicenda davvero emblematica di pensiero corto.

Lo trovi soprattutto sugli eventi divisivi della politica internazionale, che certo non mancano, in cui l’ideologia prende volentieri il sopravvento sul ragionamento complesso e documentato frutto dell’esercizio critico del pensiero. Qui il bisogno di schierarsi contro l’Occidente visto come origine e causa di tutte le ingiustizie e sopraffazioni (ben al di là di quelle che pure vanno riconosciute) si trasforma in sistematica contraffazione della realtà. Ritrovi perciò i cultori del pensiero corto impegnati nella giustificazione dell’attacco criminale di Hamas del 7 ottobre e a trasformare poi l’intervento israeliano su Gaza (che, anche quando venga legittimamente giudicato eccessivo, va comunque considerato rispetto ad una logica di reazione per sopravvivenza e non certo di sopraffazione e dominio, cioè per impedire al jihadismo di continuare a produrre guerra permanente), come genocidio del popolo palestinese. Come li ritrovi normalmente schierati, spesso senza dirlo probabilmente per vergogna, dalla parte di Putin, dimenticando chi è l’attaccante e chi l’attaccato, ignorando i bombardamenti a tappeto e le stragi sistematiche di civili (qui non per autodifesa ma per dominio), non dando importanza, quasi fosse cosa normale, alla volontà di annettere un Paese sovrano come parte di un disegno neoimperiale, tendente peraltro a minare le ragioni di esistenza dell’Europa tentando di impedire la sua evoluzione verso forme più avanzate ed efficaci di organizzazione politica e di difesa.

La necessità del rovesciamento. Il contributo di Vito Mancuso

Siamo dunque di fronte alla necessità di un rovesciamento, di una rivoluzione intellettuale e di una straordinaria battaglia culturale. Se il postmoderno con la sua negazione della storia, il rifiuto di ogni criterio di verità, il relativismo che diventa singolarismo, porta alle estreme conseguenze il nichilismo che nasce dalla nicciana morte di Dio, e se questo è il prezzo che si paga in termini di rinsecchimento della facoltà di giudicare, allora bisogna tornare al Moderno e alle sue grandi conquiste ideali e politiche.

Non alle narrazioni astratte della “storia a disegno”, come direbbe Benedetto Croce, ma semmai all’illuminismo universalista, ai valori universali che conquistano di nuovo diritto di cittadinanza in quanto vengano posti non solo come baluardi a difesa delle libertà ma come progetti di liberazione.

Il teologo laico e filosofo Vito Mancuso nel suo ultimo libro dal titolo esplicitamente senechiano “Non ti manchi mai la gioia” (Seneca: Non ti manchi mai la gioia. Voglio, però, che ti nasca in casa: e ti nascerà, se sorge dentro di te), riprendendo un’antica riflessione sul bisogno umano di liberarsi dai condizionamenti che impediscono la conoscenza della verità (esplicitamente citato il mito della caverna di Platone), affronta il tema proprio in termini di liberazione, più precisamente di istruzione (quasi un manuale) per l’autoliberazione individuale dalle trappole che la storia e la realtà presente hanno disseminato sulla strada della nostra esistenza.

Dice Mancuso: nella storia umana le tre idee fondamentali che tradizionalmente costituivano la base del pensiero e della stabilità psichica degli individui e delle società erano le seguenti: Dio, Uomo e Mondo, che costituivano da sempre ciò che viene definito filosofia, o anche visione del mondo, ideologia, sistema, dottrina, quell’insieme di orientamenti sull’essere e sui valori che costituiscono il pensiero e il codice di comportamento di un essere umano e che determinano lo stile complessivo di vita dei singoli e della società.

Oggi le tre idee sono diventate due perché, continua Mancuso, la seconda, l’Uomo, ha divorato la prima e ha incominciato a divorare anche la seconda con la sua voracità che consuma tutto, anche l’ambiente in cui vive. L’Uomo è diventato Io e si è assoggettato a sé stesso trasformandosi nel nuovo Dio, un dio falso e impotente. Bisogna perciò riscoprire il pensiero nella sua natura di “principio direttivo” alla Marco Aurelio, la guida che ci consente di indagare noi stessi e di scoprirci per quello che siamo, perché poi Ciò che si fa dipende da ciò che si è (Hannah Arendt).

Lungo il cammino della nostra civiltà ci sono state tre metamorfosi del Dio occidentale: la prima è stata la trasformazione del Dio plurale della civiltà classica nel Dio uno e trino della religione e della civiltà cristiana; la seconda è stata la trasformazione del Dio della religione cristiana nel Dio laico della Modernità, Lo Stato, il Leviatano di Hobbes, che sostituisce anche la filosofia e la teologia con la politica; la terza è il passaggio, ormai giunto alla sua maturità, dal Dio della Modernità al Dio della postmodernità, dice ancora Mancuso, per il quale la scienza regina è costituita dall’economia, rispetto a cui tutte le altre scienze sono servitrici, ancillae oeconomiae.

Ma il Dio dell’economia, la cui dogmatica è la finanza e la cui liturgia è lo shopping, è un Dio privato, è il Dio ridotto a Io.

La sua cifra è la vanità, la sua sola fede è la fede in sé stesso, ciò che lo qualifica ontologicamente come nichilismo. Si ribadisce così, sulla scia delle conseguenze della proclamazione nicciana della morte di Dio, che il singolarismo, a cui è approdata alla fine la cultura postmoderna, qualifica la nostra epoca come il tempo del Dio Io, che è anche la morte del pensiero come principio direttivo, la fine di ogni idea guida. Ma di idee guida nessuno può fare a meno, eccetto il caso in cui si propenda o si accetti o si scelga l’insignificanza, fino ad abbandonarsi all’annullamento dell’umano.

Dunque, conclude Mancuso, l’itinerario che ci consente, se non di uscire dalla trappola dell’esistenza, almeno di allentarne i morsi, è l’inverso di quello percorso lungo i secoli della modernità: non superare Dio per affermare l’Io ma superare l’Io per tornare ad affermare Dio, intendendosi per Dio certamente il Divino, l’Assoluto, il Mistero, il Silenzio, ma anche più prosaicamente o psichicamente un ideale, un valore, uno scopo per cui valga la pena spendersi. Insieme alla forza dell’universale si tratta di riscoprire dunque le ragioni dell’umanesimo e operare una nuova umanizzazione dell’umano.

Riscoprire il pensiero lungo. Un edificio con quattro colonne

Si tratta in realtà di immaginare un percorso di riscoperta del “pensiero lungo” in cui all’autorieducazione si sia capaci di affiancare una grande sfida che dal piano individuale si proietti sul piano sociale e politico e lo pervada. Un percorso che si può immaginare sostenuto da quattro colonne: la conoscenza storica; la poesia dell’invisibile; l’utopia democratica; la nuova umanizzazione. Vediamo brevemente.

  1. La conoscenza storica

Per curare la profondità del pensiero

Ormai ci è chiaro: la storia non è finita, come avrebbe voluto Fancis Fukuyama dopo la fine della guerra fredda, ce lo ricorda il subbuglio del mondo sotto i nostri occhi; la storia non si sviluppa secondo un disegno precostituito, ce lo ricordano i cigni neri, l’irrompere dell’imprevisto che scombina convinzioni consolidate e schemi ritenuti solidi cambiando così il corso delle cose; la storia non è un cumulo di rovine senza speranza di mettervi ordine, come voleva Walter Benjamin nella sua lettura straziante (1940) del quadro di Paul Klee “Angelus Novus”; la storia non può essere riscritta a piacimento secondo i valori e le convinzioni di oggi, come vorrebbe la cancel culture.

La storia è piuttosto il percorso intricato e contraddittorio del legno storto dell’umanità, capace per questo di cadute e di risorgimenti, che attende di essere indagato da chi nel passato cerca le ragioni profonde di un presente che sempre e inevitabilmente si proietta oltre il già dato e il già visto.

La conoscenza storica consente di percepire la profondità del tempo, di penetrare sotto la scorza del reale che passa, di stabilire interrelazioni temporali e spaziali, insomma di non schiacciarsi sulle semplificazioni del presente e invece di sintonizzarsi con la dimensione della complessità. Non stupisce che nell’epoca del pensiero corto la conoscenza storica non sia trattata come asse portante della formazione del cittadino libero e responsabile. Occorre perciò un cambiamento radicale. Abbiamo bisogno di profondità, di sguardo largo, di percezione dell’oltre. Abbiamo bisogno di storia.

  1. La poesia dell’invisibile

Per curare la capacità sinottica del pensiero

Nell’era del pensiero corto che tutto riduce ai minimi termini, che tutto frammenta e tutto banalizza, abbiamo bisogno di pensiero che ricompone il quadro e ci dà capacità di visione. Nell’era dei saperi specialistici e della signoria di Prometeo, il profeta della tecnica, non è forse più avvertita l’urgenza della voce interrogante di Socrate, il profeta dell’umanesimo, e del suo sapere “sinottico”, che ci affida l’arte della sintesi, la visione dell’insieme, la scienza dell’intero? (Ivano Dionigi). Ecco, la scienza dell’intero, il pensiero che ricompone l’io diviso e indica una prospettiva: questo ci manca da tempo e ci immiserisce. Può essere materiale o può essere spirituale, ma deve fornirci l’esempio di un pensiero che fa vibrare le corde più profonde, mette in connessione l’anima con il mondo, congiunge il finito con l’infinito. Lo può fare solo la poesia.

Due poeti ci fanno vedere con la capacità trasfigurativa dell’occhio della mente ciò che riposiziona l’uomo in connessione con l’universo, fisico, storico, umano e divino. Sono “i poeti dell’invisibile”, quelli che hanno l’ardire di descrivere l’eterno, di sfidare l’arroganza del tempo e dare un ordine razionale al caos del mondo. Sono, sopra tutti, Lucrezio con il suo “De rerum natura” e Dante con la sua “Divina Commedia”. Poeti del cosmo, entrambi visionari, cantori appunto dell’invisibile, senza protettori, apolidi, entrambi scultori di una lingua nuova, commenta Telmo Pievani (“La lettura” del Corriere della sera). Sono letture e fonti di riflessione essenziali per la formazione dei giovani come antidoto per il pericolo sempre incombente del pensiero corto e sorgenti di energia pura per chiunque vi si avvicini nel corso della vita.

  1. L’utopia democratica

Per curare la libertà del pensiero

Tutto sembra dirci che siamo entrati nella fase di crisi storica della democrazia con il sospetto che la crisi possa essere irreversibile. È ben vero che il Washington Post ha pubblicato poco prima di Natale un lungo servizio da cui emergeva che la democrazia ha sufficienti armi morali, intellettuali e operative sufficienti a contrastare l’assalto delle autocrazie purché si decida ad usarle. Ma è anche vero che altre analisi pongono seri dubbi che si sia in grado di farlo. Per restare al caso italiano, domenica 17 dicembre il Corriere della sera riferiva di un sondaggio IPSOS dal quale emerge che per il 51% degli italiani la democrazia non funziona, non dà né le risposte giuste né quelle attese.

Giovanni Orsina ha denunciato proprio all’inizio di quest’anno il pericolo per la democrazia delle ondate emotive e del moralismo che rendono inevitabile l’antipolitica, che dobbiamo ritenere uno dei massimi contributi allo sviluppo del pensiero corto, mina micidiale sotto la sedia della democrazia liberale.

Dal canto suo Carlo Galli, nel settembre ancora dello scorso anno, ha pubblicato un piccolo e denso libro di riflessione sullo stato di salute della democrazia come sistema distintivo dell’organizzazione delle società occidentali il cui titolo è di per sé significativo: “Democrazia, ultimo atto?”. Il punto di domanda, come spiega l’autore a conclusione, lascia aperta la possibilità che l’ultimo atto non sia l’atto finale, ma certo indica la necessità di una reazione alla crisi che sia urgente e credibile.

In ogni caso, qualunque sia il punto di osservazione, il panorama non può non destare preoccupazione.

C’è un attacco vasto e determinato delle autocrazie contro le democrazie liberali dell’Occidente: non è solo l’attacco russo all’Ucraina che è anche attacco all’Europa e alla democrazie liberali dell’Occidente; né è solo l’attacco di Hamas ad Israele, che è anch’esso, oltre che antisemitismo, attacco coordinato sostenuto dalle autocrazie contro l’Occidente democratico; sono anche le campagne di disinformazione organizzate specialmente da Russia e Cina in modo sistematico per dimostrare, come dice il Washington Post, che la democrazia ha fatto il suo corso, che è incapace di governare, che i modelli autoritari funzionano meglio. Campagne che diventano poi vere e proprie intromissioni violente nel libero gioco democratico in occasione delle elezioni.

C’è però anche una crisi interna delle democrazie che le classi dirigenti non riescono a gestire con lucidità, lungimiranza e coraggio, ciò che dà spazio ai numerosi nemici, dichiarati o subdoli, che in diversi modi ne rosicchiano la tenuta, in parte in sintonia con gli attacchi esterni, se non voluta, comunque oggettiva. Il pensiero corto, come abbiamo già visto così diffuso e pervasivo in ogni angolo della società, del sistema della comunicazione e delle istituzioni, svolge il suo ruolo sia quando lo si usa consapevolmente sia quando lo si subisce per comodità o per incapacità di fare altro.

In questa situazione la democrazia liberale torna a porsi oggettivamente come utopia da realizzare. Si tratta anche per questo verso di reagire anzitutto al rinsecchimento del pensiero proponendo di nuovo la visione prospettica insita nelle conquiste della Modernità: l’universalismo dei valori umani, a partire dalla dignità dell’uomo (“Dichiarazione universale dei diritti umani”), la libertà, lo stato di diritto, l’organizzazione liberale dello stato, la società aperta, insomma il sistema democratico liberale come possibilità per tutti gli esseri umani di progredire in libertà personale e autodeterminazione politica.

In queta prospettiva si pone anche la questione della battaglia per l’Europa, che nel panorama appena descritto assume il senso della battaglia storica congiunta per la democrazia occidentale e per un nuovo ordine mondiale che garantisca insieme la libera competizione tra modelli sociali e regimi politici e l’equilibrio di una pace giusta. L’idea degli Stati Uniti d’Europa, la trasformazione dell’Europa intergovernativa o Europa delle nazioni in Nazione Europa con bilancio comune, esercito comune, politica estera comune, è oggi dunque la vera speranza di uscire dal caos del mondo. Ma è anche, nei singoli Paesi dell’Unione, l’occasione per porre come centrale il tema delle riforme democratiche che fanno da pendant alla battaglia per la nuova Europa.

  1. La nuova umanizzazione

Per ritrovare e curare la complessità del pensiero

Mauro Ceruti, importante studioso del pensiero complesso, ha dedicato i suoi ultimi tre libri, sulla scia del pensiero di Edgar Morin, appunto al tema, cruciale per capire il mondo contemporaneo, della complessità (nel 2018 “Il tempo della complessità”, nel 2020 “Abitare la complessità”, nel 2023 “Umanizzare la complessità”).

Il secondo dei libri citati inizia così: Tra il XX° e il XXI° secolo, la Menzogna ha cambiato bersaglio. Non è più la Verità. Il suo nome è Complessità. Il modo prevalente che ha usato per colpirla è stato quello di esorcizzarla e, più di recente, di ignorarla, derubricarla, mutilarla, vestendosi di panni più seducenti, più brillantemente “veridici”: quelli della Semplicità.

Ecco, il nostro tempo è prevalentemente il tempo della semplificazione: tutto deve essere semplificato, tutto deve essere alla portata, tutto deve essere fondamentalmente banalizzato. Mauro Ceruti propone un modo diverso di interpretare il mondo, quello appunto della complessità. Banalizzando il mondo abbiamo banalizzato l’uomo, il suo ruolo nel mondo, la stessa umanizzazione della civiltà sulla Terra.

All’inizio dell’epoca moderna, nel punto forse più alto dell’Umanesimo risuonano le parole del “De hominis dignitate” (1486) di Pico della Mirandola. Dio dice ad Adamo: Ti posi nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine. Difficile immaginare parole più alte. Magari pari quelle di Dante nel Canto di Ulisse (Inferno, XXVI): Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.

Parole che indicano un’antropologia della complessità, quella stessa del legno storto di Kant: l’uomo che può ridursi ad essere bruto o può ascendere alle vette dei grandi ideali, delle grandi aperture e prospettive spirituali, delle grandi conquiste intellettuali e dei grandi gesti. Parole sostanzialmente dimenticate nel prosieguo nella storia moderna in cui è prevalsa la semplificazione, via regia dell’onniscienza, costitutiva della tradizione moderna: giungere gradualmente e progressivamente alla conoscenza definitiva e in linea di principio completa, che avrebbe reso il mondo sicuro, dominabile, prevedibile, afferma Ceruti. Per tre secoli ci si è convinti che per rendere intellegibile il mondo bisognasse semplificare. All’inizio del Novecento, con lo sviluppo delle scienze dure, a partire dalla fisica, ci si è resi conto però che la via dell’intelligibilità del mondo è quella contraria, la modellizzazione dei sistemi complessi. Da qui è venuto il Principio di indeterminazione (Heisenberg). Poi è venuta l’idea della società aperta (Popper).

La reazione all’esito della postmodernità (rinuncia ai criteri di giudizio, pensiero corto, semplificazione e banalizzazione) non può dunque prescindere dal fatto che l’approdo all’indeterminato e all’incerto è il contrario dell’accettazione della semplificazione. Ed è appunto l’approdo all’idea della complessità come via per comprendere il mondo ricollocando l’uomo nel suo contesto, che non è più quello del dominio ma della sintonia e della consapevolezza di essere parte e solo parte di un tutto che non vuole essere assoggettato e che però attende di essere governato.

Questa è l’idea di Terra-Patria e di comune destino umano elaborata da Morin e Ceruti, nella convinzione che l’idea di “vivere meglio”, in modo umano, civile, in relazione con gli altri, se prima era vista, evidentemente sbagliando, come un esito ineluttabile della storia che cambia a disegno, ora diventa qualcosa di auspicabile, di possibile. E di irrinunciabile. Un’idea per molti versi ancora solo prospettica, che però può essere un ideale per cui vale la pena spendersi.

Si può perciò concludere, prendendole in prestito dalle pagine anch’esse conclusive proprio dell’ultimo libro di Mauro Ceruti “Umanizzare la modernità”, con le parole di Claudio Magris: Molte utopie di paradisi in terra sono cadute, ma non è certo caduta l’esigenza che il mondo debba essere non solo amministrato, ma soprattutto cambiato. Ändere die Welt: sie braucht es!, esorta un verso di Brecht. Cambialo anche quando tutto ti spinge a credere che ciò sia impossibile. (Discorso di ringraziamento per il Premio della pace dell’Associazione tedesca dei librai, 2009).

Bibliografia essenziale

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