di Francesco Carbini
Il Partito Democratico toscano propone di abolire il cosiddetto “listino bloccato”, il meccanismo che consente a ogni forza politica di indicare fino a tre candidati al Consiglio regionale eletti senza il voto diretto dei cittadini. L’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare il rapporto tra eletti ed elettori e fare in modo che tutti i consiglieri regionali siano scelti esclusivamente attraverso il voto di preferenza. In linea di principio è una proposta condivisibile. Ogni passo che restituisce ai cittadini il diritto di scegliere chi li rappresenta va nella giusta direzione. Resta però una domanda inevitabile. Perché il Partito Democratico arriva a questa conclusione solo oggi, dopo aver utilizzato proprio quel listino bloccato nelle ultime elezioni regionali?
Se davvero quel meccanismo rappresentava una limitazione della volontà popolare, perché servirsene fino a pochi mesi fa? Le riforme istituzionali acquistano credibilità solo quando sono accompagnate dalla coerenza politica. Le dichiarazioni del capogruppo Simone Bezzini, del presidente Eugenio Giani e degli altri esponenti democratici insistono sul fatto che debba essere il cittadino, e non il partito, a scegliere gli eletti. Un principio che non può che essere condiviso. Ma proprio per questo viene naturale osservare che il problema non si esaurisce certo con il listino bloccato. L’intera legge elettorale regionale meriterebbe una profonda revisione.
L’attuale sistema prevede infatti che il presidente della Regione possa essere eletto già al primo turno con il superamento del 40% dei voti. Una soglia che, soprattutto in un periodo storico caratterizzato da un astensionismo sempre più elevato, rischia di attribuire un enorme potere di governo a chi rappresenta una minoranza dell’intero corpo elettorale. È un sistema che privilegia la governabilità rispetto alla rappresentanza. Ma la governabilità non può diventare un dogma se il prezzo da pagare è la progressiva riduzione della partecipazione democratica.
C’è poi un altro aspetto che continua a passare sotto silenzio: le diecimila firme richieste alle forze politiche che non sono già presenti in Consiglio regionale per poter presentare una lista e un candidato presidente. Diecimila firme rappresentano una barriera d’accesso enorme. Una soglia che tutela chi è già nelle istituzioni e rende estremamente difficile la competizione per movimenti civici, nuove forze politiche e realtà che vorrebbero semplicemente sottoporsi al giudizio degli elettori. Se davvero si vuole restituire centralità al voto popolare, allora bisognerebbe avere il coraggio di affrontare tutta la legge elettorale e non soltanto uno dei suoi aspetti. La vera riforma dovrebbe fondarsi su pochi principi semplici e chiari.
Tutti devono poter partecipare. Le liste devono essere ammesse con criteri ragionevoli e non attraverso ostacoli quasi insormontabili. Gli eletti devono essere scelti esclusivamente dai cittadini mediante il voto di preferenza. La rappresentanza dovrebbe tornare a essere realmente proporzionale, senza premi di maggioranza e senza meccanismi che alterano il peso del voto espresso dagli elettori. Sono gli stessi auspici che dovrebbero valere anche per la legge elettorale nazionale. Da anni il nostro Paese convive con sistemi che affidano alle segreterie dei partiti il potere di nominare parlamentari attraverso liste bloccate o candidature decise dall’alto.
Ogni volta si invoca la stabilità come valore assoluto, mentre viene sacrificata la rappresentanza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: cresce la distanza tra cittadini e istituzioni, aumentano il disincanto e la sfiducia verso la politica, mentre l’astensionismo raggiunge livelli mai conosciuti nella storia della Repubblica. La risposta non può essere continuare a concentrare il potere nelle mani dei partiti. Occorre invece invertire completamente la rotta. Serve una legge elettorale nazionale che restituisca agli elettori il diritto di scegliere deputati e senatori attraverso le preferenze, che elimini le liste bloccate, che riduca al minimo i meccanismi artificiali di attribuzione dei seggi e che rimetta al centro il principio costituzionale della rappresentanza. La stabilità è certamente un valore, ma non può essere costruita comprimendo la democrazia. Prima della stabilità viene la partecipazione. Prima della governabilità viene la sovranità popolare. Per questo l’iniziativa del Partito Democratico in Toscana può rappresentare un’occasione importante, ma soltanto se sarà accompagnata dalla volontà di affrontare una riforma complessiva e coerente, senza fermarsi a un intervento limitato e senza dimenticare quanto avvenuto appena pochi mesi fa. Se davvero si vuole restituire ai cittadini il potere di scegliere i propri rappresentanti, bisogna avere il coraggio di farlo fino in fondo. In Toscana come a Roma.
Perché la democrazia non si rafforza semplicemente eliminando un listino bloccato. Si rafforza quando ogni cittadino può votare sapendo che il proprio voto conta davvero, che gli eletti rispondono agli elettori e non alle segreterie di partito, e che le istituzioni appartengono nuovamente ai cittadini e non agli apparati politici.












