LE MOSCHE COCCHIERE E IL SILENZIO SULLO STALINISMO

Giorgio Napolitano e gli intellettuali

di Salvatore Sechi 

Chi è stato nel Pci serbando un rapporto di continuità con la cultura liberale o liberal-socialista delle proprie origini, ha vissuto una militanza di doppia lealtà. Da un lato la volontà di non rinunciare ad esprimere manifestazioni critiche e anche differenze nei confronti degli orientamenti del partito e dall’altra la prassi in cui esse sono finite imbellettate. Mi riferisco ad un’ortodossia dolente, direi una variante del nicodemismo, se non fosse, invece, frutto di un’opera quasi di molecolare estorsione. 

L’esito, cioè, non di rado fu di avvertimenti, minacce di sospensione del documento di iscrizione e insieme la stessa perfidia dell’espulsione dal corpo mistico. Ne è spesso derivato, non solo per quanto mi ha riguardato, un grande e sonoro trambusto. Totalmente inutile.

In realtà da Roma ai dirigenti bolognesi (sempre di intemerata fedeltà al compagno segretario) si è voluto in questo modo mandare un messaggio indirizzato ad un pubblico più vasto. Spiegargli una volta in più (dopo gli episodi in cui furono coinvolti compagni del livello Elio Vittorini o dell’iniziatore della guerra partigiana in Piemonte, Luigi Cavallo) a che cosa si riduceva la cultura del centralismo democratico in un partito a fattura gerarchica e quasi geometrica, qual è stato il Pci.

 Non potevano avere diritto di pari cittadinanza diversità, differenze, cioè culture non collimanti col marxismo-leninismo di rito sovietico. Qua e là corretto o solo edulcorato dall’elisir tardiva e prudente di una “diversità positiva”, vale a dire un Pci su modello emiliano, per intenderci. 

A sostenerle c’era un prezzo da pagare: quello di diventare oggetto di pubbliche sciabolate, cioè di sanzioni.[1][1]

Potevano cambiare, far scemare e ridurre a polvere di stelle, il centralismo (cioè la cultura del capo e della leadership) due episodi che erano nel frattempo maturati?

Mi riferisco alla riscoperta – e alla successiva infinita valorizzazione – dell’esistenza (tenuta a lungo in sottordine quasi clandestino, se non segreto) di un Antonio Gramsci sempre meno indulgente verso la trasformazione del bolscevismo diventato Stato in una forma di bonapartismo.[2] Ma anche di un economista come Piero Sraffa. Era venuto prospettando una lettura del salario come un rapporto sociale. A scortarlo fu uno dei suoi migliori allievi, Pierangelo Garegnani. Ad essi si deve una ripresa della teoria del valore-lavoro di Ricardo e Marx, in alternativa al dominante marginalismo.  

Dopo la lettura della corrispondenza con Giulio Einaudi[3], l’approccio combinato dei due autori fu per me l’apertura ad un mondo ormai in frantumi. Il modo di pensare la politica e l’economia di Sraffa, come di Antonio Gramsci, somigliava ormai alla rovina di grandi templi. Erano la testimonianza di una sinistra condannata a ripetersi, succube dell’immobilità mentre le destre estreme avevano affilato le armi e acquisito consensi elettorali di massa (cioè sociali) nelle stesse periferie delle grandi città in Europa e negli Stati Uniti. 

Di qui trae origine il libro. che sto completando. Sotto la coltre della narrazione di alcuni aspetti di due biografie intellettuali finisce per prendere le distanze da entrambi.

 Forse è un atto senza pudore e anche imprudente. Per circa ottanta anni nell’immaginario collettivo (animato dal lavorio di fondazioni e centri di ricerca), Antonio Gramsci e Piero Sraffa sono stati additati in maniera pressoché imperturbabile come seminatori di un’alternativa.

Spacciata per possibile, cioè realistica. Sia per la costruzione di un comunismo diverso da quello di matrice sovietica sia per un mercato in cui al salario si desse il valore non di una merce, ma di una misura nelle relazioni sociali. 

Un’impresa e un’avventura. Perchè? Perchè lo stalinismo fu la dimensione esclusiva e costante, sul terreno politico e culturale, in cui si sono formati ovunque i dirigenti comunisti di ogni ordine e grado. 

Furtivamente, per gran parte del secondo dopoguerra, soprattutto quando l’Armata rossa o la polizia di partito intervenivano rudemente a sedare rivolte, dissensi, lagnanze in Unione sovietica come in Germania, in Ungheria come in Cecoslovacchia, nel Pci-in nome di una diversità non sempre proclamata ed esibita- si cercò di enfatizzare l’esistenza di una tradizione.

Non era il ripensamento dello spirito di scissione che nel 1921 aveva prevalso a Livorno. Era piuttosto il richiamo all’identità comunista, al “come eravamo”.

Se ne fece banditore e storico lo stesso Palmiro Togliatti. La impersonò in un intellettuale come Antonio Labriola, un socialista legatissimo a Filippo Turati.

Il calcolo fu anche un’illusione, cioè di poter saltare o mettere tra parentesi, comunque la si volesse declinare, il lungo apogeo dello stalinismo.

Nella cultura e nella prassi di esso aveva trovato l’impasto teorico, ma anche l’educazione politica, la generazione alla testa del partito durante il fascismo e nel secondo dopoguerra.

Quando dopo il 25 aprile 1945 si accettò di muoversi dentro i limiti istituzionali di taglio cautamente liberal-socialista segnati dalla carta costituzionale, gli statuti del Pci imponevano l’ancoraggio alla lectio sacrae paginae del marxismo-leninismo.[3]

La prescrizione dell’uso del metodo democratico per diventare maggioranza elettorale e parlamentare non si è estesa alla vita interna del partito, alle sue scelte ideali.

L’heri dicebamus è stato il culto esorbitante e sincero dello stalinismo (molto più che del leninismo), ben oltre la morte di Stalin. Per gli intellettuali non meno che per i politici di professione.

Malgrado lo sforzo per offrire di sé un’immagine illuminata, molto parlamentare (anzi fin troppo come, anche in pubblico, amava puntualizzare Giorgio Napolitano) a contare sono i comportamenti, direi sia le parole oltre ai fatti.

Nella sua storia il Pci ha esaltato ogni rivoluzione in qualunque parte del mondo indipendentemente dal carattere dei mezzi usati per realizzarla.

Dunque che la tradizione, cioè l’elemento identitario, potesse essere fatto coincidere con l’armamentario democratico messo a punto e dispiegato sul terreno della elaborazione della carta

costituzionale e col rispetto quasi ossessivo delle elezioni corrisponde ad una rettorica. Diciamo pure, ad una sorta di farsa risultata purtroppo spesso inventata di sana pianta.

La si può rilevare, per esempio, nella ricostruzione a più voci della biografia politica tanto dell’ex sindaco di Bologna Renato Zangheri[4] sia dello stesso Giorgio Napolitano.

Il volume di testimonianze e ricordi di una vita[5], che gli è stato dedicato, avvolge in un lungo silenzio il suo rapporto   con la cultura e la politica dello stalinismo. A meno che qualcuno dei suoi molti e illustri conoscenti e amici non intenda sostenere sorprendentemente che non c’è mai stato oppure che Napolitano non ne è stato toccato.

E’ stato un comunista che insieme a Gerardo Chiaromonte avrebbe tenuto a battesimo (e cresima) la corrente cd “migliorista” del Pci.

Migliorista vorrebbe dire riformista, se si avesse il coraggio di contrastare il giudizio esecratorio, ancora oggi prevalente tra i comunisti, di questa frazione organizzata del socialismo italiano. Non mi pare l‘abbia avuto l’ex capo dello Stato comunista. Ha preferito immergersi in una battaglia interna a mio avviso molto più difficile e ardua.

Davvero in questo dirigente non ha prevalso all’inizio del dopoguerra e per tutti gli anni Cinquanta almeno lo spirito autoritario, di fazione, il settarismo proprio dello stalinismo? Mi pare sia questo il rilievo critico che gli ha più volte mosso un intellettuale  bolognese.[6] 

Certamente non ha senso ridurre ad una parentesi l’apologia dell’invasione dell’Ungheria ad opera dell’Armata rossa e la polemica durissima di Togliatti, riecheggiata da Napolitano, contro Antonio Giolitti.

Il nipote del vecchio statista liberale ebbe l’inedita tenacia di deprecare questa azione di polizia imperiale a Praga. Lo fece attaccando la linea di comprensione e di difesa imposta, invece, dal segretario italiano e da Luigi Longo.

Ma sulla lunga fase di riverenza e di condivisione di ogni atto, anche ignominioso, dei compagni russi, silenzio ed omissioni degli stessi intellettuali sono una pagina aperta. Lunga, e molto triste. E anche infame (per chi non ha mai desistito dall’accusare di resa al fascismo i loro colleghi nei decenni precedenti).[7]

Non basta limitarsi ad enumerare la fascinazione che i leaders autoritari hanno esercitato su Martin Heidegger, Eric Hobsbawn, Norman Mailer, Ezra Pound, Susan Sontag, George Bernard Shaw e molti altri.[8]

Essi rientrano nel processo di perversione cha hanno subito la passione e l’engagement politico degli uomini di cultura anche in Italia. Fino a dare luogo ad un’opera di legittimazione molto spesso della figura e dello stesso ruolo di mosche cocchiere del partito.

E’ un destino che si può rilevare sia nelPci sia nel Pcf, come è stato documentato dagli studi sull’Italia di Nello Ajello[9] e sulla Francia di Jeannine Verdès Leroux.[10]

Ma si tratta di un pericolo sempre incombente sull’attività degli intellettuali. Sono esposti ai rischi di ogni bene presente nel mercato capitalistico, cioè di essere venduti e comprati dai regimi (e dai partiti) di sinistra come da quelli di destra, direi senza molte diffìcoltà.

A differenza di Piero Gobetti, sentono l’odore e l’aroma del potere. Si arrendono alle sue monie. Basta favorirne la collaborazione ad un giornale, la semplice comparsa in un talk show della RAI-TV, un incarico in qualche museo, centro di ricerca, una mano per la stampa di una rivista, l’invito a far parte come bella statuina di un panel di esponenti del governo o dell’amministrazione.

Diciamola tutta, come va detta. Impadronirsi degli uomini di cultura e sistemarli in saccoccia per il potere non richiede, non ha mai richiesto, grandi sforzi.

Il Pci ha inventato una vera e propria macchina per il più semplice cursus honorum e comprare a poco prezzo il silenzio di colti. Sono le folle adunate nei comitati scientifici delle riviste in cui vengono intruppati quanti possono dare fastidio. Un modello che ha avuto un grande seguito.

La seduzione autoritaria nel governo del partito.  

A cominciare dall’occupazione delle fabbriche e dal movimento consiliare creato a Torino da un manipolo di giovani militanti confluiti nel settimanale L’Ordine Nuovo, il Pci non ha avuto un retroterra e uno scrigno di valori binario e nodale come quello della rivoluzione francese.

E’ vero che la nascita del consiliarismo in Russia è attribuito al forte incremento della soggettività rivoluzionaria delle masse (operai, contadini e soldati) dopo il 1905 e soprattutto nel 1917 con la guerra civile e la conquista del Palazzo d’Inverno.[11]

Tale è, almeno, il giudizio che Gramsci formula sulla rivoluzione russa e sulla tenuta dello Stato bolscevico appena creato[12].

Un’enfatizzazione che, per la verità, nelle annotazioni dei Quaderni dal carcere si vede scemare. Dall’inizio degli anni Trenta in avanti. [13]

Nell’Urss la stagione dei diritti ebbe una fase anche temporale separata dalla stagione della violenza (il cd robespierrismo). Invece nel comunismo-come sancì fin dalle origini, nel 1918, il Cominform alle sezioni dei singoli paesi- le forme di lotta politica per la conquista del potere prevedevano l’abbattimento a mano armata del capitalismo e dello Stato borghese.[14]

In sintonia con questa impostazione il 30 gennaio 1921, il Comitato centrale del Partito Comunista d’Italia redige un manifesto in cui si ribadisce: “Solamente se il proletariato si impadronirà con la violenza del potere spezzando le forme attuale dello Stato: polizia, burocrazia, esercito, parlamento, potrà costituire una forza di governo organizzata, capace di operare la distruzione dei privilegi borghesi e la costruzione del regime sociale comunista”. [15]

Un punto fermo, dunque, che a prevalere sia stata sempre la radicalizzazione dello scontro e degli obiettivi, e mai la coltivazione e la predica della moderazione. Questo era un terreno cu cui erano schierati un gruppo detestabile (anche per Piero Gobetti) di riformisti legati a Filippo Turati.

Quella che ambiguamente Togliatti e i suoi amarono chiamare tradizione, ricercandola in Antonio Labriola-come ha documentato David Bidussa-consisteva in qualcosa di diverso dalla mediazione e dalle riforme di struttura.

Fin dalle origini l’identità dei comunisti risiede nella radicalizzazione delle lotte, delle parole d’ordine, degli obiettivi. Pertanto non si capisce come e perché si sia finito per additare in Gramsci (e Sraffa) l’ideal-tipo, se non le figure, della rottura con le origini, di un’ammodernamento degli schemi analitici e operativi per contrastare e abbattere il modo di fare politica e accedere al potere nei paesi capitalistici.

Nessuno dei due fu un riformista. Neanche si può assumere che siano stati dei vincitori nelle dispute interne al movimento comunista. Gramsci ne diventò, negli anni Trenta, un critico sempre meno generoso e comprensivo.[16]

Non ebbe un seguito. Finì totalmente isolato dalla leadership e se ne volle separare. Ma non arrivò mai o, se si vuole, non ebbe il tempo di riconoscersi nel socialismo liberale.

Rimase pervasivamente convinto che la storia del bolscevismo diventato Stato e società non dovesse esaurire altre incarnazioni del comunismo. Di esse nessuno, a dire il vero, ha potuto verificarne l’esistenza.

Sraffa rimase convinto che al mercato, all’inseguimento di domanda e offerta, i n nome di un equilibrio fosse preferibile un intervento regolatore, se non sostitutivo, dello Stato. Non ne eccepì l’enorme straripamento, con le risorse del dispotismo politico, sia nell’Unione sovietica sia nell’Europa orientale.

Non si trovano nei suoi scritti apprezzamenti del liberal-socialismo. Ne fu protagonista un vecchio compagno e amico come Carlo Rosselli e un suo partner nella redazione della casa editrice Einaudi come Franco Venturi. E, invece, noto che al governo italiano, attraverso il suo amico più caro (il banchiere Raffaele Mattioli), propose una politica economica di piano.

In realtà, Gramsci e Sraffa furono, invece, dei soccombenti, degli sconfitti. Non è stata possibile nessuna riforma, che non fosse l’espace d’un matin, del modello stalinista di gestione dello Stato e della società diversa dal partito-Stato.

Questa forma, odiosa e ripugnante, del totalitarismo “rosso” (denunciato da Victor Serge)[17] avrebbe fatto da battistrada alle macchine successive del totalitarismo “nero” instaurate da Mussolini e di Hitler.

Dunque, sulle debolezze e sulla fragilità delle democrazie liberali si era stagliata, con una longevità maggiore nel caso dei regimi comunisti, l’esistenza di due micidiali terrorismi di Stato. Di sinistra e di destra.

Non c’era ragione di stracciarsi le vesti e cercare di scegliere a quale dei due si potesse ancorare l’esercizio della libertà della cultura. E’ quanto un’appassionata (ma delusissima) recluta del bolscevismo, Victor Serge, dal fondo del carcere dove lo aveva confinato il suo fraterno compagno (e capo) Giuseppe Stalin, cercò invano di spiegare agli intellettuali antifascisti.

Nel 1935, grazie al finanziamento del Comintern, erano convenuti a Parigi al Palais de la Mutualitè alla ricerca di una copertura politico-istituzionale dei loro elementari diritti, copertura che comportava la legittimazione del regime che l’avesse loro offerta.[18]

A spuntarla fu l’Unione sovietica. Il merito fu tutto di Stalin. Non perché avesse mai pensato di conciliare la costruzione di un feroce regime dittatoriale con forme di liberalismo a favore degli intellettuali. Credo piuttosto solo per l’accorgimento tattico di aver deciso di sostenere la Spagna repubblicana aggredita dalle truppe del generale Francisco Franco. E più tardi per la rottura del patto spartitorio concluso nel 1939 tra i ministri degli esteri Ribbentrop e Molotov e alla partecipazione alla seconda guerra mondale-per punire l’aggressione della Germania- dalla parte delle democrazie occidentali. Ma non facendo  minimamente finta di condividerne i valori etico-politici.

 Il disincanto, la delusione, l’insofferenza che seguirono l’evolversi, e l’espandersi-grazie a elezioni truccate e alla presenza armata del l’Urss-nei paesi dell’Europa orientale del comunismo autoritario e repressivo dell’Urss non hanno modificato di molto le opzioni siglate a Parigi. Nei confronti di Stalin non può dirsi sia seguito un grande ripensamento.

Ha piuttosto prevalso la logica della realpolitik. Se non si vuol dire la manovra di cambiare le carte in tavola o modificare l’ordine del giorno.

Si scelse, cioè, la linea di concentrare il fuoco sul capitalismo. La sua esecrazione costituì la matrice del contingentamento, se non della stessa abrogazione, della libertà della cultura.

Di qui l’opzione, malgrado ogni limite proprio sul terreno delle libertà, per il paese del socialismo da parte degli intellettuali dei maggiori paesi. Era un sofisma lessicale per non dire del totalitarismo più spericolato e insonne nella strada tra stabilizzazione e spirito di conquista.

A quelli che ritengo anticiparono questa deriva e possono, quindi, essere ritenuti dei vincitori ho dedicato l’ultimo capitolo su Ludwig Mises e la scuola liberale di Vienna.

La speranza, se non l’intento, è di aver un po’ tematizzato e un po’ avviato il ripensamento di quanto la storiografia politica ed economica hanno inteso tacere, cioè il fallimento della teoria, oltrechè della prassi, del superamento, ad opera della sinistra, del liberalismo e del capitalismo.

Da entrambi lati la predica (in forma non becera, ma colta e suasiva) di questa alternativa fu un’immensa tragedia trasferita sotto la bandiera (e la rettorica) della liberazione di milioni di uomini col rito religioso della certezza, la persecuzione dei renitenti, lo sterminio degli oppositori.

Che dalla teoria e dalla prassi politica dei bolscevichi non sia potuto derivare la fine dello sfruttamento e dei rapporti gerarchici nella società e nello Stato nei paesi liberati dal capitalismo, è un esito che oggi nessuno mi pare osi mettere in dubbio. Ci sono, invece, insuperabili resistenze e riserve a fare un passo avanti.

Mi riferisco al coraggio di riconoscere che ai liberali della scuola di Vienna fu chiaro fin dai primi passi mossi la natura del dispotismo propria della rivoluzione bolscevica. Non solo sul terreno delle politiche economiche.

Ludwig Mises, Friedrich A. Hayek, Eugen Bohm-Baverk (oggi resi disponibili in particolare per iniziativa di Raimondo Cu beddu e dell’editore Rubbettino), in tempi non sospetti denunciarono le illusioni e i disastri legati all’intero filone del comunismo. Dall’ottobre sovietico di Lenin si è dilatato fino all’odierna autocrazia di Vladimir Putin.

Al di là degli errori, il loro apporto venne misconosciuto ed esecrato, quando non vilipeso. Non solo da Gramsci e Sraffa, ma dai comunisti di ogni livello e generazione.

Eppure da Vienna, al termine della prima guerra mondiale, è venuta la percezione prima e la denuncia inesausta poi delle paure, la sindrome inesorabile delle angosce per il dipanarsi in tutta l’Europa, e non solo, di un’inarrestabile sindrome autoritaria.

Ci si è soffermati sul fascismo e poi sul nazismo, e si insiste a farlo ad ogni piè sospinto, come se fossero delle eccezioni. Ma la domanda di un capo, della guida, del grande leader nei paesi dell’Europa, dell’Asia e del Medio Oriente è stata di massa, corale.

In Occidente e in Oriente. Nei regimi liberal-capitalistici come in quelli social-comunisti ha dominato, in misura e intensità non omologabili, la seduzione del totalitarismo. A rendersene conto fu proprio lo stesso Antonio Gramsci.

Da fervente comunista allora, ne subì il forte carisma. Non pensò, quindi, di prenderne le distanze anche se pochissimi, direi quasi nessuno, con l’eccezione di Luciano Canfora, ha ritenuto di doverli enumerare e citare. 

Gramsci, come ha riconosciuto Silvio Pons (con quanti seguaci presso la Fondazione che presiede?), è arrivato al punto di proclamare la spietata dittatura sovietica (quella di Lenin) una sorta di insuperabile grimaldello liberale, a garanzia di tutti i cittadini. Fu l’inizio dell’infatuazione che dispiegò tutti i suoi peggiori frutti con lo stalinismo.

E tra i socialisti? Pietro Nenni, un uomo dalla cultura frontista, seppe denunciare sull’Avanti! e su Mondoperaio in maniera implacabile tutti i limiti del dispotismo dell’Urss. Ma alla fine non si trattenne dallo scrivere a un alto funzionario staliniano (Suslov) una lettera in cui gli ribadiva la continuità dei legami di collaborazione del PSI col Pcus.[19]

Sono le contraddizioni della cultura e della politica del frontismo, come ha precisato Giuliano Amato in un bel profilo del segretario socialista.

Questo dominio, e culto del capo (non diversamente sentito e praticato da quello classicamente religioso delle cristologie) spiega l’esigenza di volersi dotare di manuali, memorie, storie. I partiti comunisti furono degli antesignani e forse in assoluto i primi a promuoverli e farne grande incetta.

A cominciare dal Breve corso di Bucharin sulla storia del partito bolscevico, si trattò di narrazioni redatte o controllate direttamente dai segretari generali dei partiti comunisti. Hanno inteso gettare le basi di una storiografia ispirata ad un ego-centrismo smisurato e senza remore.

 Infatti l’importanza di rilevare, magnificandolo fino alla mitizzazione, il ruolo del leader nei partiti comunisti ha avuto un’evidenza addirittura auto-referenziale. Quale fu la sua ragion d’essere?

A ragione, da uno dei migliori storici del Pci.  è stata citata quella di trasformare la storia dei partiti “in una lettura edificante e che avevano provveduto a dotare i militanti di testi di formazione ideologica, nei quali ogni scelta politica era giustificata, ogni errore era presentato come frutto del tradimento e-in altre parole- la storia del partito era trasformata in un’inarrestabile processione trionfale”.[20]

A promuovere la storia del partito e dei suoi capi fu Togliatti nel 1931, addirittura a due lustri appena dalla fondazione del Pcd’I. Dopo di lui altri leaders (il più noto, Giorgio Amendola, negli anni Settanta) e intellettuali di stretta osservanza legati ai gruppi dirigenti (da Roberto Battaglia a Paolo Spriano, da Ernesto Ragionieri fino ad Aldio Agosti e Albertina Vittoria). Si sono scritte biografie che erano niente più che auto-biografie. Dai maggiori dirigenti ai segretari delle federazioni fino ai sindaci. Una collanina degli Editori Riuniti per qualche tempo se ne fece carico.

Dalle stesse mani dei fondatori furono, dunque, redatte quelle che si possono chiamare le colonne portanti di una tradizione ripresa e dilatatasi nel tempo: l’anti-capitalismo, l’anti-fascismo e soprattutto la riverenza fino alla mistica più spudorata verso Stalin e l’Unione sovietica.

I vuoti, i buchi neri di questi lavori sono le stesse omissioni, reticenze dei loro protagonisti, in particolare gli innumerevoli delitti del comunismo, le mistificazioni, le doppiezze, la disinvoltura schermata dal rigorismo ecc.

Pertanto la migliore narrazione della politica, della organizzazione, della cultura e delle ambizioni del Pci fino al 1963 resta quella curata dal sociologo milanese Francesco Alberoni. Potè avvalersi della collaborazione di V. Capecchi, A. Manoukian, F. Olivetti e A. Tosi.[21]

Il partito veniva accreditato come “il deposito istituzionale, la serra delle istanze rivoluzionarie e dell’attesa messianica anti sistema, ma anche ‘chiesa’, che interpreta   infallibilmente il futuro e ‘armata di risorse’ pronta a intervenire nel momento del conflitto Usa-Urss”.  [22]


[1] Salvatore Sechi, L’austero fascino del centralismo democratico, “il Mulino”, maggio- giugno 1978, n. 257.

[2] Mi riferisco al saggio di Silvio Pons, Antonio Gramsci e la rivoluzione  russa: una riconsiderazione (1917-1935), in L’altro Gramsci. Biografia, temi, interpretazioni, a cura di F. Giasi e G. Francioni, Viellla, Roma 2020.

[3] Piero Sraffa, Lettere editoriali 1947-1975, a cura di Tommaso Munari, Einaudi, Torino 2018.

[4] Si veda il mio intervento Stalinismo, Zangheri e i lecca lecca,in “Mondo Nuovo”, 8 febbraio  2026.

[5] Giorgio Napolitano, Testimonianze e prospettive  a cento  anni  dalla nascita, a cura di Guido Melis, Senato della Repubblica, Roma 2025.

[6] Si veda il post di Fausto Anderlini, La parlata scorrevole di Re Giorgio e la balbuzie della sinistra, 2015.Ma i suoi ripetuti rilievi critici ( a cominciare dalla rude imputazione di un “enfatico liberalismo atlantico”, propria di un putiniano come lui) non scalfiscono la lunga, tormentata traiettoria che di  Napolitano ha rievocato Massimo Cacciari, Napolitano, con te finisce un’epoca – “Bene navigavi, naufragium feci”. Questa è la lezione più grande, “ La Stampa” , 23 settembre  2023.

5. Giovanni Sedita, Gli intellettuali di Mussolini. La cultura finanziata dal fascismo,Le Lettere, Firenze 2010. 

[8] Si veda Hollander, Intellettuali e i fascismi. Linchiesta,  2022

[9] Si vedano i documentati saggi di Nello Ajello,Intellettuali e Pci (1944-1958), Laterza, Bari 1979, e Id, Il lungo addio. Intellettuali e PCI dal 1958 al 1991, Laterza, Bari 1997.

[10] Verdes-Leroux (Jeannine)Au service du Parti, le Parti communiste, les intellectuels et la culture. 1944-1956 Fayard,Paris  1983) e Id, Le Réveil des somnanbules : Le parti communiste, les intellectuels et la culture, 1956-1970 ,Fayard, Paris 1987.

[11]Rimando ai testi molto diversi rispettivamente di A.Graziosi, L’Urss di Lenin e Stalin, il Mulino, Bologna 2008 (assai analitico e pluri-tematico), di S. Pons,La rivoluzione globale.Storia del comunismo internazionale 1917-1991, Einaudi, Torino 2012 (molto più lineare e quasi mono-tematico) e di E. Cinnella., 1905. La vera rivoluzione russa, Della Porta editore, Pisa  2019

[12] Confermando quanto si sapeva da un saggio precedemte di Giuseppe Vacca,ne ha ripercorso minutamente la formazione Silvio Pons nel saggio (ormai  un classico) , Antonio Gramsci e la rivoluzione russa cit.  

[13] Ma egli non dispone di quanto su quegli anni è stata ricostruito da A.Graziosi.La  conoscenza  della realtà sovietica in Occidente negli anni Trenta: uno sguardo panoramico, in F. Gori e M. Flores (a cura di), Il mito dell’URSS: la cultura occidentale e l’Unione Sovietica, Milano: Fran co Angeli, 1990, pp. 157-72.

[14] Si veda il saggio di S. Wolikow, in S. Pons and S.A.Smith, edited by,The Cambri dge History of Communism.vol. !, World Revolution and  Socialism in one Country,  1917-1941, Cambridge University Press, Cambridge 2017,pp.232-255.

[15] Manifesto ai lavoratori d’Italia, “Il Comunista”, 30 gennaio 1921

[16] S.Pons, Antonio Gramsci e la rivoluzione russa  cit.

[17] Si veda il rilievo che gli dedicato, anche di recente , uno dei suoi più attenti  studiosi David Bidussa, Pensare stanca, Feltrinelli, Milano 2025.

 15. Sandra Teroni e Wolfang Klein ,Pour la défense de la culture. Les textes du Congrès internation nal des écrivains, Paris, 1935, Presses Universitaires de Dijon, 2018 e Dino Messina, Intellettuali e “nemici del popolo”. Le mani del Comintern  sul Congrsso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura del giugno 1935. “Corriere della Sera”, 8 agosto 2018

[19] Il testo è riportato in maniera molto proba da uno storico socialista come Giovanni Scirocco nel saggio Una rivista per il socialismo : “Mondo Operaio” (1957-1969) ,Carocci, Roma 2019.

[20] Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto, Nobiltà e miseria del Pci 1921-1991, Dellaporta editori, Pisa 2014, p. 12.

[21] L’attivista di partito. Una indagine sui militanti di base nel PCI e nella DC, .il Mulino, Bologna  1967,

[22] Ibidem