Una grammatica per i saperi a venire – Mimesis 2025
di Francesco Monico
Nel panorama spesso disarticolato della formazione artistica e accademica contemporanea, L’arte della ricerca. La cura dei nuovi saperi nei dottorati accademici, realizzato con il sostegno del MIC – Ministero della Cultura, e pubblicato dalla casa editrice Mimesis, si impone come un testo necessario: al tempo stesso teorico e operativo, critico e propositivo. È insieme diario, dichiarazione d’intenti e testo speculativo, che prende posizione culturale e politica: ridefinire il ruolo dell’arte come forma legittima e autonoma di ricerca speculativa all’interno del nuovo campo delle Contemporary Humanities.

Non si limita a documentare una fase di transizione delle Accademie di Belle Arti italiane – uno degli ultimi ambienti dove è ancora possibile fare politica culturale attiva – ma si propone come un dispositivo di orientamento culturale, epistemologico e istituzionale. È la prima uscita di un progetto editoriale sviluppato all’interno dell’Accademia Unidee, dispositivo educativo formale della Fondazione Pistoletto, ed è già di per sé un evento raro: non solo per la qualità e varietà dei contributi, ma per la chiarezza con cui affronta il senso e il ruolo della ricerca artistica nel presente.
Il libro ruota attorno a un’intuizione potente e oggi imprescindibile: riconoscere la piena dignità epistemica della pratica artistica, non come complemento alle scienze dure o alle discipline umanistiche, ma come campo autonomo di speculative research, capace di produrre saperi situati, visioni, ipotesi trasformative. In questo quadro, l’arte come pratica di conoscenza trova piena legittimazione e si congiunge con la nuova sfida dei dottorati nelle discipline artistiche e creative; oggi più che mai urgente alla luce della recente riforma universitaria, resa operativa dal Ministro Anna Maria Bernini. Dal 2024, infatti, le Accademie di Belle Arti e il sistema AFAM – Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica – sono ufficialmente autorizzate a istituire programmi di dottorato autonomi, equipollenti a tutti gli effetti a quelli universitari. Un cambiamento storico, che segna il riconoscimento istituzionale della ricerca artistica come forma originale di produzione di sapere, e che apre spazi finora inaccessibili per le comunità artistiche.
Questo passaggio cruciale si inserisce nella lunga e mai risolta “disputa delle due culture”, teorizzata da C.P. Snow nella celebre conferenza tenuta a Cambridge nel 1959 – poi divenuta un libro fortunato – e anticipata in Italia dal pensiero di Benedetto Croce, quindi ripresa in chiave epistemologica da Ludovico Geymonat nella prefazione alla prima edizione italiana. Al centro di questa frattura, ancora oggi attuale, vi è l’incomunicabilità di metodo, forma e sensibilità tra scienze della natura e scienze dello spirito: una tensione che il libro qui presentato affronta senza mediazioni retoriche, indicando nella pratica artistica una possibile interfaccia generativa tra i due poli.
Il volume raccoglie i contributi di studiose e studiosi di grande autorevolezza, attivi nei contesti di ricerca più avanzati in Europa. Tra gli interventi teorici spiccano i saggi di Pier Luigi Capucci e Giorgio Cipolletta, che esplorano l’arte come risorsa metodologica per affrontare la complessità del XXI secolo, anche alla luce dell’esperienza del Festival Ars Electronica di Linz, straordinario laboratorio internazionale di arte, scienza e tecnologia. Michele Cerruti But analizza le tensioni normative e culturali che hanno attraversato la definizione di “ricerca artistica”; Giulio Perani, figura di riferimento in ISTAT, racconta il passaggio epocale che ha portato all’inclusione della ricerca artistica nel Manuale di Frascati, la guida OCSE per la classificazione e misurazione delle attività di R&S; adottata anche dal CNR e da molte istituzioni pubbliche italiane. Pier Luigi Sacco riflette sul potenziale della ricerca artistica come motore d’innovazione culturale, economica e sociale.
A questi contributi si affianca un mio contributo teorico, dedicato all’arte come forma di ricerca speculativa all’interno delle Contemporary Humanities, in cui propongo una rilettura dell’esperienza artistica come spazio di pensiero incarnato, libero, irriducibile ai codici della razionalità tecnico-scientifica.
Seguono gli approfondimenti di Marco Iezzi e Leopoldo Nascia (MIMIT) sul valore economico della creatività non tecnologica; la riflessione del performer Andrea Pagnes sulla performance come dispositivo di conoscenza incarnata; e quella della curatrice Gabi Scardi sul ruolo del curatore come ricercatore sociale e culturale. L’asse filosofico si articola nei saggi di Vincenzo Cuomo, direttore della rivista internazionale Kaiak. A Philosophical Journey, che intreccia Croce e Vico in un dialogo sulle radici dell’espressione artistica, e di Maurizio Guerri dell’Accademia di Brera, che attraverso l’esperienza di Forensic Architecture indaga il potere politico delle immagini.
Una sezione ampia è dedicata agli scenari della nuova formazione artistica. La filosofa dell’UniTo Carola del Pizzo, in dialogo con il sociologo dei media Derrick de Kerckhove, offre una lettura antropologica della condizione digitale a partire dal concetto di Contemporary Humanities; Marco Deseriis, della Scuola Normale Superiore, rilegge la genealogia della “condividualità”, da Luther Blissett all’IA generativa; mentre l’analisi del New Italian Epic e dei suoi Unidentified Narrative Objects dei Wu Ming restituisce uno spaccato delle pratiche sperimentali della cosiddetta “ricerca clandestina” nella didattica artistica; categoria formulata da Giovanna Cassese, dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, attuale presidentessa del CNAM, organo consultivo del MUR per il sistema AFAM.
Il volume è anche una testimonianza storica di grande rilievo. Racconta tre esperienze di dottorato artistico nate in Italia prima della riforma: quello dell’ISIA di Roma, presentato da Massimiliano Datti; quello sperimentale dell’Accademia di Brera, descritto da Roberto Favaro; e il pionieristico Planetary Collegium M-Node presso la NABA di Milano, attivo tra il 2005 e il 2019, nodo italiano del network fondato da Roy Ascott, figura cardine della pedagogia cibernetica e telematica.
Su quest’ultima esperienza si innesta una mia testimonianza diretta, in cui ripercorro la nascita e lo sviluppo del M(T)-Node; il primo dottorato per artisti attivato in Italia e in Europa con riconoscimento accademico internazionale che ho avuto la fortuna di dirigere. Un progetto visionario che ha anticipato molte delle attuali istanze pedagogiche della ricerca artistica, proponendo un modello radicalmente transdisciplinare, planetario e post-mediale.
Chiude il volume la riflessione di Luca De Biase, che richiama l’urgenza di una convergenza tra cultura tecnica e cultura umanistica, e la postfazione di Paolo Naldini, Direttore della Fondazione Pistoletto, che restituisce alla ricerca la sua dimensione più radicale: un gesto umano, interrogante, trasformativo, che riguarda tanto l’individuo quanto la collettività.
Nel suo insieme, L’arte della ricerca è un testo denso, polifonico, necessario. Composto da testimonianze dirette e talvolta quasi diaristiche, da speculazioni teoriche, esperienze di pratica pedagogica e riflessioni economiche e politiche, il volume traccia una mappa complessa ma leggibile dei territori in cui oggi l’arte produce sapere. È una proposta concreta per costruire una grammatica dei saperi a venire, all’altezza delle trasformazioni del nostro tempo. Un libro che non si limita a chiedere un posto per l’arte nella ricerca accademica, ma cerca l’innesco per una ridefinizione radicale del concetto stesso di ricerca artistica: nella sua forma più libera, incarnata, responsabile. Un’opera che interpella l’università, le istituzioni culturali, i decisori politici — ma, soprattutto, chi ancora crede che il sapere non sia mai neutro, e che l’arte resti uno dei suoi luoghi più profondi, vitali, insostituibili.












