LA TRANSIZIONE DIGITALE

Dalla crisi del modello economico classico alla crisi delle Democrazie e sue prospettive

di Sergio Bellucci

La fase storica che stiamo vivendo non può essere compresa utilizzando la semplice categoria della crisi. Infatti, mentre una crisi rappresenta un’instabilità temporanea all’interno di un sistema che mantiene invariati i suoi meccanismi fondamentali, ciò che stiamo sperimentando è una vera transizione sistemica che sta ridefinendo i paradigmi fondamentali dell’organizzazione sociale, economica e ambientale.

Il modello settecentesco della suddivisione dei poteri di Montesquieu, utile a smantellare le forme monocratiche delle società monarchico-aristocratiche generando un salto in avanti (che fu considerato nell’800 rivoluzionario), lasciò aperta una vera e propria voragine nella regolamentazione dei poteri della società industriale e capitalistica che si stava generando il secolo successivo. La suddivisione dei poteri del filosofo poggiava su una realtà che non aveva ancora consolidato il ruolo del Capitale nella costruzione della società industriale e la sua tripartizione non prevedeva la regolamentazione della generazione della Moneta. La mancata costituzionalizzazione del vero potere del ciclo capitalistico D-M-D[1], cioè la produzione di denaro, pose le basi per una forma democratica monca, incapace di generare un vero e proprio controllo democratico sulle scelte economiche e sociali.

La democrazia liberale, nata dalle lotte contro gli “Stati Assoluti”, vive una profonda crisi strutturale, le democrazie contemporanee implodono per mancanza di finalità condivise in grado di fungere da collante e proprio il debito, sul quale le nostre società hanno basato la creazione di un punto di equilibrio del sistema della produzione, sta generando una rottura strategica non superabile se non con una decisione politica proprio sul debito. La partecipazione democratica, investita dell’incapacità di affrontare il nodo della crisi all’interno dello schema esistente, si svuota sotto la pressione della percezione dell’insignificanza decisionale, da un lato, e della partigianeria, dall’altro.

I fattori della Transizione prendono svariate forme e dinamiche nei diversi contesti sociali, culturali e territoriali, ma un elemento li accomuna: la scarsità progressiva di risorse generata dal sistema, la crisi della “spirale del consenso” basata sull’aumento indefinito dei consumi, la rottura degli equilibri ambientali, la riduzione della copertura del welfare. Ciò spinge all’isolamento, alla difesa del territorio dall’altro in un riflesso che assume le caratteristiche di tipo “tribale”, identitario o sovranista. Questo senza comprendere che non esiste più un equilibrio “territoriale” che possa garantire la sopravvivenza degli 8 miliardi di persone all’interno dello schema del modo di produzione attuale e che solo una riorganizzazione generale della società umana, basata sull’interdipendenza, la sostenibilità, la cooperazione e una forma diversa del produrre e distribuire la ricchezza prodotta e la sua finalizzazione.

Questa Transizione, inoltre, si articola in quattro rotture dimensionali fondamentali e che risultano interconnesse: l’emersione dell’industria dei sensi che plasma la percezione del sé, le forme delle relazioni sociali e i modelli di vita costruendo il “senso” della vita in termini industriali; la rivoluzione digitale che ridefinisce i processi produttivi e l’organizzazione sociale e che trasforma il valore-informazione nella merce centrale del nuovo sistema di valorizzazione; la crisi del sistema economico-finanziario basato sulla produzione materiale per l’aumento esponenziale della produttività del sistema produttivo che non poggia su un riequilibrio del valore del lavoro vivo e del salario connesso, producendo una permanente necessità crescente di creazione di debito per riequilibrare la domanda con l’offerta del macro-sistema; la crisi ecologica e ambientale che mette in discussione un modello di produzione che, per la ricerca di un equilibrio (generato sul debito e l’aumento dei bisogni connesso), necessita di tassi di sviluppo crescenti.

La convergenza di queste dimensioni sta generando una trasformazione senza precedenti delle strutture di potere globali. Emergono giganti tecnologici con capitalizzazioni superiori al PIL di molti stati, una crisi delle istituzioni democratiche tradizionali, una ridefinizione degli equilibri geopolitici sotto la pressione della questione ambientale. La stessa idea della redistribuzione del valore generale prodotto, attraverso la forma del lavoro salariato, risulta incapace di estendere la sua capacità nella nuova fase produttiva.

Una Transizione sistemica, quindi, si caratterizza per l’irreversibilità del processo, l’emergere di nuovi paradigmi, l’impossibilità di tornare allo stato precedente e una trasformazione qualitativa del sistema sociale, economico, culturale, istituzionale. Ingabbiare i processi di trasformazione nelle forme storiche precedenti non hanno mai prodotto nuove soluzioni stabili ponendo le basi, invece, per rotture anche più drastiche e imprevedibili nelle sue forme. Ciò che serve è scegliere da che parte interpretare la propria presenza nel flusso storico e se spendere il proprio impegno per generare un nuovo con qualità che sviluppano in avanti il processo democratico, accogliendo la necessità e la volontà di “essere protagonisti”, sedimentata sempre più nei corpi sociali, oppure di lavorare per il ripristino di forme del potere concentrato e sempre più “delegato”. Paradossalmente, infatti, sembra avanzare nelle società una sorta di ossimoro: è la proposta di concentrazione del potere che si ammanta dell’idea di affidare le “decisioni” al popolo, all’individuo, mentre la proposta “democratica” – trasformata dalle sovrastrutture tecnocratiche sovranazionali che non rispondono a dirette forme di rappresentanza diretta e popolare – risulta essere percepita come la costruzione di una “aristocrazia” separata anche da interessi materiali separati dalle classi che si vorrebbero rappresentare.

La nuova potenza tecnologica apre, però, anche alla possibilità di ripensare nuove forme di produzione del valore basate sulla conoscenza come bene comune e questa nuova forma allude alla possibilità di proporre nuove e più avanzate forme di partecipazione democratica. Questi modelli di produzione diretta di valore d’uso, a cui le tecnologie digitali aprono, rappresentano l’unico approccio in grado di affrontare la transizione evitando una società del controllo generalizzato. Ciò si può produrre attraverso una collaborazione sociale basata sull’uso e l’aumento della conoscenza condivisa. Le tecnologie oggi a disposizione dell’umanità, legate alle forme delle economie circolari, del riuso, del riciclo, del risparmio, consentirebbero un processo di vero e propria riprogettazione del fare umano, rendendolo non solo più equo ma anche più sostenibile e rispettoso degli equilibri ambientali e della sostenibilità. Ovviamente questa nuova forma di organizzazione del fare umano pone la questione della fine della fase storica del lavoro salariato e verso una forma nuova del lavoro umano che superi l’alienazione del lavoro industriale e delle organizzazioni tayloristiche e la sperimentazione di modalità in cui il “lavoro per sé contenga quello dell’interesse di tutti”. Questo passaggio necessita di un intervento pubblico (e quindi una politica) che sappia trasformare l’intervento pubblico dalla semplice ricerca di un equilibrio dell’attuale sistema alla capacità di lavorare per una nuova forma economica-sociale, quella che io definisco la forma di un “Welfare delle Relazioni”.

Il ’900 ha sviluppato una nuova dinamica di costruzione del senso della vita, traslato dall’interazione nel contesto sociale “fisico” ad un contesto in cui la percezione di sé e le aspirazioni sono diventati “prodotti industriali” di un’industria che fa profitto sulla costruzione del senso. Mass media, marketing, tecnologie digitali dei social e dell’intelligenza artificiale rappresentano una forma del sociale che sfugge alla politica tradizionale. Questa novità pone la possibilità di vere e proprie “campagne di persuasione” che, a partire dalle forme del consumo, si sono trasferite a quelle dell’indirizzamento del “consenso” politico connettendo sempre più la produzione del nesso “senso-consenso”. Le tecnologie digitali del mondo social, inoltre, ha portato questo processo alla capacità di intervento verso il singolo individuo.

L’avvento delle tecnologie digitali, inoltre, sta ridefinendo i processi produttivi e l’intera organizzazione sociale, investendo lavoro, relazioni, comunicazione, identità. Il sistema di produzione del valore attraversa un passaggio qualitativo. Chi controlla le piattaforme per la produzione di dati aspira a costruire la forma di società necessaria al proprio controllo, superando la democrazia borghese con un “consenso digitale” basato sulla misurazione permanente dei desideri prodotti dall’industria dei sensi.

Il modello economico basato sulla produzione materiale mostra segni di esaurimento nella capacità di redistribuire la ricchezza. L’economia dell’informazione e della conoscenza emerge come nuovo paradigma, mettendo in discussione i fondamenti del capitalismo industriale. La finanziarizzazione estrema crea una disconnessione tra economia reale e mercati finanziari. L’insostenibilità del pagamento degli interessi sul debito accumulato erode le capacità di sostenere i modelli di welfare.

L’impatto dell’attività umana sugli equilibri ecosistemici, infine, ha raggiunto livelli critici. Il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, l’esaurimento delle risorse richiedono un ripensamento radicale del modello di sviluppo. Nessuna nuova invenzione di stampo “keynesiano” può garantire un rilancio quantitativo della produzione e, quindi, la costruzione di un nuovo equilibrio sociale in termini dinamici. Le società occidentali devono affrontare una riprogettazione sociale e aprirsi a nuove forme di “collaborazione” internazionale. La nascita e il consolidamento dei BRICS segnala, purtroppo, che quello che si sta generando, invece di un nuovo processo di collaborazione tra interessi espliciti e diretti, una frattura nel processo di egemonia che può alludere ad una separazione globale di lungo periodo con ulteriori processi di rimescolamento economico e politico.

Il timore della perdita di benessere rilancia l’illusione di poter rimettere in campo schemi consolidati e i “miti del ritorno” ad un passato idealizzato, sta producendo risposte “difensive” (protezionismo, nazionalismo, xenofobia) che aumentano la frammentazione e mettono a rischio la coesione sociale sia internamente ai paesi sia nel dialogo internazionale.

Di fronte a questa transizione, la sfida è quella di ripensare radicalmente le strutture sociali, economiche e politiche, superando la logica della crisi congiunturale e affrontando la realtà della transizione sistemica. Ciò richiede un nuovo paradigma di sviluppo basato sull’economia della conoscenza, un ripensamento del lavoro in chiave di collaborazione e accesso alle risorse comuni, un welfare delle relazioni che metta al centro la cura delle persone e dell’ambiente.

Una società ed un’economia ispirate alla logica orientata alla valorizzazione del lavoro umano potrebbero configurarsi come un sistema decentralizzato, in cui il valore è misurato in termini di contributo reale alla vita comune e non al solo lavoro salariato. Le tecnologie della blockchain potrebbero fungere da infrastruttura trasparente per registrare ogni apporto in modo autonomo e verificabile, garantendo l’emersione di forme di lavoro fondamentali per il funzionamento sociale, come il lavoro di cura e di relazione, che le forme dell’industrializzazione del lavoro disconoscono.

Caratteristiche chiave di questo modello potrebbero poggiare sulla decentralizzazione e trasparenza garantite proprie dalle blockchain. Sarebbe possibile la valorizzazione del lavoro umano in tutte le sue forme attraverso una “criptovaluta” che misura il valore d’uso e le altre forme di lavoro sociale, sia pubblico che privato. L’economia potrebbe ri-orientarsi verso il soddisfacimento di bisogni individuali e collettivi ma commisurati al raggiungimento di soddisfacimenti non puramente commerciali e poggiare su processi di collaborazione e condivisione delle conoscenze secondo il paradigma informatico dell’Open Source. Tali processi potrebbero poggiare su processi decisionali partecipativi e inclusivi, rilanciando l’idea e la forma della democrazia in avanti.

Per realizzare la valorizzazione di queste forme del lavoro umano, si potrebbe prendere spunto dai modelli di banca del tempo, in cui ogni attività viene misurata in termini di tempo ed energia impiegata. Tecnologie come IoT[2], smart contract e sistemi di reputazione peer-to-peer permettono di certificare i contributi in modo oggettivo e automatico. Applicazioni dedicate possono raccogliere dati e attivare l’emissione di token secondo regole predefinite.

L’idea di una economia basata del valore d’uso si fonda sulla possibilità concreta di produrre beni e servizi per rispondere alle necessità concrete delle comunità attraverso il livello di conoscenza ormai accumulata nei server del mondo che contengono, ormai, l’ingegnerizzazione della produzione di oggetti che vanno dall’ago da cucito agli aerei a reazione. Centri di produzione sociale sul territorio, dotati di tecnologie avanzate come stampanti additive (stampa 3D) e le capacità delle Intelligenze Artificiali, possono realizzare oggetti personalizzati on-demand, ottimizzando l’uso delle risorse, partendo dagli attuali scarti del sistema industriale accumulati nei rifiuti cittadini in un’ottica di economia circolare e basata sull’energia rinnovabile delle Comunità Energetiche Rinnovabili. La costruzione di questi modelli lavorerebbe alla rigenerazione dei tessuti sociale attraverso il coinvolgimento attivo dei cittadini. Questi modelli promuoverebbero un nuovo livello di sostenibilità ambientale, riducendo sprechi e favorendo il riuso e riciclo dei materiali. Progetti pilota come FabLab[3] e iniziative di open hardware stanno già sperimentando questa direzione.

Una società basata su questi principi, quindi, rappresenterebbe una radicale trasformazione del paradigma economico, spostando il focus dalla produzione di merci a quella del valore d’uso e alla valorizzazione del contributo umano diretto alla propria vita e autorealizzazione. Promuovendo partecipazione, trasparenza e collaborazione, questo modello offrirebbe spunti per un futuro in cui innovazione tecnologica e coesione sociale producano un sistema più equo e sostenibile.

Solo attraverso un approccio sistemico e una visione di lungo periodo sarà possibile affrontare la complessità della transizione in atto, costruendo un futuro più giusto ed equo per tutti. La sfida è quella di immaginare nuove forme di democrazia e di partecipazione, capaci di restituire potere alle persone e alle comunità, di fronte all’emergere di nuovi poteri e di nuove forme di disuguaglianza.


[1] Denaro-Merce-Denaro

[2] Internet of Things

[3] Fabrication Laboratory