Segue dalla societa della prestazione
Nella società della prestazione l’individuo non è più un soggetto che obbedisce a ordini esterni, ma un soggetto che si auto-impone alcuni obiettivi più o meno liberamente e consapevolmente. La libertà diventa un obbligo, in cui il soggetto è il vero unico controllore di se stesso, un controllore quasi sempre severissimo e spietato. Essere autonomi implica l’essere motivati, efficienti e pronti a migliorarsi sempre.
Questo modo di controllare e di gestire il potere è molto efficace perché non appare mai nella sua forma normativa o coercitiva, ma fa leva sul persuasione e sulla interiorizzazione. Il passaggio dal “dovere” sulla base di norme e proibizioni a quello basato “sul potere di fare” coincide con quello dalla società disciplinare, analizzata e descritta da Foucault, basata su regole, divieti e punizioni, alla società della prestazione, basata su positività, motivazione e competizione.
In un contesto in cui non si viene esclusi perché si disobbedisce, ma perché non si è abbastanza performanti, le nevrosi derivano dal fatto che gli individui ingaggiano una competizione permanente con gli altri e con se stessi, dovendo mostrare sempre i risultati, rimuovendo e superando ogni di limite in una spirale dopaminica in cui non c’è mai un “abbastanza” e il fallimento è vissuto esclusivamente come una colpa personale.
Secondo Han questa società crea patologie “tipiche” che non sono la ribellione o la nevrosi da repressione ma la depressione e l’ansia: l’individuo interiorizza un senso di inadeguatezza cronico. L’ansia da prestazione coincide con il disagio sul lavoro, sempre più flessibile, o precario secondo i punti di vista, o nella fase della scuola, che esattamente come il lavoro è un contesto sempre più orientato alla performance. La performanza e l’ansia da prestazione si sviluppa poi nelle piazze virtuali del web e dei social media, dove la visibilità e il like diventano metriche e indicatori del successo personale, in una competizione che difficilmente si può vincere proprio perché non esiste un “abbastanza”.
Il migliorarsi continuamente perde molti dei suoi connotati positivi nel momento in cui si trasforma in pressione costante a performare, una corsa senza fine senza un traguardo definitivo che genera un disagio che diventa strutturale.
Il disagio nella società della performanza
Il tema del disagio nell’ambito di una società della performance si comprende meglio a partire dal concetto di autonomia, sempre più nuovo paradigma con cui si rileggono te purtroppo si valutano i percorsi individuali e sociali. L’obiettivo è rendere tutti, o il maggior numero di persone possibili, autonome e capaci di determinarsi, concentrandosi su chi fatica ad esserlo o non ha le capacità per farlo. L’idea che una persona debba avere gli strumenti per essere autonoma e libera di costruire la propria vita senza dipendere da altri è giusta ed universalmente accettata. Sulla base di quanto si è autonomi ad esempio si definiscono i percorso di reinserimento sociale o di cura. Eppure questo concetto che ripetiamo è assolutamente condivisibile rischia una “reificazione” degenerativa, esattamente come quello del merito quando diventa meritocrazia. Associare al concetto di autonomia quello di funzionamento come parametro fondamentale nel definire gli effetti di un disagio, convince fino ad un certo punto. Si può dire che le macchine funzionano, non le persone. Al di la della buon fede di chi usa questo termine, nel mondo della tecnologia e del digitale di oggi parlare di funzionamento equivale ad addentarsi in un terreno davvero molto scivoloso.
Il rapporto tra società della prestazione, il disagio “mentale” e la neuropsichiatria
Il rapporto tra questa società della performanza e delle aspettative (con tutti i suoi collegati tipici che ormai sono socialmente accettati: l’autonomia, i misuratori di efficacia e di impatto, lo studio del dato, la meritocrazia e il funzionamento delle persone) e l’aumento delle patologie neuropsichiatriche, soprattutto tra i giovani e gli adolescenti, sta diventando uno dei nodi centrali della riflessione contemporanea in sociologia, filosofia e psicologia. Nel mondo occidentale il fenomeno dell’aumento dei casi di disagio e malattia mentale ha assunto un incidenza preoccupante e inedita nella storia dell’uomo. Il fatto che i casi di malattia aumentino in particolare tra i giovani impatta in maniera ancora più significativa su una società sempre più vecchia e dove i giovani sono sempre di meno.
Del resto i veri fragili in questo senso sono proprio i ragazzi, che subiscono un sistema che non hanno minimamente contribuito a determinare costruito su contesti economici e sociali che oggi non esistono più
La “pressione” alla prestazione avviene fin dall’infanzia: la logica del rendimento non riguarda solo il lavoro adulto, ma entra precocemente nella vita dei ragazzi, anche e soprattutto come riflesso della visione degli adulti. La scuola, almeno dal ciclo delle medie inferiore in avanti, è tutta orientata alla valutazione continua, se non alla competizione costante, con aspettative elevate di successo e di realizzazione basate su un confronto permanente con i pari. I social media, che oggi per i più giovani sono non solo un media ma una parte consistente della socialità amplificano questa logica della aspettativa e della performanza, in cui la stessa identità dipende dal risultato.
Per Alain Ehrenberg il fallimento non è più attribuito a fattori esterni o strutturali, ma viene interiorizzato come incapacità personale. Un individuo autonomo, cioè con gli strumenti necessari a costruire un proprio percorso di vita e libero di farlo è padrone del suo destino ed artefice della sua sorte, della sua ricchezza e dei suoi insuccessi. Ne deriva che ogni insuccesso dipende dall’individuo, ed è interiorizzato. Una dinamica molto simile a quella descritta dai critici del pensiero neoliberale che stravolge e trasforma il concetto di merito in meritocrazia.
Da qui il senso di inadeguatezza, la vergogna, la paura di deludere e la enorme difficoltà a tollerare l’errore o gestire qualsiasi tipo di insuccesso, relazionale, scolastico o sociale. Nei giovani questo meccanismo diventa pericoloso e particolarmente dannoso, perché l’identità è fragile ed ancora in formazione. Può produrre disturbi da eccesso di richiesta, una richiesta indotta ma che se interiorizzata diventa auto-prodotta.
Tra i nuovi disturbi c’è l’ansia generalizzata che deriva dalla paura costante di non essere all’altezza, e la depressione giovanile, vissuta come vuoto, stanchezza, perdita di senso. C’è il burnout scolastico, che porta all’esaurimento emotivo, al cinismo o al ritiro, scolastico o sociale. Ci sono i disturbi dell’attenzione e la difficolta di concentrarsi in un contesto di iper stimolazione.
Al centro della riflessioni di Ehrenberg ci sono soprattutto le manifestazioni e i tentativi di comunicare questo disagio profondo che diventa patologico. I disturbi del comportamento alimentare ed il controllo del corpo come risposta alla perdita di controllo simbolico, o l’autolesionismo, dice Ehrenberg, sono un tentativo di rendere visibile un dolore altrimenti invisibile. Una richiesta di attenzione e di relazione che passa proprio dal comportamento e dal “funzionamento” sociale dell’individuo. Un tentativo di rendersi visibili e richiedere un “dialogo” nel senso letterale del termine, cioè basato sulla relazione e sullo “stare”.
L’infosfera
Si discute molto del ruolo dei social media e del loro potenziale contributo nel generare patologie e nevrosi. Le piattaforme, ed in particolare il loro modo di funzionare, tracciare profilare e proporre contenuti, amplificano la logica della prestazione, misurata in like, follower e visualizzazioni, in una logica di confronto e competizione continua.
Si discute molto del ruolo dei social media e del loro potenziale contributo nel generare patologie e nevrosi. Le piattaforme, ed in particolare il loro modo di funzionare, tracciare profilare e proporre contenuti, amplificano la logica della prestazione, misurata in like, follower e visualizzazioni, in una logica di confronto e competizione continua.
L’ambiente virtuale, esattamente come il lavoro e la scuola, genera una competizione: non solo bisogna fare bene, ma apparire sempre “all’altezza” da tutti i punti di vista.
L’uso dei social soprattutto tra i minorenni è da ani al centro del dibattito pubblico. Se lo strumento da mezzo diventa fine non è “colpa” dello strumento, ma di un cattivo uso che se ne fa.
Si tende a pensare che il social sia “solo” un media ed uno specchio della società e non viceversa. In realtà le cose sono più complicate di così. Il digitale è un media ma è anche un luogo, genera linguaggi propri e nuovi codici di comportamento. Esattamente come per tutto il digitale e le intelligenze artificiali generative. Il mezzo è talmente potente che ha una capacità di creare mondi, modi di pensare e comportamenti che vanno oltre il virtuale e diventano molto concreti. Forse davvero nelle fasi di grandi cambiamenti serve pensare in maniera diversa per superare le contraddizioni del presente.
PS. Siamo circondati. sia che si lavori, sia che si studi sia che ci si svaghi. ovunque e qualunque cosa si faccia bisogna essere performanti, allegri e sul pezzo. Insomma bisogna “starci dentro”: in una società per superuomini, sani ed in forma. guai a fermarsi, ad invecchiare, ad ammalarsi o a sbagliare qualche cosa.












