La conferma di quanto sia complesso il percorso di cura per le patologie DCA sta nel tasso di recidiva medio riscontrato che si aggira sul 20% un dato considerato allarmante e “anomalo” rispetto ad altre branche della medicina o della stessa psichiatria.
In molte patologie acute, ad esempio un intervento chirurgico, la dimissione avviene a guarigione avvenuta. Nei DCA, vista la pressione altissima sui posti letto , la dimissione avviene spesso per “stabilizzazione vitale”.
Il trigger della malattia
Il paziente viene dimesso quando il cuore non è più a rischio o il peso è risalito di pochi chili, ma la mente è ancora nel pieno della malattia., una sorta di “dimissione precoce” rispetto alla guarigione psichica che è anche la causa primaria della recidiva a breve termine.
La malattia inoltre ha una natura “Egosintonica”. Il paziente anoressico vive spesso il sintomo come un alleato, una forma di controllo e di identità. Una volta fuori dall’ambiente protetto dell’ospedale, la spinta interna a tornare alle vecchie abitudini è potentissima, rendendo la recidiva molto più frequente rispetto a disturbi dove il paziente collabora attivamente per stare meglio.
Il “Rientro a Casa” o in famiglia per un paziente DCA spesso è il trigger della malattia, e se il territorio non offre un supporto immediato, il famoso “ponte” della DBT o dei centri diurni, l’impatto con la realtà quotidiana provoca un crollo immediato. Nella maggior parte delle altre malattie l’ambiente domestico non è quasi mai un fattore di rischio così determinante per la riacutizzazione della malattia.
Nella chirurgia ad esempio un tasso di riammissione a 30 giorni sopra il 5-8% è considerato un segnale di inefficienza grave. Nella psichiatria dell’adulto, ad esempio la depressione maggiore, la recidiva a un anno è significativa ma più diluita nel tempo. Nei DCA infantili invece il 20% rappresenta un problema enorme perché indica che 1 ragazzo su 5 torna in reparto in condizioni critiche entro pochi mesi, creando un sovraccarico che impedisce di curare i nuovi casi.

La recidiva di sistema
La recidiva nei DCA è di fatto una “recidiva di sistema”: non fallisce la terapia in sé, ma la transizione tra l’ospedale, dove si cura il corpo, e il territorio dove si dovrebbe cura della mente e le relazioni.
Per dovere di cronaca: alcuni studi recenti indicano che la fase di recidiva può essere quasi considerata una fase del percorso di cura, non un’interruzione della guarigione ma una sua parte integrante.
Questo in parte contribuirebbe a spiegare numeri cosi importanti di recidive e ricadute. Stando a questi stessi numeri per oltre 3,5 milioni di persone affetti da patologie legate ai disturbi alimentari, con un’incidenza del 35% tra i giovanissimi negli ultimi anni, il rischio di ricaduta è stimato in circa il 25-35% dei pazienti con anoressia nervosa, con probabilità di ricaduta entro i primi due anni dalla dimissione, rendendo il monitoraggio post-cura fondamentale. Un problema che al di la delle interpretazioni contribuisce a saturare un sistema già fragile, in particolare nei percorsi di cura e riabilitazione che seguirono la fase ospedaliera.
La sfida futura si è spostata sul piano della tenuta del sistema. Il modello lombardo, con l’adozione rigorosa della DBT, ha segnato un passo avanti nella stabilizzazione dei pazienti acuti, ma i dati sulle recidive, che sfiorano il 20% indicano chiaramente che l’ospedale non può essere l’unica risposta. La guarigione non coincide con la dimissione, ma con la capacità del paziente di abitare nuovamente il proprio contesto quotidiano senza frammentarsi. Le nuove policy regionali, orientate al potenziamento del territorio e al “parent training”, tentano di trasformare la cura in un processo continuo, riducendo la distanza tra il reparto e la vita reale. Contrastare i DCA e in generale i disturbi di personalità significa puntare sul tessuto relazionale e sociale delle comunità ed integrare la precisione clinica dei protocolli con la capillarità dell’assistenza territoriale. Il dato preoccupante non è solo la recidiva, ma l’abbassamento dell’età: i ricoveri per DCA e tentato suicidio nella fascia 11-13 anni sono aumentati del 30% su base nazionale negli ultimi tre anni, cosa che sta spingendo a un cambio di rotta amministrativo a partire dal territorio e dalla prossimità, nell’ottica dell’integrazione dei sistemi. I prossimi passi sono il potenziamento del post-ricovero e la formazione dei genitori e dei care-giver. Si è capito infatti che non basta “curare” in ospedale, ma occorre garantire continuità di cura anche a casa. Molte ASL lombarde inoltre hanno cominciato ad offrire supporti specifici per i genitori, per evitare che l’ambiente domestico diventi un fattore di ricaduta.
I dati citati sulla recidiva e sulla pressione della Neuropsichiatria Infantile (NPI) in Lombardia e in Italia derivano dall’integrazione di diverse fonti istituzionali e flussi di monitoraggio clinico aggiornati al biennio 2024-2025.
Le fonti sono il Ministero della Salute – “Piattaforma Nazionale per il Monitoraggio dei DCA”, la Regione Lombardia, “Piano Regionale per la Salute Mentale e DCA”, i Report delle Società Scientifiche SIRIDAP e SISDCA La Società Italiana Riabilitazione Disturbi del Comportamento Alimentare e del Peso pubblica regolarmente studi multicentrici sui tassi di abbandono e di ricaduta (drop-out e relapse) nei centri di eccellenza, i dati ISTAT e Osservatorio ABA curato dall’associazione ABA che pubblica periodicamente analisi qualitative e quantitative sulla “cronicità” e sulla “porta girevole” del sistema pubblico, sottolineando la carenza di post-ricovero.











