LA RAPPRESENTAZIONE ASTIGMATICA

Intervista a cura di Gaia Bertotti

I podcast 2025 di Stefano Rolando pubblicati settimanalmente dal magazine online Il Mondo Nuovo e ripresi da Spotify ricomposti nella versione scritta e articolati in cinque ambiti tematici trovano, per il terzo anno, la via delle librerie. In uscita con Editoriale Scientifica all’immediata ripresa dopo la pausa estiva. L’annuncio in questa intervista con l’autore.

Da luglio 2022 Stefano Rolando – professore di Comunicazione pubblica e public branding all’Università IULM di Milano, già dirigente in istituzioni e imprese, impegnato in fondazioni culturali e civili e collaboratore dalla nascita del magazine Il Mondo Nuovo – ha dedicato settimanalmente le sue accurate e divulgative analisi al tema della “rappresentazione”. La messa in scena, cioè,  che politica, economia, cultura e  spettacolo fanno in quel grande e globale teatro in cui antiche  e nuovissime forme si fanno concorrenza cercando pubblici, partecipazione, interazione, consenso.

  • La prima serie (2022-2023) è stata pubblicata dall’editore Guerini di Milano  con il titolo La divulgazione civile.
  • La seconda (2024) è stata pubblicata da Editoriale Scientifica di Napoli con il titolo Tra memoria e trending topic.
  • La terza (2025) è in uscita sempre con Editoriale Scientifica con il titolo La rappresentazione astigmatica.

GB: Dal significato di questo titolo comincia appunto la conversazione con l’autore. Anche per dare alla comunità abituale di lettori/ascoltatori (80.000, secondo World Press nel 2025) l’annuncio di questa prossima uscita. Che si raccomanda per il valore aggiunto rappresentato da un diario critico dei grandi fatti (ma a volte anche da piccole ma interessanti notizie catturate nel turbinio del flottante quotidiano) che ci stanno appena alle spalle.

SR: L’astigmatismo è una malattia della vista. Ho vissuto da ragazzo questa diagnosi che per altro non era molto sconvolgente perché la natura produce spontanea correzione del problema. Che tuttavia va tenuta sotto controllo perché altrimenti finisce a formare una vera e propria miopia. In cosa consiste? Consiste nel far percepire la realtà in modo un po’ sfuocato. Vibratile, con i contorni imprecisi. Inutile dire che la metafora è perfettamente a portata della complessità percettiva di un dibattito pubblico turbato dalla gravità dei problemi. Soprattutto insidiato da manipolazioni e distorsioni. Aggiungo: con una gran voglia di litigare e poco spazio per la divulgazione, la spiegazione, la connessione  interpretativa. Che è – in linea di principio – un po’ la mia ragione di scrivere.

Quali sono le macro-aree in cui questo libro distribuisce gli scritti che, effettivamente, spaziano per luoghi, contenuti, protagonisti un po’ su tutto lo schermo mediatico?

Come negli anni precedenti metto in testa i “pezzi” scritti sull’evoluzione della nostra identità collettiva (come italiani e come europei). Quindi sul tema della memoria, sempre nella preoccupazione di una delle più gravi malattie culturali e civili del nostro tempo. Il taglio, appunto, della memoria stessa che politica e media spesso (per fortuna non sempre) fanno di un passato prossimo per alcuni scomodo, per altri troppo responsabilizzante, per altri ancora punitivo della libertà di dire cose senza controllo e senza verifica. Poi c’è la politica,  che si articola distinguendo l’Italia in cui la politica “fatica a rigenerarsi” (questo il titolo del capitolo) e il mondo,  che è fonte di quasi tutto ma rispetto a cui non basta dare le notizie bisogna anche interpretarle. Poi c’è il raccordo tra economia e territorio. Poi quello tra cultura e spettacolo. Infine (mia vecchia formazione sociologica) c’è la società,  che ci pone il problema di girare la clessidra e leggere le cose dal basso, nel bene e nel male. Perché spesso il giornalismo si occupa più dell’offerta che della domanda (da cui invece deve partire qualunque istanza pedagogica).

Mi dici tre dominanti del 2025, che a distanza di sei mesi, possono essere capite nella loro forza di influenza?

Certamente il ribaltamento tra destra e sinistra generato dal trumpismo in America.  Ha trascinato questa nuova forma di populismo impastato con un malinteso e ipocrita sovranismo. Una cosa che  è diventata un carattere strutturale della transizione globale. Come tutti i fenomeni di potere va considerato come un ciclo. Il  2025-2026 è infatti un biennio che costituisce  probabilmente la curva centrale, quella che sprigiona insieme forze e debolezze. La seconda dominante è italiana. Mi pare riguardi il nostro bipolarismo imperfetto e tendenzialmente radicalizzato. Una gabbia un po’ malsana per l’Italia, che avrebbe bisogno di recuperare cultura della mediazione e degli interessi collettivi. La terza la leggo nell’evoluzione della Chiesa Cattolica e nel passaggio da un papa gesuita argentino sfidante e appassionato ad un papa agostiniano americano meditante e tagliente. Una realtà che per quanto più immateriale di quella degli Stati e degli eserciti, sta influenzando la dialettica internazionale. Dico questa terza dominante a pari merito con un tema oggetto anche della prima enciclica di questo nuovo Papa, l’Intelligenza Artificiale. Di cui il 2025 ha svelato la potenza, l’utilità e  la malvagità. Interrogandoci finalmente sulla trasformazione del potere, che appare tutto americano ma che ci obbliga a studiare anche la Cina e a responsabilizzare anche l’Europa.

Ogni tanto nei tuoi titoli settimanali appare un film o un libro innovativo. Cosa ritieni che rappresenti meglio l’immaginario collettivo del 2025?

Non credo che siano le mie recensioni (tipo The life of Cuck o il Nord Nord di Marco Belpoliti) a rispondere davvero a quel requisito. La risposta vera alla domanda, rastrellando emozionalmente l’anno passato, credo sia la crisi generalizzata di fiducia in tutto ciò che dovrebbe rappresentare e tutelare il “collettivo”. Fenomeno non solo italiano.

Gli anni, quando finiscono, tagliano le storie o producono necessariamente eredità?

Tutte e due le cose. La prima per il trasferimento generale della specificità giornalistica del “far notizia”. Per cui se la notizia non vive di luce propria,  il giorno dopo viene cancellata d’ufficio dall’agenda. La seconda perché le “notizie” che scappano a questo plotone di esecuzione sono la perfetta sintesi dei poteri che hanno appunto il potere di rimetterle in campo. E dei contropoteri (o, proviamo a dire così, della cultura critica che cerca sempre di rappresentarsi senza chiedere il permesso) che nella storia del mondo è sempre riuscita nell’intento di rianimare notizie agonizzanti scoprendovi segreti riposti o letture che apparivano tenebrose. Anche da questo punto di vista il tema dell’astigmatismo ritorna.

Puoi indicare in poche parole il filo rosso del tuo metodo di analisi e di scrittura?

Se per “filo rosso” dici le mie fonti – appunto ragioni e forme – per prima cosa devo ricordare che il cantiere dello studio della rappresentazione che sostiene il dibattito pubblico è uno spazio di lavoro sempre attivo nel mio Osservatorio sulla comunicazione pubblica e il public branding in IULM che riverbera su didattica e  divulgazione (si è molto collaudato negli anni della pandemia). Reattivamente posso anche dire che – essendo la mia formazione professionale avvenuta in particolare nella Rai degli anni ’70, quindi qualità e missione –   senza fare inutili paragoni tra quel grande cantiere e il mio piccolo artigianato, questa è una storia di ispirazione ineludibile. Il terzo argomento viene da una delle realtà associative di cui ho responsabilità, cioè Infocivica, non a caso partecipata anche da tanti ex-colleghi, che è rimasto laboratorio aperto sui temi habermasiani della “sfera pubblica”.

Il protagonista delle storie di questo 2025?

Spiace un po’ dirlo, ma è lui, Donald. Ha campeggiato sui media, inventandone una al giorno (come ha fatto anche quest’anno) per scegliere ogni volta l’aggressione al compromesso. Se ci fosse un campionato di chi al tempo stesso “ci è e ci fa”, Trump non avrebbe avversari, persino Putin soccomberebbe e Salvini non arriverebbe nemmeno a superare le eliminatorie. I miei antidoti narrativi sono nel riprendere un motivo di Charles Trenet e intitolare un commento “Que reste-t-il de nos amours?” o far sentire l’emozione per la scomparsa di Claudia Cardinale o la riconoscenza, dopo la sua scomparsa, a Goffredo Fofi. E infatti, qui, Trump finisce in copertina. Un po’ sgualcito e spiegazzato, come succede con l’astigmatismo. Quindi anche un filo spettinato, cosa che a lui darebbe molto fastidio.