di Beppe Attene
Il titolo è tratto da uno straordinario film del 1996, intitolato “Dragonheart”.
In una società malata, che ha perso tutti i valori costitutivi, un cavaliere e un drago si arrangiano a sopravvivere.
Sono entrambi oppressi dai sensi di colpa. Hanno entrambi contribuito alla conquista del potere da parte di un principe rivelatosi molto peggiore del prevedibile.
Il drago gli ha addirittura donato metà del suo cuore.
Per sopravvivere i due attuano una piccola truffa.
Il drago finge di attaccare un villaggio e il cavaliere finge di difenderlo uccidendo o mettendo in fuga il drago aggressore.
Poi, accanto al fuoco, si spartiscono i frutti del ringraziamento degli abitanti.
Una sera, però, il cavaliere è preso dallo sconforto.
Riepiloga, per il suo compagno di sopravvivenza, le regole e le certezze del loro mondo di provenienza.
Riassume i terribili risultati della loro azione e di quei valori in cui credevano tanto.
Non vi è più nulla per cui ancora combattere.
Si rivolge al drago e gli chiede se pensa vi sia ancora qualcosa da salvare.
Il drago apre i suoi grandi occhi in cui si riverberano le fiamme del loro fuoco e gli risponde, semplicemente: “La mia anima, cavaliere”.
Diciamo che è così anche per noi.
Assistiamo allo scollamento crescente fra il Popolo Italiano e quelle che dovrebbero essere le sue espressioni politico – istituzionali.
Vediamo un gigantesco premio di maggioranza che premia il 42% di un elettorato che è ormai stabilmente sotto il 50% degli aventi diritto.
Vediamo il disgregarsi di una classe dirigente e non riusciamo a sfuggire alla sensazione che alcuni devianti comportamenti sociali siano anche figli della assenza di punti di esempio e riferimento.
Sentiamo promesse di serietà e impegno da leader che abbiamo visto stare in due governi e in due alleanze opposte senza batter ciglio e senza nemmeno aspettare un momento.
Vediamo eletti dal popolo, con un mandato ottenuto sulla base di impegni e programmi, cambiare tranquillamente maglia e squadra di appartenenza.
Cosa è rimasto dei sogni e dei valori in cui abbiamo creduto?
Ma, per fortuna, c’è il drago del film.
Dobbiamo, possiamo, dunque, salvare la nostra anima.
Ma come facciamo a identificarla? Come possiamo non confonderla con la semplice testardaggine nel non voler cambiare opinione?
Come possiamo darle un peso anche nei confronti degli altri esseri umani con cui siamo in contatto?
Come possiamo non considerarla sconfitta dal divenire del mondo?
Non siamo stiliti, non siamo monaci anacoreti capaci di “vivere” per sempre in cima a una colonna.
Non pratichiamo l’esicasmo, non siamo capaci di annullare totalmente la nostra identità sino a giungere alla perfetta fusione del Nulla con il Tutto.
Né l’anima di cui parliamo ora è quella che, per i credenti, verrà valutata alla fine della vita ricevendo il premio o la punizione.
Qual è, dunque, il rapporto con il mondo di quest’anima che (come suggerisce il drago) abbiamo il dovere di salvare?
Sperando di non offenderlo possiamo tentare di trovare una risposta nelle pagine di Plotino (come ce le restituisce Bertrand Russel nella sua “Storia della filosofia occidentale” da cui sono tratte queste citazioni).
Plotino (forse 204 – 270 d.C,) traccia un disegno dell’Universo metafisico come composto da tre diverse Entità non equivalenti fra loro come quelle della Trinità Cristiana.
L’Uno, impredicabile ed assoluto. Ad esso non possono essere assegnati né nomi né funzioni.
È il senso dell’Universo ma non ha alcun rapporto con esso.
A seguire, il Nous. Sintetizzato successivamente talvolta come Spirito e talaltra come Logos sembra rappresentare la Ragione Creatrice.
È la sfera della divisione, che verrà realizzata successivamente nella dimensione materiale ma è assolutamente improntata dall’Uno che non potrebbe comunque entrare in contatto con le specificità della materia.
Forse è la dimensione che nel ‘700 i Liberi Muratori credettero di sintetizzare nell’azione del Grande Architetto dell’Universo.
Ultima, ma non per importanza, arriva l’Anima.
Essa è la autrice finale di tutte le cose materiali che popolano il mondo e che noi classifichiamo, sbagliando, come viventi o meno.
L’Anima si divide e vive in ognuno di noi, come in tutte le cose.
Soffre quando viene risucchiata dal non senso del Mondo.
È felice e si ricrea quando riconosce il Nous e, di conseguenza, entra in contatto con l’Uno.
Ognuno di noi contiene un frammento dell’Anima.
Quando arriva la morte quel frammento si ricongiunge alla totalità e va a esistere in un altro essere umano.
Non vi sono punizioni o gratificazioni singole post mortem.
L’Anima, sempre distribuita sul tutto, continua la sua dialettica (positiva o negativa) con il Nous.
“A quelli che sono divinamente ispirati e rapiti rimane la coscienza di avere in sé qualcosa di più grande di se stessi, quantunque non possano dire che cosa sia; dagli stimoli che li eccitano e dalle parole che pronunciano essi hanno la percezione che una potenza, diversa da sé, li muove; analogo rapporto ci dev’essere tra noi e l’Essere supremo, quando noi raggiungiamo il puro Nous; noi penetriamo nel Divino Intelletto, e riconosciamo che è quello che dona l’Essere e tutti i principi di questo ordine; ma riconosciamo pure che è altro, che non è nessuna di queste cose; è bensì un principio più alto di ogni cosa che noi chiamiamo Essere; un principio più perfetto e più grande; superiore alla ragione, all’intelligenza e alla sensazione; che dà queste potenze, ma non si confonde con esse.”
Ora, sempre scusandoci con Plotino, potrebbe forse essere questa quell’Anima da difendere e salvare di cui parla il drago nel film.
Una cosa che ti permea e ti definisce ma che contemporaneamente non può e non vuole perdere la dimensione della globalità cui appartiene.
Nella concezione cristiana questa dimensione è stata ben riassunta nel concetto di “bene comune” come valore a cui senza sosta coerentemente tendere.
L’unico suo, se possibile, limite sta nel prevedere, comunque, una valutazione e una scelta su quale sia, momento per momento, il possibile bene comune.
Ma se, giusto per fare una prova, adottassimo un poco rozzamente il punto di vista del nostro filosofo molte cose si metterebbero in ordine dentro di noi.
Quei valori a cui non possiamo rinunciare (la nostra Anima, appunto) non sono il residuato di una testardaggine che non vuole accettare la sconfitta.
Nello stesso tempo quel che non ci piace non è il Male che vince ma è anch’esso il frutto dell’Anima che si è divisa momentaneamente dal Nous e, di conseguenza, dall’Uno.
Dunque, non stiamo parlando di vittorie e di sconfitte: queste categorie non hanno il minimo valore nella dinamica generale del Mondo.
E, se cambiassimo punto di vista, perderemmo davvero la possibilità di riconoscere e gioire della Bellezza.
Insomma, e per finire davvero, se abbiamo sinceramente dentro qualcosa che ci distingue e magari ci fa anche soffrire nel momentaneo rapporto con il Mondo, ebbene quella divina potenza siamo noi.
Noi nella capacità di appartenere sempre e sino alla fine alla totalità del Mondo nel suo senso più vasto e profondo.
Salveremo, se ci riusciamo, quell’Anima che abbiamo dentro.
Grazie drago!












