LA MENTE URBANA

Evoluzione del comportamento sociale dell’uomo nel territorio in cui vive, oggi la città, alla luce dell’evoluzione strutturale del cervello che lo determina

di Marcello Paci

Introduzione

L’uomo, fin dall’inizio preoccupato della sua sopravvivenza immediata, cercava di assicurarsela con la caccia, la pesca e la costruzione di armi primitive. Questo accadeva nel paleolitico, quando non c’era conservazione degli alimenti per l’immediatezza della nutrizione. Gli uomini vivevano su territori molto vasti e questo spesso evitava competizione e conflitti. Se si ammette l’inizio della storia umana, un milione di anni fa, l’uomo è vissuto per 990.000 con questa costante preoccupazione del cibo immediato.  Ogni individuo era in questo senso padrone del proprio destino e doveva conoscere i mezzi per soddisfare questi bisogni, Possedeva armi, ma così primitive che non costituivano una possibilità di proprietà.  I rapporti con gli altri uomini dell’orda erano caratterizzati da un’intesa tacita contro l’ambiente ostile. Nutrirsi era esigenza talmente impellente, che è verosimile non permettesse loro di organizzare tipi di vita e strutture sociali che li ponessero in conflitto con altri. L’uomo era raro, lo spazio era largo.  Data la disponibilità di territorio, l’evitamento naturale permetteva di risolvere i conflitti. Questo modo di comportamento esiste ancora in popoli primitivi e in alcune specie animali. In rapporto all’ambiente che gli procura il cibo, il gruppo sociale primitivo che si va formando, costituisce un raggruppamento d’individui con le stesse funzioni, uniti per legami genetici in famiglie e tribù, a lottare per la loro esistenza immediata. 

Il sistema nervoso dell’uomo nel paleolitico è quindi adatto alla sua sopravvivenza: l’ipotalamo istintivo gli fornisce le motivazioni fondamentali (fame, sete, aggressività, per la ricerca del cibo e la difesa dalle bestie feroci, accoppiamento, la protezione dei piccoli); il sistema limbico memorizza le esperienze passate permettendogli un apprendimento, nel frattempo colora le sue pulsioni di un’affettività primordiale (amore, gioia, ansietà, angoscia); la corteccia orbito-frontale gli permette di immaginare soluzioni più efficienti in materia di armi e di caccia, il linguaggio infine fa comunicare di generazione in generazione le esperienze acquisite. Il suo campo di coscienza essendo occupato nella ricerca di modi e forme che gli consentano la sopravvivenza, il suo vecchio cervello gli è certamente più utile della sua corteccia frontale o comunque ha meno occasioni per utilizzarla e questa è forse la ragione per cui passeranno millenni senza che si realizzino trasformazioni profonde. Ma la sua immaginazione va oltre, immagina ciò che non esiste, inventa, per comprendere quello che non sa spiegare, creando una mitologia di forze oscure ostili.

Il territorio dell’uomo, la città

La grotta prima ancora del villaggio e il culto dei morti sono i primi fattori di un arresto della corsa dell’uomo e portano in sé i germi della città futura in questa primitiva acquisizione del territorio.(Numenfors “la città attraverso la storia”) Il culto dei morti porta a dei periodici “pellegrinaggi“ del clan con benefici naturali ma soprattutto acquisizioni spirituali che creano un conforto che si proietta nel corso del tempo. Ma i villaggi non si sono costituiti con le prime acquisizioni agrarie e con l’inizio dell’allevamento del bestiame, il processo di”urbanizzazione” si svolgerà molto lentamente e nomadismo e sedentarietà continueranno a convivere per lungo tempo, a motivo di un’agricoltura all’inizio poco redditizia. È solo lentamente che si creeranno delle risorse alimentari, si programmeranno le semine e i raccolti in una visione più ampia che non il semplice soddisfacimento momentaneo dei bisogni primari. 

È in questo periodo che si realizza quella che autori come Laborit chiamano la Rivoluzione Neolitica. La creazione di una sovrapproduzione alimentare permanente permette di attendere il raccolto successivo e di sviluppare quindi altre attività sul tipo di un artigianato professionale con la creazione di nuovi strumenti di lavoro. A questa fase è da far risalire il metodo degli scambi, come un primitivo commercio. Questi cambiamenti storici dell’organizzazione sociale si realizzano nell’ambito della scoperta del territorio che coincide con la rivoluzione neolitica come prima, unica e fondamentale rivoluzione attuata nel corso della storia e dell’evoluzione dell’umanità. 

In sostanza, l’evoluzione del paleolitico al neolitico non è frutto di una mutazione aleatoria ma una simbiosi tra la forma nuova di uomo agricoltore, con la forma antica di cacciatore. Da una società tribale dove ogni elemento è polivalente, non specializzato, si va ad una società gerarchizzata, dove ogni elemento si specializza.  Da qui per la prima volta legami economici e politici che diventano più importanti di quelli del sangue. A partire dalla rivoluzione neolitica gli avvenimenti si accelerano, la costituzione delle riserve permette le specializzazioni e la possibilità di meglio utilizzare i cervelli nell’immaginazione e scoperta di progressivamente sempre meno banali nozioni dell’ambiente vitale. È in questa fase che cominciano a nascere le prime forme di accumulazione e investimento e diventa essenziale sapere chi detiene il potere di direzione, cioè chi imposta la vita di questo tipo di società. In effetti è questo aspetto di direzione della società che esprime la finalità di una società umana; è questo gruppo dirigente che imposta le strutture future, che opera le scelte per tutta la comunità. Questa fase è anche caratterizzata dalla comparsa di mediatori tra chi possiede e chi intraprende nell’ambito del territorio dell’uomo che è sempre più la città. 

La città in quanto produzione umana, e il modo con cui l’urbanizzazione si va strutturando nel tempo, ha stretti rapporti con la storia dello sviluppo del sistema nervoso dell’uomo. Mutuando i termini dalla cibernetica, la città rappresenta il prodotto di un gruppo sociale: l’effetto di un effettore. Questo enunciato nella sua evidenza non è del tutto esaustivo, perché l’effettore per agire ha bisogno di una finalità, è anzi programmato per questo. Orbene la finalità di un gruppo umano non è di costruire una città, ma di vivere, di mantenere la propria struttura.

In questo un gruppo umano, non è molto diverso da un organismo vivente, cioè a dire da un raggruppamento cellulare la cui finalità non può essere che il mantenimento della propria organizzazione, della propria struttura complessa in un contesto ambientale variabile. L’organizzazione del territorio dell’uomo non è che un mezzo per realizzare questa finalità. E un mezzo indiretto essendo il mercato ed il consumo ad esso conseguente il mezzo fondamentale del mantenimento della struttura della società. Potremmo definire la città, il luogo, dove si realizza l’agire economico, essenziale al mantenimento della struttura sociale. Messa la questione in questi termini, può apparire che il discorso si muova in campo sociologico ed economico. Non è così perché non dobbiamo dimenticare che l’attore principale, il gruppo sociale, è un’entità biologica. Se così non fosse perderebbe la finalità del mantenimento della propria struttura, come una macchina prodotta dall’uomo il cui ”programma” è generalmente distinto da quello della sua conservazione; così la finalità di un’auto è di correre e non quella di mantenersi. Mentre la finalità di una struttura vivente, quale che sia il livello di organizzazione che ha raggiunto, è sempre e non può essere altro che quello di mantenere la propria struttura. 

Dunque tornando alla città come mezzo per realizzare quella finalità, osserviamo che la città nel suo evolvere e strutturarsi finisce per assumere un ruolo di effettore sul gruppo sociale. In linguaggio cibernetico si può parlare di una relazione “in tendenza“ che conduce al “pompaggio ”dei cibernetici.  Dunque una retroazione della città sul gruppo umano.  

Seguendo la struttura della città, quella del gruppo umano sarà consolidata o resa fragile perché uno dei fattori della strutturazione del gruppo umano sarà la struttura della città. Ciò vuol dire che una retroazione positiva, può portare alla rottura del sistema, perché una società divisa in classi, animata dalla dinamica economica può sviluppare elementi di frattura sociale. La struttura stessa della società “iniziatrice” rischia così di essere completamente modificata. Per questa via si comprende che la città come fenomeno di urbanizzazione pone in prima linea il problema sociologico, che finisce per sovrapporsi all’aspetto biologico costitutivo del gruppo sociale, vale a dire un raggruppamento d’individui, che si relazione tra di loro attraverso le funzioni del sistema nervoso.

Studiarlo e comprenderlo alla luce delle tappe evolutive ci fa scoprire cosa resta e come funzionano nel nostro cervello di uomini moderni, le strutture dei precedenti livelli evolutivi. Una conoscenza indispensabile per capire le leggi che governano il comportamento nella società, e quelle che presiedono all’organizzazione delle strutture sociali.

Ipotesi conclusive

Facendo più specifico riferimento alle ipotesi di studiosi come Laborit sul rapporto (struttura vivente-territorio), (uomo-città, territorio dell’uomo), si potrebbe concludere che l’uomo potrà arrivare ad attuare la seconda rivoluzione determinante quello che si definisce “neoencefalica“ nel momento in cui prenderà coscienza di se stesso, del funzionamento del proprio cervello, delle pulsioni ipotalamiche e degli automatismi limbici. Questi si frappongono all’ideazione corticale limitandola con giudizi di valore motivati da tali strutture, anche se espressi apparentemente da idee nuove generate nei distretti cerebrali più evoluti. Per esempio si può essere eroi e disprezzare il pericolo tanto per manifestare l’aggressività innata del cervello dei rettili, quanto per obbedire agli automatismi “engrammati“ nel sistema limbico come pure per verificare nella realtà un’idea originariamente creata. Così il comportamento aggressivo che troviamo nel leone affamato che divora una gazzella, risponde ad automatismi limbici sostanzialmente simili a quelli che conducono la massaia ad acquistare carne dal macellaio. 

Nel presente, il comportamento aggressivo che si riscontra anche nelle società più evolute risponde sempre alle pulsioni e agli automatismi espressi dal cervello antico. Prendiamo come paradigmatico il mito dell’espansione senza fine della produzione di beni di consumo, con l’assalto incontrollato alle risorse della terra e le conseguenze di disparità sociali, conflitti, instabilità. L’aggressività che si esprime in queste dinamiche è una componente formidabile. Il superamento di queste realtà è legato alla evoluzione delle strutture neurologiche e sociali, dipendenti l’una dall’altra. Il processo si riassume nell’impiego sempre maggiore delle aree associative corticali.                                                                                  

Si dovrà pervenire necessariamente a quel salto informazionale che permetterà il dominio della corteccia orbito-frontale sugli altri settori del cervello. Se non sarà presa coscienza della vera natura umana, difficilmente sarà possibile generare quell’evoluzione a livello “informazionale” che può riunire e dare una nuova dimensione all’umanità.                                                                                               Dovrà accadere che i bisogni umani, quella quantità di materia, energia e informazione che è necessaria al mantenimento di una struttura, siano dettati da una struttura globale immaginante e non da strutture sociali e individuali che si oppongono all’integrazione degli individui e dei gruppi sociali in un insieme più complesso. 

La resistenza paleo-encefalica a questo processo è formidabile, ma l’uomo sarà costretto a sbarazzarsene come sino ad oggi ha rinunciato alle guerre mondiali sotto la minaccia della bomba atomica. L’attuale società industriale è un servo meccanismo che lavora “in tendenza“ non stabilizza le sue azioni, ma le amplifica in continuazione. La città moderna che è il territorio umano ne è un esempio. Nessun meccanismo può lavorare in tendenza infinitamente, deve sopraggiungere un punto di rottura che per l’umanità può essere la catastrofe ecologica. Questo timore forse sarà più influente di qualsiasi esortazione e l’umanità sarà per questa via costretta a quel salto evolutivo che l’attende.