LA MALAGIUSTIZIA NEL CASO TORTORA

L’imminente referendum sulla giustizia e la fiction “Portobello” di Marco Bellocchio hanno riportato all’attualità un grande personaggio della storia d’Italia.

di Giancarlo Governi

Con Enzo Tortora ho avuto un rapporto molto intenso prima del suo arresto infame e dopo, quando ritornò nel mondo dello spettacolo libero e trionfante. Un momento che durò meno di un anno purtroppo, stroncato da un tumore che tutti immaginammo di tipo psicosomatico, proprio quando la sua battaglia per il riconoscimento della responsabilità civile e penale del pubblico ministero stava per essere coronata da successo, e due anni prima che Giuliano Vassalli portasse in porto la riforma del codice di procedura penale, una riforma ispirata e sollecitata dal caso Tortora.

Prima della sua vicenda giudiziaria, avevo seguito da vicino un paio di annate di Portobello, il programma che aveva polverizzato tutti gli indici di ascolto e di cui tutta l’Italia parlava. (Umberto Eco la definì neo-televisione, cioè una tv che fa spettacolo di se stessa). Ero capitato con lui proprio nelle puntate di Portobello in cui c’erano gli inventori pazzi, che sono passate alla storia della televisione.

È rimasto famoso quello che diceva di avere inventato il metodo per far sparire la nebbia in Val Padana. Aveva portato in studio una rappresentazione in modellino della Valle, spiegava come si formava la nebbia e poi diceva che, per far circolare l’aria, basta togliere dalla Val Padana questo elemento e lo toglieva dal modellino. Enzo lo guardava stupito: “Cos’è questo che propone di togliere”. E lui rispondeva, come fosse la cosa più facile e ovvia, serafico: “Il monte Turchino”.

Un altro inventore memorabile era quello che portò una ruota, tipo ruota della fortuna, che raccomandava di non girare in senso anti orario perché, avrebbe fatto cadere tutti gli aerei che volavano nel raggio di duecento chilometri. Nessuno poteva smentirlo, per non provocare un disastro aereo.

Durante le prove il personaggio mi aveva incuriosito non poco. Mi avvicinai e a bruciapelo gli domandai “Ma lei è veramente pazzo o ci sta prendendo in giro”. Il tizio si guardò intorno con aria circospetta, poi sottovoce mi disse: “Mi segua”. E mi portò in un angolo buio dello studio per dirmi sottovoce e con aria circospetta: “Non si sa!”

Enzo era un uomo molto intelligente e soprattutto di grande cultura. A casa sua, a Via Piatti a Milano, troneggiava una ricca libreria di classici della letteratura e della filosofia, che Enzo aveva letto e studiato con rigore. Il suo linguaggio era quasi un miracolo, sia che parlasse di vita quotidiana sia che parlasse di cultura alta. Era intellettualmente molto rigoroso e ironico, per cui talvolta poteva esplodere in momenti di intolleranza nei confronti delle persone poco serie, o che si macchiavano di cialtroneria, per Enzo uno dei peccati più gravi. Per tutti questi motivi, molti suoi colleghi lo ritenevano antipatico e lo detestavano. Quando fu arrestato, furono in pochi a schierarsi dalla parte della sua innocenza. Qualcuno addirittura si lasciò andare a giudizi e a dubbi che poi fu costretto a rimangiarsi.

Enzo Tortora era liberale, un partito “signorile” come era signorile lui, che però, quando fu arrestato, non fu in grado di fare niente per lui. Per difendere Tortora, bisognava sporcarsi le mani, mettere in piedi una vasta mobilitazione contro la malagiustizia. Servivano i radicali di Pannella, quelli delle battaglie civili degli anni Settanta e anche degli anni Ottanta. Tortora guidò la sua difesa portata avanti da avvocati straordinari, con la sua profonda cultura e anche con la consapevolezza della propria innocenza ma anche conscio di portare avanti, per tutti, per la democrazia, una decisiva battaglia civile. Ed Enzo ci dette una importante lezione, la dette soprattutto a coloro che si nascondevano dietro un mandato parlamentare. Quando, lui parlamentare europeo, fu condannato, si dimise per andare di nuovo in prigione, novello Socrate.

Andai a trovarlo nel carcere di Bergamo, al quarto mese di prigionia, seguita alla gogna mediatica che diffondeva le sue immagini in manette, in un accanimento vergognoso di cui i media non si pentirono mai.

Con Mario Raimondo, poche ore dopo il suo arresto, andammo dal direttore del TG2, Ugo Zatterin, per farci dare, quasi con la forza, la cassetta della registrazione dell’arresto di Enzo, dove addirittura si zummava sulle manette.

A Bergamo venne in parlatorio un uomo distrutto che si era rasato i capelli da solo, in un gesto autolesionistico. Appena mi vide si mise a gridare “cosa ci fa un galantuomo come me qui… dimmi che cosa ci fa”. Io mi misi a piangere e l’agente di custodia che lo aveva accompagnato piangeva anche lui e lo abbracciava: “non faccia così signor Enzo lo sappiamo tutti che lei è innocente”.

Ritornò libero e definitivamente innocente dopo una lunga battaglia in cui, come disse Pannella, riuscì a trasformarsi “da vittima, in vincitore della sua battaglia di libertà contro una giustizia molto peggio che fascista. Oggi, invece, lo si vuole continuare a ricordare come vittima e non come vincitore”.

Quando tornò libero, volle prendersi la sua rivincita, tornare al suo pubblico di Portobello (il programma di maggiore successo della televisione italiana) soltanto per poter dire la sua storica frase: “Dunque… dove eravamo rimasti?” Ma poi venne da me a Raidue per dirmi: ”Io non posso più continuare con Portobello, la sorte mi ha cambiato, ora sono un’altra persona”. Inventò un programma nuovo e veramente diverso e io ebbi l’onore di assisterlo e di collaborare con lui e con sua sorella Anna che aveva inventatoPortobello. Anzi mi pregò di farlo riavvicinare alla sorella con la quale c’era stato qualche dissapore. Il programma si chiamava Giallo, e sarebbe passato anch’esso alla storia della televisione, se il cancro che lo stava divorando non lo avesse bloccato alla ottava puntata. Nella sua bara lasciò detto che venisse messa una copia di Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni.

Grande Enzo Tortora, un eroe della televisione ma anche un eroe civile!

Con Enzo ho vissuto momenti importanti prima e dopo la sua vicenda giudiziaria, nel senso che mi vedevo con lui tutte le settimane e spesso andavamo a mangiare insieme, in una latteria vicino a casa sua in Via Piatti (Enzo era vegetariano) e a Milano c’erano ancora le latterie dove si mangiava, o nella trattoria, vicino a Corso Sempione, La Torre del Mangia.

Quando fu prosciolto del tutto, andammo alla Torre del Mangia, dove Enzo ordinò un branzino. Io meravigliato gli chiesi: “ma non sei vegetariano?” e lui: “ è impossibile fare il vegetariano in galera”. Quando mi ammalai a Milano, Enzo mi telefonava continuamente e mi mandò anche un medico. Aveva un mongomeri fantastico che io ammirai molto, stava per toglierselo e regalarmelo. Io lo rifiutai, mi disse: “quando muoio te lo lascio” ci ridemmo su ma Enzo dopo pochi mesi morì.