LA GRANDE SPERANZA

PIPPO CORIGLIANO

Nell’Antico Testamento ci sono pochi accenni alla speranza nella vita eterna. Sono diverse le citazioni in proposito ma sono isolate in un contesto dove sembra che la vita dell’uomo si spenga con la morte. Invece con Gesù la musica cambia. In un discorso ai giudei Gesù scandalizza la maggior parte degli ascoltatori con la proposta di mangiare la sua carne e bere il suo sangue: sappiamo bene che quasi tutti se ne vanno sconcertati ma Pietro invece, pur non avendo capito le parole di Gesù, dice la famosa frase: “Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”: un bel complimento, pieno di significato.

Solo Gesù parla con chiarezza della vita eterna e questo è ciò che lo distingue e rende credibile. Le sue ultime parole, rivolte al buon ladrone, sono “Oggi sarai con me in Paradiso” concludono la sua predicazione che continuamente fa riferimento all’aldilà.

La vita eterna non è una conseguenza positiva di una vita buona: è il punto di riferimento di ogni nostra azione. Non sempre ne siamo coscienti ma è così. Solo il superficiale pensa all’immediato; per chi ha criterio ogni azione concorre al nostro fine ultimo. La speranza, in ultima analisi, è sempre la speranza di non morire ma di vivere eternamente.

Nei primi secoli del cristianesimo, caratterizzati dalle persecuzioni, non c’era dubbio che la speranza dei cristiani era proprio la vita eterna al di là delle sofferenze che dovevano patire. Dopo l’editto di Costantino, che sancisce la libertà di credo religioso, la prospettiva cambia ma ben presto le invasioni barbariche turbano il panorama di vita. E’ sorprendente come le atrocità che vengono commesse dagli invasori sono compatibili con la relativa facilità da parte dei barbari a convertirsi al cristianesimo. Simbolica è la scena di Papa Leone Magno che ferma Attila. L’incontro è avvenuto nel 452 nei pressi di Mantova ma Raffaello lo raffigura alle porte di Roma in una delle sue Stanze in Vaticano.

Poco prima c’era stato un gigante della fede, Agostino d’Ippona, che ci ha lasciato un capolavoro assoluto con le sue “Confessioni”, il noto libro ricco di cultura e umanità che segna un itinerario di speranza: anche chi è immerso nel disordine e nel peccato può redimersi e diventare un sostegno per gli altri. Superando perfino le speranze della madre, Agostino non solo si converte ma si fa monaco.

Il fenomeno del monachesimo ricevette impulso e regola dall’opera di San Benedetto che segnò una polarizzazione verso lo stato religioso (con emissioni di voti, abito specifico, vita in comune) fin quasi ai nostri tempi. Si affermò una spiritualità che dette frutti meravigliosi: basti pensare alla serie di grandi santi che ogni secolo ha avuto fino ai giorni nostri. Santi che hanno influito sul modo di rapportarsi a Dio offrendo un modello diverso ogni volta ma sempre indirizzato alla separazione dalle realtà mondane, viste come occasione di distrazione e intiepidimento. Basti pensare a Francesco e Domenico, Santa Caterina da Siena, San Francesco di Paola, Santa Teresa, San Filippo Neri, Sant’Ignazio, fino a San Francesco di Sales e San Vincenzo de’ Paoli.

E la grande speranza? Naturalmente tutti pensavano in teoria che anche i laici dovessero esser buoni cristiani, ma in pratica il ruolo dei laici veniva considerato come secondario. Prova ne sia che nell’elenco dei santi abbondano frati, suore, anche re e regine, ma nei secoli non compaiono laici. Con Sant’Alfonso dei Liguori si ha il primo tentativo di formazione alla santità anche per persone comuni, anche delle classi più umili. La tendenza continua anche con San Giovanni Bosco, Santa Teresina, San Giuseppe Moscati e i fondatori di movimenti del 900, ma chi si è applicato a individuare una spiritualità organica “specifica” per i laici è stato San Josemaría Escrivà puntando alla santificazione del lavoro ordinario e della vita quotidiana. Naturalmente l’elenco di santi appena descritto è approssimativo. L’importanza della spiritualità proposta da San Josemaría è di grande rilievo perché sposta, dopo secoli, la prospettiva di santità di vita dai conventi a quella dei laici nel mondo comune.

La mentalità dominante del nostro tempo tende a non dare rilievo al fenomeno religioso. In realtà non è così. Dal modo di rapportarsi con Dio dipende l’atteggiamento di fondo rispetto alla vita. L’elenco approssimativo appena accennato di santi nei secoli riporta alla differenza di stile nel modo di vivere la speranza cristiana. Un conto è ispirarsi a San Francesco e un altro è adottare la devozione di Santa Teresina del Bambin Gesù: entrambi conducono affettuosamente a Dio ma con uno stile diverso di vita. Un esempio di cambiamento di prospettiva, almeno iniziale, c’è in Sant’Alfonso de’ Liguori.

Questo santo è anche un monumento alla cultura napoletana. Nasce in una famiglia nobile, abita in un quartiere popolare di Napoli, propone una spiritualità basata sull’amore. E’ sempre stato un innamorato, anche quando ha fatto l’avvocato per 7 anni. Le sue virtù nascevano da una radice d’amore. Per esempio aveva una grande professionalità in tutto ciò che faceva. Scrisse una serie di norme per specificare come si comporta un buon avvocato. Fonda una congregazione religiosa e infine, come vescovo, scrisse su come si comporta un buon vescovo. Sentiva l’esigenza di chiarire a se stesso e agli altri quali fossero le esigenze cristiane della propria condizione, ma il punto di partenza era sempre quello di un cuore innamorato.

Il suo proposito di non perdere un minuto di tempo è una sorpresa rispetto ai luoghi comuni sull’indolenza dei napoletani. E invece è proprio di un napoletano innamorarsi con le conseguenze operative che ne derivano.

Il suo trattato di teologia morale segna un punto di svolta. Dopo di lui diventa definitivo l’atteggiamento benevolo e comprensivo che la Chiesa manifesta nell’accoglienza del peccatore pentito. La confessione diventa come la pratichiamo oggi: un incontro accogliente con una lieve penitenza che è simbolica. E’ l’ultimo dei Dottori della Chiesa, nel senso classico (1871), relativo alla teologia morale.

E’ ritenuto il dottore della pietà popolare. I suoi libri, più di un centinaio con 21.000 edizioni, sono semplici con continue citazioni di frasi ed episodi di santi e puntano a risvegliare la devozione. Oggi abbiamo sempre bisogno di un pizzico di apologetica perché la fede è messa in discussone. Alfonso invece punta semplicemente ad aumentare la nostra devozione.

A sedici anni è già dottore in diritto civile ed ecclesiastico. E’ pittore e segue l’architettura delle sue chiese. Conosce il francese e lo spagnolo.

Apparentemente la sua vita è fatta a segmenti. Prima gli studi compiuti con prodigiosa celerità. Poi per sette anni fa l’avvocato, diligentemente, ma maturando un distacco dal mondo, che avviene a 27 anni nel 1723. Studia per diventare sacerdote a casa. (L’autorevole padre lo obbliga, lui sarebbe andato a studiare coi redentoristi).

Il 17 dicembre 1726 viene ordinato sacerdote. Non può lasciare Napoli, sempre per volontà del padre, e si dedica ai saponari, muratori barbieri… a Piazza Mercato. Dopo un certo tempo, il padre in modo commovente si riconcilia con lui e nel 29 si rende conto che la sua Cina, dove vorrebbe andare, è nel sud Italia, perché Cristo si è fermato a Eboli.

Nel 32 fonda i redentoristi, una congregazione ancora fiorente. La sua vita si riempie di missioni e di miracoli.

Nel 62, altro improvviso cambiamento, giunge la nomina papale a vescovo di S Agata dei Goti. E’ costretto ad accettare, compie mirabilmente il suo compito fino a morire santamente nel 1787 a più di novant’anni. L’esempio di Sant’Alfonso ricongiunge la tradizione cristiana all’attualità di una santità vissuta nella vita comune dei laici. Conviene conoscerne la vita e valorizzarla.

Nel suo ultimo giorno di vita Giovanni Paolo II disse “Lascatemi andare nella casa del Padre”: parole di fede e di solida speranza. La storia dei santi è quella che più ci conforta nel vivere la vera speranza.

Si potrebbe continuare parlando di speranza nella vita eterna ma esistono speranze che si esauriscono durante la nostra vita. La speranza con fondamento è quella del contadino che semina buon seme nel buon terreno. Allo stesso modo chi opera il bene spera nei frutti di bene che ne verranno. La fecondità ha come origine la speranza.

Fare il male o seguire sogni chimerici non è fonte di vera speranza: presto la speranza si trasforma in disperazione. Questo non accade quando investiamo le nostre energie in opere buone. Come è noto ci possono essere delusioni ma il mondo in realtà va avanti perché c’è chi lavora sperando. Si studia sperando, si intraprendono imprese sperando: tutta l’attività umana è un inno alla speranza: la pace nel mondo deriva dalla speranza, la prosperità delle nazioni, lo sviluppo delle iniziative. Anche qui ci sono i campioni della speranza: i grandi benefattori. E’ interessante individuarne alcuni.

Galileo con il suo “eppur si muove” esprime la speranza di aver visto giusto. Leonardo da Vinci non aveva timori di lanciarsi su terreni non ancora praticati.

Tutto questo per le speranze consistenti, poi ci sono quelle “leggere” come per i “giovanotti di belle speranze”. Fino ad arrivare al baratro di ”chi di speranza vive disperato muore”. Non meraviglia che le virtù teologali contemplino accanto alla fede e alla carità, proprio la virtù della speranza.


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