di Luigi Troiani
Lo squillo di tromba della “nuova” epoca (che altro non è se non la riedizione di altri tempi di alta conflittualità fra gli stati) lo ha suonato l’amministrazione Trump con la dichiarazione “America First!”. Hanno scritto Harrop e Stetter in The Age of Trump: «Nelle democrazie europee, i partiti politici del mainstream. le istituzioni Ue, hanno tutti un impegno fondamentale verso i diritti umani e la legge internazionale. Non è così per il presidente Trump. Dalla nascita dell’ordine globale liberale dopo la Seconda guerra mondiale, Trump è il primo presidente americano a rinunciare esplicitamente a disposizioni come la proibizione della tortura o il saccheggio di nazioni conquistate. I suoi predecessori possono aver infranto in modo coperto regole o cercato di sfumare i loro confini, ma l’aperto rigetto di Trump degli standard globali è cosa diversa. Deve essere pubblicamente contestato, non importa quanto imbarazzante o sconveniente possa risultare.»
Sullo sfondo con minore clamore, da tempo agivano nella stessa direzione la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping. La guerra portata dai russi sin nel cuore dell’Ucraina, la neppure troppo velata minaccia putiniana di utilizzo dell’arma nucleare, hanno segnalato sin dove possa spingersi la dottrina del suprematismo di potenza.
Muovendo da punti di partenza radicalmente diversi, le tre potenze convergevano nel dare irrilevanza alla difesa dei diritti umani e al multilateralismo, e supremo valore ai propri interessi economici e di potenza, da tutelare in via unilaterale e (a malincuore) regolare per vie bilaterali. Al tempo stesso l’economia veniva in modo crescente identificata come questione di sicurezza nazionale, specie per le commistioni che andava assumendo con le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, Ict.
Queste ultime, crescendo in capacità di accumulo ed elaborazione dati, andavano in modo progressivo e inarrestabile ad infiltrare ambedue, contaminandole con meccanismi evoluti di intelligence e intrusione nei sistemi informativi. Di conseguenza si generava un vero e proprio cortocircuito tra Ict/Economia e sfera politica. Già nell’aprile 1992, Robert Gates, all’epoca direttore della Cia, affermò in un discorso all’Economic Club di Detroit: «La revisione della sicurezza nazionale ha messo in evidenza l’importanza drammaticamente cresciuta degli affari economici internazionali, come questione di intelligence.
Nel 2002 in un lungo saggio su “The Yale Law Journal” – Do Human Rights Treaties Make a Difference? – la giurista Oona Hathaway affermava che, benché le pratiche dei paesi che hanno ratificato i trattati sui diritti umani siano generalmente migliori di quelle di paesi che non lo hanno fatto, la non osservanza delle misure previste da quegli accordi è generalizzata. Nel frattempo è venuto regredendo il numero delle democrazie piene, e crescendo quello delle democrazie formali con alto tasso di contenuti autoritari, quelle che la comunicazione di massa chiama “democrature”. Il Democracy Index 2024, elaborato nel 2025 da The Economist Intelligence Unit, Eiu, distingue 25 paesi pienamente democratici, rispetto a 46 a democrazia imperfetta (tra i quali l’Italia), 36 a regime ibrido, 60 a regime autoritario. Equivalgono rispettivamente a 6,6%, 38,4%, 15,7%, 39,2% della popolazione complessiva. I regimi pienamente autoritari superano un terzo del numero totale degli stati, il 35,9%, e quelli autoritari e ibridi insieme giungono a superare la metà del totale con 54,9%. Nel rapporto precedente i regimi autoritari al potere erano 59. Anche grazie a questo fatto, il punteggio globale registrato sulla salute della democrazia nel mondo, è sceso al valore 5,17/10, da 5,23 del rapporto precedente, toccando il peggior risultato dei diciannove anni di pubblicazione del rapporto.
Anche il declino della diffusione delle forme di democrazia contribuisce a rendere possibile la costruzione di un sistema di “multilateralismo mutilato”, che qui si paventa sia l’apripista alla diplomazia dell’arroganza e dell’affermazione ad ogni costo delle proprie prerogative, anche quando andassero a danno di altri. Jürgen Rüland, in The Rise of ‘diminished multilateralism’ descrive detto multilateralismo come caratterizzato da “dispute sempre più intense intorno a composizione e rappresentazione, le norme e i processi di presa di decisioni”, così che “le istituzioni internazionali si convertono ogni giorno di più in arene per le lotte di potere”. Evidente che ciò accade anche perché alcuni stati chiave vanno perdendo, o si pongono a rischio di perdere, quote di democrazia liberale interna, mentre altri stati chiave confermano di non avere interesse ad organizzarsi sulla base di formule di democrazia liberale. Il metodo multilaterale nella politica internazionale, è stato storicamente rafforzato da regimi devoti alle regole dell’organizzazione democratica interna.
Da questo punto di vista la questione del rapporto tra la diffusione di regimi politici imperniati sul predominio di vere o presunte figure carismatiche, e l’efficacia della forma governo specialmente in termini di sviluppo economico e soddisfacimento delle esigenze materiali delle popolazioni, si presenta come uno dei cardini della politica interna e internazionale dei primi due decenni del secolo XXI. Il discrimine sembra riguardare anche le diverse classi di età, a causa del fenomeno generalizzato del garantismo intoccato per le età superiori nella gran parte dei paesi di democrazia liberale, e del contestuale decadimento di diritti sociali, lavorativi e pensionistici delle classi nate e cresciute durante l’età della globalizzazione. I cosiddetti Millennial hanno sofferto gli effetti del rilassamento delle norme a protezione del lavoro, deciso in moltissimi paesi per ribattere la concorrenza dei mercati e delle economie a bassa protezione sociale, un fenomeno che non potrà che accentuarsi, una volta superata l’emergenza pandemica manifestatasi tra la fine del secondo decennio e l’inizio del terzo decennio del secolo.
(da La diplomazia dell’arroganza, con aggiornamento dati Eiu, L’Ornitorinco ed.)












