LA DEMOCRAZIA NON BASTA PIÙ

di Francesco Carbini

La domanda che dobbiamo porci è se il modello di democrazia che abbiamo costruito negli ultimi trent’anni sia ancora adeguato alla realtà che viviamo.

Perché il punto è esattamente questo: non siamo di fronte a una crisi episodica, ma a una trasformazione profonda del rapporto tra cittadini, politica e istituzioni.

Negli anni ’90, sull’onda di una crisi drammatica del sistema dei partiti, abbiamo imboccato la strada della cosiddetta “semplificazione”. Abbiamo cercato stabilità attraverso sistemi elettorali maggioritari, personalizzazione della leadership, rafforzamento degli esecutivi. Era una scelta comprensibile, in quel contesto storico. Ma oggi, a distanza di tre decenni, abbiamo il dovere di valutarne gli effetti che ha avuto nella nostra comunità.

Effetti ambivalenti.

Se da una parte abbiamo guadagnato poco in termini di velocità decisionale, purtroppo abbiamo perso molto in termini di rappresentanza, partecipazione e qualità della classe dirigente.

Per questo, tornare a discutere di una legge elettorale proporzionale non è un esercizio nostalgico, ma un atto di responsabilità. Il proporzionale non è sinonimo di instabilità, se accompagnato da regole chiare e da partiti solidi. È, invece, uno strumento che restituisce centralità al Parlamento e pluralismo alla rappresentanza.

E qui si inserisce il tema cruciale dei partiti.

L’articolo 49 della Costituzione non è un dettaglio formale: è il cuore della nostra democrazia. I partiti non sono semplici macchine elettorali; sono, o dovrebbero essere, strumenti di partecipazione, luoghi di formazione, spazi di confronto.

Oggi, invece, assistiamo a una loro progressiva evaporazione. Non solo dal punto di vista organizzativo, ma soprattutto da quello culturale e politico.

La politica si è verticalizzata. Le decisioni si sono concentrate. Il dibattito interno si è ridotto. E con esso si è ridotta anche la capacità di selezionare una classe dirigente all’altezza dei problemi di una società investita dalla rivoluzione digitale.

L’immagine dei campi da calcio vuoti (non più frequentati come una volta dai ragazzi che si litigavano ogni fazzoletto di terra esistente per tirare due calci al pallone) diventa, allora, qualcosa di più di una metafora: è la rappresentazione concreta di un sistema che ha smesso di investire sulla formazione. Senza luoghi di confronto, senza “allenamento” politico, senza crescita graduale, non si costruiscono competenze, non si sviluppa visione.

E questo ha un effetto diretto sulla qualità delle decisioni pubbliche.

In parallelo, si è affermata una narrazione pericolosa: quella secondo cui la riduzione degli spazi democratici sarebbe un valore in sé. Meno parlamentari, meno consiglieri, meno discussione, più decisione.

Ma una democrazia non si misura dalla velocità con cui decide, bensì dalla qualità e dalla legittimità delle sue decisioni. La riduzione del numero dei rappresentanti ha indebolito il legame con i territori, ha aumentato la distanza tra eletti ed elettori, ha reso più fragile il pluralismo.

È stata, in larga parte, una vittoria della demagogia e del populismo. E dobbiamo riconoscere che questa vittoria non è avvenuta contro i partiti, ma anche con il loro consenso.

Da qui nasce una domanda inevitabile: il nostro assetto istituzionale è ancora adeguato?

Il regionalismo, così come si è evoluto, mostra limiti evidenti. In alcuni settori ha prodotto innovazione, in altri ha generato frammentazione e disuguaglianze. Il caso della sanità è emblematico: diritti fondamentali che dovrebbero essere garantiti in modo uniforme diventano, nei fatti, differenziati a seconda del territorio.

Questo impone una riflessione non ideologica. Non si tratta di essere “centralisti” o “autonomisti”, ma di capire quale sia il livello più efficace per garantire diritti e servizi.

Forse è arrivato il momento di immaginare un riassetto più razionale: macroregioni più forti, meno frammentazione, e un recupero del ruolo delle Province come livello di governo intermedio, capace di gestire in modo efficiente funzioni strategiche sui territori.

Allo stesso modo, dobbiamo avere il coraggio di rimettere in discussione alcuni pilastri della Seconda Repubblica, come l’elezione diretta dei sindaci.

Non si tratta di negarne i meriti, ma di valutarne gli effetti nel tempo. L’eccessiva personalizzazione ha indebolito gli organi collegiali, ha ridotto il ruolo dei consigli comunali, ha reso gli assessori figure spesso subordinate, più che responsabili politicamente.

Recuperare un equilibrio tra esecutivo e assemblea non significa tornare indietro, ma rafforzare la qualità della democrazia locale.

Accanto alle riforme istituzionali, vi è poi la sostanza delle politiche pubbliche.

La giustizia resta uno dei nodi più critici. Non è solo una questione tecnica, ma un fattore decisivo di fiducia e di sviluppo. Riprendere i temi che hanno animato i referendum significa lavorare per un sistema più equilibrato, che tuteli i diritti senza creare incertezza o sfiducia.

La sanità pubblica, pilastro della coesione sociale, va difesa e rilanciata. Ma difesa non significa conservazione. Significa riorganizzazione, investimento, e probabilmente anche un rafforzamento del ruolo dello Stato per garantire uniformità.

Le infrastrutture rappresentano una leva fondamentale di crescita. Non esiste sviluppo economico senza connessioni efficienti, materiali e immateriali. Non esiste turismo competitivo senza accessibilità.

Sul lavoro, serve pragmatismo. Le riforme vanno valutate per i risultati, non per l’etichetta. Alcuni strumenti introdotti negli anni passati, come quelli legati al Jobs Act, hanno prodotto effetti positivi che non vanno dispersi, ma migliorati e adattati.

Il fisco è forse il terreno su cui si misura maggiormente il rapporto tra Stato e cittadini. Oggi quel rapporto è logorato. Serve un nuovo patto: meno tasse, sì, ma anche uno Stato più credibile, capace di spendere meglio. Una spending review seria non è più rinviabile.

La questione energetica, poi, è diventata strategica. Non possiamo più permetterci una dipendenza eccessiva. L’autonomia energetica non è uno slogan, ma una necessità. Questo significa utilizzare tutte le leve disponibili: risorse nazionali come il gas dell’Adriatico, sviluppo capillare del fotovoltaico, innovazione nelle infrastrutture.

E tutto questo si inserisce in una dimensione più ampia: quella europea.

L’Europa non può restare incompiuta. Non possiamo continuare a evocare gli Stati Uniti d’Europa senza compiere passi concreti. La sfida globale richiede una federazione vera: difesa comune, politica estera coordinata, un Parlamento con reali poteri legislativi.

L’armonizzazione fiscale è un passaggio fondamentale, ma deve essere accompagnata da strumenti di sviluppo mirati, come le ZES, per sostenere le aree più fragili e valorizzare il patrimonio dei borghi storici.

E poi, la politica.

Oggi il quadro italiano è dominato da due grandi schieramenti, formalmente alternativi: il centrodestra a guida Fratelli d’Italia e il centrosinistra a guida Partito Democratico. Due poli che si confrontano, si alternano, ma che appaiono entrambi, in larga misura, figli della stessa stagione che abbiamo analizzato.

Entrambi hanno progressivamente interiorizzato dinamiche che hanno contribuito all’impoverimento del sistema: la centralità del leader, la semplificazione del confronto, la difficoltà a costruire luoghi reali di partecipazione. E proprio per questo, una parte crescente di cittadini non si riconosce più pienamente in nessuno dei due.

È dentro questo spazio che si apre una possibilità nuova.

L’incontro tra un riformismo rinnovato e un civismo autentico può rappresentare una vera alternativa, non perché si collochi semplicemente “in mezzo”, ma perché prova a superare uno schema che si è rivelato insufficiente.

Un riformismo capace di affrontare senza timidezze i nodi strutturali del Paese, con competenza e visione. E un civismo che non sia improvvisazione, ma radicamento nei territori, ascolto, capacità di trasformare bisogni concreti in politiche efficaci.

Questa alleanza può rompere una dinamica ormai logora: quella di un’alternanza che non rigenera, ma si limita a sostituire classi dirigenti senza cambiare davvero il modo di fare politica.

Non si tratta di costruire un terzo polo fragile o contingente, ma di dare vita a una proposta solida, credibile, che rimetta al centro partecipazione, competenza e responsabilità.

Oltre la politica dei leader solitari. Oltre la semplificazione populista. Oltre la logica delle tifoserie contrapposte.

Perché il punto non è aggiungere un’opzione in più, ma offrire una direzione diversa.

Oggi molti si definiscono riformisti, molti si dichiarano civici. Ma senza contenuti e senza coraggio, queste parole rischiano di diventare vuote.

Essere riformisti oggi significa affrontare il nodo degli ultimi trent’anni senza pregiudizi. Significa riconoscere che la rincorsa al consenso immediato ha indebolito la qualità della democrazia.

E il dato più evidente è l’allontanamento dei cittadini: un astensionismo crescente, che non è disinteresse, ma sfiducia.

La politica si è progressivamente trasformata in un sistema centrato sui leader, spesso scollegato da comunità reali e da valori condivisi. Una politica che, in alcuni casi, somiglia più a un sistema di fedeltà personali che a un confronto tra visioni.

Ma proprio da qui può nascere una nuova fase.

L’unione tra un riformismo adatto ai tempi e un civismo di scopo può ridare speranza, ricostruire fiducia e offrire una prospettiva d’avvenire.

Non è una scorciatoia. È una scelta impegnativa. Ma è, con ogni probabilità, una scelta necessaria.

Perché senza una proposta nuova, forte e credibile, il rischio è quello di restare prigionieri di un sistema che si ripete senza rinnovarsi. E il nostro Paese, oggi, non ha bisogno di ripetizione. Ha bisogno di futuro.