“Una qualsiasi curva chiusa e semplice situata nel piano euclideo divide il piano stesso in esattamente due componenti connesse”, l’enunciato del teorema della Curva di Jordan rappresenta la concezione per cui un oggetto divide lo spazio in due parti, due regioni distinte di cui una prende il nome di interna, il dentro, e una quello di esterna, il fuori.
Dentro e fuori, per oltre un secolo anche lo spazio urbano è stato interpretato con questa immagine matematica, da una parte il centro e dall’altra la periferia. In origine il termine periferia indicava semplicemente la circonferenza o il contorno di una forma geometrica, poi a partire dalla seconda rivoluzione industriale il suo significato è cambiato radicalmente diventando sinonimo della zona marginale delle città, dei quartieri popolari, delle aree industriali di quegli spazi lontani dal cuore economico e culturale urbano.
Nell’immaginario collettivo la percezione della periferia deriva essenzialmente dalla narrativa cui siamo stati abituati, questa racconta di intere generazioni di contadini delle comunità rurali, in particolare del sud, che abbandonarono le campagne per trovare lavoro nelle nuove e crescenti fabbriche del nord. Al loro arrivo non avendo sufficienti mezzi economici potevano trovare casa solo nei quartieri dormitorio, caratterizzati da zone di abusivismo edilizia spesso speculativa e di bassa qualità. File di palazzi popolari in cemento armato e prefabbricati che ridefinivano continuamente il paesaggio urbano ubicati in aree distanti dal centro cittadino e sprovvisti di servizi sociali, sanitari e mezzi di trasporto pubblico.
Per la maggior parte di tutti noi la periferia è percepita come il luogo del disagio sociale, parola che nel tempo è stata ulteriormente caricata di significati negativi e che rappresenta quel posto mitico e nefasto da cui provengono l’instabilità, la criminalità, la violenza o i maranza. Questa etichetta tutt’oggi influenza ancora i dibattiti politici e sociali e la periferia viene raffigurata come un perenne malato necessario di continue cure. Su questo aspetto però sociologi e urbanistici nei loro trattati chiariscono che alla fine la conformazione delle periferie e il loro degrado non sia stato frutto di infauste circostanze ma risponda alle esigenze di scelte economiche e dinamiche di potere.
La persistenza della malattia oscilla tra il permanere delle inefficienze strutturali e la convenienza di determinati attori, infatti la marginalizzazione mantiene bassi i valori dei terreni e consente le speculazioni immobiliari mentre, il politico di turno, nel suo periodico pellegrinaggio elettorale, ottiene un tornaconto in quanto le fasce bistrattate del corpo sociale diventano bacini elettorali facilmente seducibili da nuove promesse e lusinghe.
Questo modello urbano novecentesco fondato su una struttura urbana radiocentrica, costruita su un nucleo centrale e fasce esterne separate in cui isolati ammassi di palazzine di edilizia economica rappresentavano la demarcazione tra ciò che era urbano dal territorio agricolo e ciò che era ricco dal povero, oggi non esiste più.
La globalizzazione, le trasformazioni economiche e le nuove forme di mobilità hanno reso impossibile individuare la delimitazione fisica degli spazi cittadini, ed è un errore continuare nell’usare, per semplificazione, la logica duale centro-periferia. Il termine non trova più alcuna corrispondenza con tutto ciò che lo aveva definito, non è più luogo isolato o desolato come non è più possibile tracciarne una precisa definizione spaziale. Le città sono diventate organismi complessi e frammentati, le aree marginali della città oggi sono tessuti variegati, non ci sono precise distinzioni nell’organizzazione degli spazi, accanto a zone agricole ci sono quartieri di villette monofamiliari, nuovi insediamenti commerciali, scuole e servizi, le fabbriche dismesse sono state trasformate in enormi centri commerciali e snodi autostradali. Anche la composizione sociale è cambiata, con l’aumento dell’immigrazione straniera e i trasferimenti intra-cittadini la popolazione è diventata più eterogenea e caratterizzata da una mescolanza di culture.
Il termine periferia oggi non è più quindi riconducibile a una definizione univoca di uno spazio e di una comunità. Lo sprawl, il caotico dilatarsi territoriale del costruito in una città diffusa e indefinita, ha definitivamente sfumato i vecchi confini, la città cresce e si espande in tutte le direzioni dove residenze, lavoro, commercio e svago sono distribuiti in più aree del territorio.
Il concetto è superato, la percezione di periferia come area dormitorio isolata e priva di servizi è cambiata grazie alla tecnologia, alla sostenibilità, a nuovi modelli urbanistici e innovative politiche lavorative e sociali. Le moderne città stanno evolvendo verso modelli policentrici, dove non esiste più un unico cuore pulsante, ma ci sono un insieme di quartieri urbani autonomi e connessi tra loro in cui coesistono residenze, negozi, uffici, servizi di prossimità e spazi culturali.
La rigenerazione urbana è basata sulla riqualificazione, non si abbatte per ricostruire, ma si cuce, si rammenda, ciò significa riconvertire l’edilizia esistente, come il riutilizzo di aree industriali abbandonate, mantenendo la sua connessione con il resto del tessuto cittadino. Le linee di trasporto rapido, le piste ciclabili collegate tra loro e i sistemi car e bike sharing diminuiscono l’isolamento fisico dei quartieri mentre le stazioni di interscambio più periferiche diventano centri di aggregazione ricchi di servizi e negozi. Le connessioni digitali riducono, grazie al lavoro agile, la necessità di fare quotidianamente i pendolari verso il centro azzerando le distanze culturali e lavorative.
l’altro elemento da considerare la gentrification, fenomeno che ha trasformato i centri urbani e i quartieri storici delle principali città. Aree operaie o degradate vengono riqualificate attirando investimenti e cittadini con un maggior reddito. L’esempio milanese sono il quartiere Isola, un tempo area popolare che, grazie al progetto di riqualificazione di Porta Nuova, è diventata una delle zone più costose della città caratterizzata da grattacieli iconici come il Bosco Verticale. Altro caso è NoLo (North of Loreto), area storicamente multietnica e a basso costo, ribattezzata con un acronimo simil newyorkese, che si è rapidamente trasformata in un polo attrattivo per giovani creativi, designer e locali di tendenza. Stessa stregua per l’area di Via Tortona e Via Savona, una volta distretto industriale e operaio le cui strutture sono state riconvertite in showroom della moda e studi d’arte e che oggi rappresenta l’anima pulsante del Fuorisalone e del design internazionale. Tutto questo dimostra che il concetto tradizionale di periferia non basta più a descrivere la città contemporanea e continuare a usare quel termine come sinonimo di marginalità e disagio significa applicare etichette del passato a realtà che nel frattempo sono cambiate. E’ arrivato il momento di abbandonare la logica del dentro e del fuori, le città di oggi non sono più divise da confini netti ma sono attraversate da molteplici forme di centralità e marginalità che possono convivere nello stesso spazio urbano. Dobbiamo cambiare la narrazione fatta, o imposta sino ad oggi, sulle periferie, dobbiamo uscire dalla spirale dei modelli precostituiti e avere il coraggio, la voglia e il tempo di osservare la città senza schemi rigidi ma con una nuova prospettiva che ci consenta di interpretare correttamente i fenomeni urbani contemporanei, riconoscere i cambiamenti che questi hanno generato e restituire una nuova identità, un nome un significato a ogni luogo e ognuna delle sue forme dimoranti.
Diego Spadafora












