LA CASA: “SERVIZI DI INTIMITÀ SANITARIA ED ASSISTENZIALE”

di Giorgio Fiorentini

Una delle premesse concettuali della filiera della salute è il ruolo della CASA (CASA DOLCE CASA “DI SALUTE”) come primo presidio per la prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione.

La tecnologia, in questo senso, ed anche il “fai da te” informato e professionalizzato dei cittadini, sono un dato reale ed incontrovertibile che può trovare nella CASA una sorta di presidio sanitario.

Il PNRR ha posto un forte accento sullo sviluppo dei “territori” e della comunità come attore agevolante di salute e quindi anche la CASA diventa attore molecolare come destinataria dei “servizi di intimità sanitaria e assistenziale”.

Fermo restando che le “Case di Comunità” sono l’assetto di base del Sistema Sanitario Nazionale, si sviluppa, comunque, il concetto di “filiera” tale da assumere modelli di relazione fra Case di Comunità, Ospedali di Comunità ecc., a cui si aggiunge “ex ante”, all’inizio, il ruolo della CASA.

Tutto questo aiuta a confortare la concezione-obiettivo del welfare anche come “one health” (salute del corpo e della psiche) nella visione della “planetary health” (ed in sintonia con il raccordo ambiente e salute della conferenza di Ostrava – 2017).

Tutti sanno che la sanità territoriale è il grande punto di criticità e di debolezza del Sistema Sanitario Nazionale (SSN), che è emerso drammaticamente dalla gestione dell’era COVID.

In questa concezione la CASA deve essere il primo luogo ove si sviluppano comportamenti salutari, di equilibrio ambientale socialmente favorevole e di accompagnamento nelle tappe della vita. Se poi ci focalizziamo sulle patologie croniche o con disabilità, la CASA deve essere il luogo ove si prendono in carico domiciliare gli over 65 con patologie e, entro il 2027, l’obiettivo è che circa 800.000 anziani in più rispetto al presente si gestiscano in CASA.

Questo primo caposaldo viene sviluppato ed auspicato in logica prevalentemente di medicalizzazione stretta e di prestazione sanitaria. Manca un po’ di “supplemento d’anima”, ma il processo di attribuzione alla CASA un ruolo per la salute è ineluttabile.

Fermo restando che le prestazioni sanitarie sono la condizione necessaria, bisogna attivare anche un contesto familiare o di abitazione che permetta al cronico, per esempio, di gestire la propria vita dopo che il medico o l’infermiere si allontanano. E qui il ruolo dei caregiver e dei volontari è importante.

Infatti, in una ricerca effettuata sugli anziani che svolgono la propria vita quotidiana all’interno della propria abitazione, si sono considerate le attività socio-biologiche fondamentali (lavarsi in modo corretto e fare il bagno da soli, controllare gli sfinteri e la minzione, andare alla toilette, vestirsi e spogliarsi da soli, coricarsi ed alzarsi da soli, mangiare da soli, tagliare la carne ed il pesce) ed inoltre le capacità biomeccaniche (spostare per 10 metri un secchio d’acqua, tagliarsi le unghie dei piedi, camminare per 400 metri senza fermarsi, raccogliere un oggetto da terra stando in piedi, salire e scendere le scale).

La conclusione di questa parte della ricerca è che la mancanza di caregiver familiari o volontari che offrono il proprio aiuto quotidiano comporta un aggravamento fisico-psichico che può mettere in pericolo l’incolumità personale. La domanda diretta è: chi svolge questo ruolo d’aiuto se non c’è un familiare? La risposta che offre garanzia di continuità è rappresentata dalle associazioni di volontariato e da cooperative sociali specializzate “ad hoc”, ed esse svolgono questo servizio.

Il dato di realtà è che la CASA è luogo di cura, assistenza domiciliare, telemedicina, meglio se assistita con continuità da un “caregiver di sollievo” per la cronicità, ma anche per una normale vita dei componenti la famiglia.

La salute del cittadino a CASA si avvale ormai di input comportamentali e nutrizionali controllabili con continuità, senza esasperazione ma con equilibrio persuasivo (seguire una dieta equilibrata ricca di frutta, verdura, legumi e cereali integrali, limitare zuccheri, sale e alimenti, assumere acqua a sufficienza durante la giornata), attività fisica, igiene e prevenzione (lavare spesso le mani, mantenere puliti e ben aerati gli ambienti domestici, seguire correttamente eventuali terapie prescritte dal medico), benessere mentale, sonno (dormire un numero adeguato di ore ogni notte).

A questo si aggiunge il “monitoraggio digitale possibile” (per esempio misuratore di pressione digitale, glucometro per il controllo della glicemia, pulsossimetro per misurare saturazione di ossigeno e frequenza cardiaca, bilancia smart per peso e composizione corporea, termometro digitale), dispositivi indossabili (wearable) con smartwatch e fitness tracker, sensori per anziani e fragili (sensori di movimento, pulsanti SOS, sistemi di allarme per cadute).

Ed inoltre dispositivi di monitoraggio remoto collegati a familiari o centri assistenziali, fino a sofisticazioni digitali quali videoconsulti con il medico, consultazione di referti online, prenotazione di visite ed esami, gestione del Fascicolo Sanitario Elettronico, app per promemoria farmaci, app per monitorare parametri clinici ecc.

In sintesi, la CASA sta diventando, in modo funzionale senza riconoscimento istituzionale, uno degli attori emergenti anche nella sanità. L’abitazione incomincia ad assumere l’utilizzo del suo spazio come tassello e componente di salute e assistenza del territorio, della comunità e del quartiere.

Tutto questo in un contesto ove, con l’anzianizzazione, l’ansia è ormai un fatto incontrovertibile e pervasivo, e il collegamento con la solitudine è un portato societario. L’assetto sociale carente diventa anche prodromico delle patologie, in primis ovviamente di tipo psicologico, ma ormai anche di tipo fisico.

Per cercare di limitare la residenzialità istituzionale per gli anziani (RSA, case di riposo) è necessario sviluppare soluzioni abitative per le persone anziane.

Esempi decisamente noti, come quelli dei villaggi Alzheimer, sono soluzioni che creano un villaggio di quartiere partendo da un prius concettuale che dice che la vita quotidiana è un dispositivo terapeutico. Qualcuno azzarda che l’ambiente ha un’importanza simile a quello dell’utilizzo dei farmaci; comunque esso può essere un primo elemento terapeutico.

Operativamente, all’interno di complessi di condomini possono essere messi in relazione i cittadini, strutturati spazi comuni e abilitanti, quindi sinergie nell’erogazione di alcuni servizi eventualmente domiciliari.

Anche la proprietà di alcune abitazioni si concretizza in una governance partecipata ove, per esempio, gli anziani sono soci che detengono, come tali, la proprietà del complesso abitativo, senza barriere alla loro capacità di decidere e di chiedere miglioramenti adeguati al loro habitus.

Un’altra opzione è quella degli spazi abitativi intergenerazionali, che diventa interessante e richiama due esigenze. La prima è quella di combattere la solitudine e contrastare l’isolamento delle persone anziane.

Un ulteriore elemento è un modello dove si prospettano soluzioni abitative temporanee, quindi la possibilità di questi modelli innovativi di agire in un momento di particolare fragilità, che può essere, per esempio, post-ospedalizzazione oppure supportare un percorso riabilitativo.

L’obiettivo è quello di evitare l’ospedalizzazione e ritardare l’ingresso in una struttura socio-sanitaria, che sappiamo essere molto costosa per il sistema nel suo complesso, portando ad un modello che supporta chiaramente la permanenza al domicilio.

CASA DOLCE CASA “DI SALUTE” è ormai una realtà.

P.S. Breve nota informativa: “Casa dolce casa” è la traduzione del titolo della canzone inglese “Home! Sweet Home!” (1823) del musicista inglese Henry Bishop su testo del commediografo statunitense John Howard Payne per l’operetta Clari, or the Maid of Milan.