IN MINOR KEYS

di Dalisca

Questo il titolo della 61^ Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, ovvero “Tonalità minori” contro il fragore del mondo. Dunque, parliamo di espressioni minori che vogliono irrompere nel mondo dell’arte per contrastare le smanie di grandezza e superficialità che minacciano il nostro avvenire.

È opportuno, in un mondo estremamente omologato e al collasso generale per l’incapacità di reagire ai grandi cambiamenti ambientali e sociali ma soprattutto morali ed etici, rivolgere lo sguardo ai minori per salvaguardare l’universo?

Cosa fare per non soccombere a così rapide e brutali forzature che colpiscono e annientano la parte più nascosta dell’IO universale?

Davvero l’uomo sapiens sarà così forte da non cedere a tale catastrofe?

Catastrofe, mi sembra questo il termine più appropriato per definire la condizione attuale al di là di ogni falso rimedio atto solo a lenire le ferite.

La mostra curata dalla compianta Koyo Kouoh ha aperto i battenti a maggio per chiuderli a novembre; nel mentre accoglierà gli spettatori che vorranno visitarla con le stesse aspettative di sempre concedendo loro una qualche alternativa alla soluzione dei problemi almeno dal punto di vista artistico.

Iniziamo la nostra lunga marcia partendo dai Giardini, gli artisti partecipanti sono 110 divisi tra i Giardini e l’Arsenale, la maggior parte provenienti dal sud del mondo e non sempre conosciuti dal grande pubblico. Entrando nel padiglione centrale si è accolti da una grande e monumentale scultura, la quale sì rifà alla tradizione del Black Hasking di New Orleans e cioè ad una storica tradizione portata avanti da comunità afro-americane che creavano vestiti per le sfilate di carnevale divenuti poi simboli di spiritualità caraibica.

Continuando il percorso ci si imbatte in una serie di ceramiche zoomorfe dove si sovrappongono ecologia, spiritualità e politica.

Ed ancora troviamo, strada facendo, sculture variopinte, tappeti colorati, quasi sempre eseguiti con materiali tipici del luogo di origine che conferiscono alle opere quel tanto di arcaico e di artigianale che caratterizza i manufatti di coloro che provengono da culture altre diverse dalla nostra.

Nessun riferimento importante ad AI anche se tutti la usano per risolvere alcuni sistemi particolarmente complessi circa la realizzazione delle loro istallazioni, che, alla fine, si intrecciano bene con tanta ancestralità.

Ad un certo punto della giornata, si sente suonare una campana e, come accade nel paesino, quando i rintocchi provenienti dalla chiesetta richiamano i fedeli per qualche avvenimento, così i visitatori della mostra accorrono dove l’insolito suono li richiama curiosi di conoscere l’accaduto.

Una grande campana, posta all’inizio del padiglione Austria, opera dell’artista Florentina Holzinger, risuona; ma al posto del solito batacchio vi è una donna nuda a testa in giù (chiaro riferimento al “Giudizio Universale” di Bosch).

Ma non finisce qui, infatti proseguendo nel padiglione, vi si trova una grande vasca trasparente piena d’acqua nella quale una ragazza nuda dotata di una maschera subacquea vi è completamente immersa. L’acqua altro non è che l’urina rilasciata e poi filtrata dei visitatori, infatti essi vengono invitati a depositare il loro bisogno nei bagni chimici posizionati ai lati della vasca.

Dio purifica i nostri cuori?

Visto che siamo a Venezia forse questo riferimento può avere un senso; il poeta Erza Pound, americano, di fronte alle bellezze di questa città, invocò il Signore affinché purificasse l’animo dell’uomo per renderlo degno di contemplare tanto splendore!

Alla base dell’istallazione vi è una riflessione tra natura, sacro e tecnologia.

A parte questa performance molto particolare non vi sono molte novità, reliquie, ricordi, che rendono l’atmosfera piuttosto melanconica meglio rivolgersi al passato il futuro è molto incerto!

Passando all’Arsenale il discorso si ripete con accenni più consoni al nostro tempo, ma con eguale timore per ciò che verrà.

Una nota di merito va sottolineata, mi riferisco all’unica artista italiana presente alla Biennale e cioè a Chiara Camoni classe 1974, a lei il compito di rappresentare il nostro paese nel padiglione Italia, curato da Cecilia Canzani, e lo fa con classe e raffinatezza presentando un’opera monumentale dal titolo “Con te e con tutto”.

La collocazione delle opere presso le Tese, ovvero i capannoni del sedicesimo secolo della Serenissima, hanno creato un’atmosfera magica; 24 sculture in ceramica “Sister e Colonne” evocano divinità primordiali spesso adornate con collane di fiori e con capigliature arruffate tenute con coroncine di arbusti e foglie. Nella seconda parte nel padiglione compaiono “Veneri e Odalische” che richiamano gli antichi sarcofagi etruschi.

Tutto molto bello!

Forse un po’ scontato? Ma la bellezza di queste opere rispecchia in pieno la nostra cultura e non poteva essere altrimenti per un’artista che custodisce nel suo DNA tutti i passaggi che, i suoi geni le hanno trasmesso nel tempo e che lei ha fatto suoi come solo una vera artista può fare, con grazia e leggiadria.