di Giorgio Fiorentini
In Italia mancano oltre 65.000 infermieri, una carenza che incide direttamente sulla qualità dell’assistenza e sulla salute dei cittadini. Una delle leve possibili per affrontare, almeno in parte, questa criticità è la liberazione del tempo clinico degli infermieri: un intervento che potrebbe equivalere, in termini di capacità operativa, a circa 20.000 professionisti. In questo scenario, il volontariato – se strutturato e integrato in modo efficace – può giocare un ruolo decisivo.
Quando si parla di volontariato nel Servizio Sanitario Nazionale, prevale spesso una percezione positiva ma superficiale: si riconosce il valore umano e solidale, ma raramente quello organizzativo, funzionale e quantitativo. Il volontariato viene apprezzato sul piano etico, ma poco considerato come risorsa strutturale, quasi fosse un elemento accessorio, se non addirittura “ingombrante” per la governance sanitaria.
Eppure, il contributo dei volontari è tutt’altro che marginale. Non si tratta di sostituire il personale sanitario – principio imprescindibile – ma di alleggerire il carico relazionale, informativo e logistico che oggi grava su infermieri e operatori socio-sanitari (OSS). Accoglienza, orientamento nei percorsi di cura, supporto nell’uso delle tecnologie (come i sistemi CUP o i “fast pass”), accompagnamento dei pazienti, gestione delle relazioni con familiari e caregiver: sono tutte attività che richiedono tempo e che possono essere svolte da volontari adeguatamente formati.
Secondo diverse stime, il tempo recuperabile grazie a queste attività può variare dal 5 al 15% del tempo infermieristico e dal 10 al 20% di quello degli OSS. In termini concreti, significa fino a un’ora per turno per un infermiere e due per un OSS. Applicando queste percentuali su scala nazionale, si arriverebbe a un recupero di circa 35 milioni di ore annue, equivalenti al lavoro di circa 20.000 infermieri a tempo pieno.
Questo richiede però un cambio di paradigma: riconoscere e valorizzare le competenze dei volontari, anche attraverso percorsi di formazione e certificazione, come indicato dalle linee guida europee eQval (2025). Il volontariato deve essere pensato come parte integrante del sistema, non come semplice supporto spontaneo.
Il tema si inserisce in un contesto più ampio: l’Italia ha un rapporto infermieri/medici (1,42) significativamente inferiore rispetto ad altri Paesi europei, come Germania e Regno Unito. Inoltre, l’invecchiamento della popolazione – con oltre il 25% di anziani – rende sempre più centrale una gestione continuativa e relazionale della cura, che va oltre la prestazione clinica.
In questo quadro, il volontariato organizzato – in particolare quello strutturato negli Enti del Terzo Settore – può diventare anche un attore della governance dei servizi, in linea con le recenti evoluzioni normative sulla partecipazione nei processi aziendali. Non come sostituto del lavoro sanitario, ma come componente complementare capace di migliorare l’efficienza del sistema e la qualità dell’esperienza dei pazienti.
Valore etico e valore operativo, dunque, non sono in contraddizione: sono due facce della stessa risorsa. E oggi, più che mai, entrambe sono indispensabili.












