Populismo e nazionalismo vanno a braccetto, e sono il tarlo delle democrazie
di Luigi Troiani
La ventata populistica, che riscontra la prima radice nella paura e nel rifiuto del diverso, appartenenti a larghe fette di popolazione, in particolare negli Stati Uniti e nell’Unione Europea, inserisce al vertice degli stati nuove élite, estranee alla cultura politica che ha nutrito la storia della modernità e della contemporaneità. Fuori dal vecchio continente, ha colpito l’elezione al vertice degli Stati Uniti di Donald John Trump Senior per l’impatto sistemico che avrebbe rappresentato, in particolare in materie come diritti civili, migrazioni internazionali, riscaldamento globale, trattati commerciali, politica estera e di sicurezza verso Europa e Cina.
Si leggono molti editoriali sulla fine delle capacità della politica; si giunge ad ipotizzare che stia finendo un’epoca, quella dei lumi e della ragionevolezza, spesso identificati con la cosiddetta “civiltà occidentale”. Jacques Attali scrisse un saggio per “Foreign Policy” (The Crash of Western Civilization: The limits of the Market and Democracy, Foreign Policy, estate 1997, pp.54-64.) nel quale dava per consegnata alla “dittatura del mercato” la nostra cultura democratica, a causa di quelli che sarebbero stati i risultati dei processi innescati dalla globalizzazione. L’esasperata ricerca del profitto, il bisogno crescente di denaro che la politica avrebbe richiesto a supporto delle competizioni elettorali, la scala delle organizzazioni criminali e della loro infiltrazione nella politica, erano visti da Attali come evidenze di un’economia di mercato che avrebbe presto offuscato l’etica democratica, sostituendosi alle istituzioni tradizionali della democrazia occidentale.
Nonostante l’opinione prevalente che economia di mercato e democrazia si combinino per formare una macchina in perpetuo movimento che spinge il progresso umano, questi due valori in sé sono di fatto incapaci di sostenere una qualunque civiltà. Ambedue sono colmi di debolezze e hanno sempre più probabilità di rompersi. Se l’occidente, e in particolare il suo autonominatosi leader, gli Stati Uniti, non inizia a riconoscere i limiti dell’economia di mercato e della democrazia, la civiltà occidentale si disintegrerà gradualmente e alla fine si autodistruggerà.
Neppure vent’anni dopo lo scrittore di origini indiane Rana Dasgupta avrebbe scritto:
A Nuova Delhi l’accaparramento delle terre e la pratica quotidiana della corruzione sono diventati così palesi, l’estensione del poere delle elite e il costo che gli altri devono pagare, che è diventato difficile sognare un futuro che ti stupisca. Il denaro è la legge di questo luogo in termini che non si vedono nell’occidente “materialistico”, e i nuovi stili di vita che vediamo emergere intorno a noi, sono privi di spirito, sono una copia degradata.
Probabilmente le cose sono meno drammatiche e un pizzico più complesse, sia sotto l’aspetto economico che politico. La maggior parte della gente da sempre cerca di fare denaro: c’è chi lo usa per migliorare la vita della propria famiglia, chi per accumularne ancora speculando o investendo in attività produttive. La globalizzazione e l’epoca storica nella quale si è espressa (sono due concetti diversi) hanno dato a molti opportunità di arricchimento impensate. Taluni le hanno usate correttamente, altri in modo ripugnante corrompendo, guastando la politica e gli esseri umani. Non è molto diverso da quanto da sempre accaduto alla genia umana: la scala, certamente, cambia rispetto ad altre epoche perché nella contemporaneità il gigantismo è la norma.
Se la politica non sarà in grado di fermare gli eccessi in quanto corrotta e incapace, il giocattolo si romperà da sé, tante saranno le contraddizioni accumulate. Si veda il lungo ragionamento condotto da Patrick J. Deneen nelle 248 pagine di Why Liberalism Failed, pubblicato da Yale University Press nel 2018. Deneen se la prende con la modernità, in quanto antitesi ai buoni precetti cristiani di solidarietà, giustizia e rispetto per ogni uomo. Affermare l’orgoglio e la supremazia dell’individuo rispetto alla virtù e all’empatia umana, genererebbe le diseguaglianze che hanno condotto al nazional populismo e alla politica polarizzata nelle democrazie occidentali.
Il rapporto di Banca Mondiale uscito all’inizio del 2019, World Development Report 2019, citando a p. 127 la lezione di Amartya Sen sulle tre libertà («libertà politiche e trasparenza nelle relazioni tra le persone, libertà di opportunità, protezione economica dalla povertà estrema»), rileva l’urgenza di un nuovo contratto sociale. Da parte sua, il Fondo Monetario, in una serie di documenti mostra come nel secondo decennio del nuovo secolo le multinazionali abbiano sistematicamente ridotto le retribuzioni reali e accresciuto i prezzi al consumo.
Sotto il profilo politico, si sta chiudendo l’epoca della forza imperativa delle ideologie, che ha caratterizzato il novecento, e non è detto che sia una cattiva notizia, visto che, insieme a tanti buoni
risultati, le ideologie hanno generato anche dittature di destra e di sinistra, una guerra mondiale, guerre civili e ideologiche in ogni continente. Nell’esaminare l’attuale crisi del modello di democrazia liberale e della deriva del capitalismo globalizzato (di questo si tratta) occorrono tre avvertenze: stare alla larga dalle generalizzazioni, non trarre conclusioni affrettate da situazioni che possono rivelarsi momentanee, tenere conto della scala dei fenomeni.
In quanto alle generalizzazioni e alle presunzioni che non hanno alcun rapporto con la realtà delle cose, va detto che non aiutano a capire come il modello di democrazia liberale sia per molte realtà fragile anche perché recente (Samuel Huntington contò solo ventinove democrazie nel 1922, e dodici vent’anni dopo). La sua attuale crisi assume connotazioni diverse a seconda dei continenti e dei paesi. La risposta francese non è quella italiana; quella statunitense non è quella canadese.
Un’altra generalizzazione da rigettare è quella che attribuisce agli stati e alla loro pretesa di sovranità assoluta, la giustificazione che essi sarebbero un dato ‘della natura’. Si dà il caso che gli stati come noi li conosciamo non siano altro che un accadimento storico, un epifenomeno, concettualmente anche piuttosto recente. Degli attuali duecento e più stati, oltre centoquaranta sono nati dopo il 1900, per lo più come effetto della disintegrazione di imperi quali quelli britannico e francese, e del sistema imperiale sovietico.
In quanto alla fretta, prudenza vuole che di fronte al nuovo si trattenga il giudizio, salvo esercitarlo su decisioni e fatti generati dal nuovo. Vale per il caso italiano: la sommatoria del consenso elettorale nei confronti dei partiti e movimenti populisti appare piuttosto elevato. Diversi dei partiti appartenenti a quello spettro sono diventati forze di governo, sperimentandone le responsabilità. Così l’Italia, dopo aver realizzato, nel novecento, il primato di inventare il fascismo ed esprimere il più forte partito Comunista in occidente, nel nuovo secolo si manifesta come il primo paese europeo a condurre il nazional populismo nel recinto della politica maggiore, trasformandolo in forza stabile di governo, attraverso diverse delle sue espressioni elettorali. Come per il fascismo e per il comunismo italiano, il nazional populismo andrà giudicato sui risultati, non sulle premesse.
In quanto alla scala, guardando all’Europa, occorre partire dalla consapevolezza che le storiche forze della sua politica, cristianodemocratici e socialdemocratici, riscuotono sempre meno consensi. In diversi paesi (Francia e Italia su tutti) sono letteralmente scomparse. In altri, adottano camuffamenti che li tengano in vita (Austria, Olanda, America Latina). Il terzo filone storico della politica, quello liberale, fa testimonianza in Inghilterra e in qualche luogo della mitteleuropa.
I partiti nuovi, chiamati populisti a ragione in quanto espressione del malcontento popolare verso le élite, arrecano sicuramente danni alle istituzioni liberali (v. Ungheria, Slovacchia, Polonia e Turchia) ma laddove li compensano con benefici in termini di reddito ai ceti che li hanno immessi nel potere (v. ancora Ungheria e Polonia ma anche Italia), ipotizzano di battere sulla scala del sociale e dell’economico quanto perdono sulla scala della politica. In questo ripetono, sotto mutata specie, il modello di scambio attuato dai regimi autoritari del novecento e, nel presente, dalla Bielorussia di Lukašėnka: si alza il sostegno sociale per garantire il consenso politico.
È tuttavia un limite significativo che i modelli ideologici e comportamentali dei populismi siano fondati sul nazionalismo. Il nazionalismo è il vero rischio della nuova politica: sulle paure costruisce rancore e avversione verso lo straniero e il diverso. Sono elementi divisivi, che nella storia hanno condotto ad alzare barriere: leggi di esclusione delle minoranze, protezionismo commerciale, nei casi peggiori conflitti armati.
A correre pericoli è soprattutto l’Europa, con le istituzioni Ue fiaccate dalla crisi economica iniziata nel 2008 e dall’incapacità d’imporsi ai paesi membri che non rispettano l’acquis communautaire. Il ruolo di rilievo che l’Unione si è trovata a giocare nella gestione degli interventi sanitari e di mitigazione degli effetti di Covid-19, quindi nelle misure economiche di ripresa e resilienza, poi nelle decisioni di aiuti all’Ucraina in termini umanitari e di dispositivi letali, non potrà non influire sui successivi sviluppi della vicenda unionale, e quindi nella partita aperta tra idealismo Ue e nazional populismo.
(da La diplomazia dell’arroganza, L’Ornitorinco ed.)












