IL PROBLEMA DEL MEGLIO

di Beppe Attene

Useremo come esempio la vicenda drammatica e contraddittoria dell’impianto industriale di Ottana, edificato e poi morto nella media valle del Tirso, vale a dire nel cuore della Sardegna.

Non interessa qui ricordare che il progetto, inizialmente affidato alla famiglia Rovelli, puntava a garantire oltre 10.000 posti di lavoro, non ha mai superato i 2.500 ed è infine ricaduto integralmente sulle spalle dello Stato che ne gestisce faticosamente il dissolvimento finale.

Questi sono i fatti, sono ormai materia.

Con essi le responsabilità, le corruzioni, gli errori.

Ma adesso la questione è un’altra: come si determina (ammesso che sia possibile) la scelta del meglio, ovvero per le decisioni pubbliche del “bene comune”?

Le motivazioni che a suo tempo portarono e spinsero a quella scelta apparivano tutt’altro che illogiche.

La chimica stava in un periodo di (apparente) sviluppo.

La Sardegna era violentemente scossa da un banditismo che si presentava e viveva come occupazione territoriale sino a sfociare talvolta in sogni di rivoluzione armata.

Qualcuno pensava Mesina come il nostro Che Guevara.

Era assai difficile immaginare credibili forme di adeguamento alla moderna realtà industrial – commerciale della storica pastorizia transumante che sembrava l’unica attività delle aree interne.

Il grande polo industriale avrebbe donato all’Isola un esercito di lavoratori, stabilmente integrati nel territorio e portati, dal loro stesso lavoro, alla integrazione e alla collaborazione nell’interesse collettivo.

Avrebbe potuto limitare quell’individualismo particolare ed eccessivo che i Sardi avrebbero ereditato dal loro peculiare percorso storico e sociale.

Insomma, di norma scegliere la cosa giusta è difficile ed è assai facile sbagliare.

Diventa difficilissimo e assai più complesso quando la scelta non è nell’interesse di un individuo ma di una intera società.

Scattano, in questo caso, con tutta la loro potenza le categorie di Spazio e di Tempo, vale a dire di ambito e di effettiva efficacia.

Se io avessi scelto di fare Giurisprudenza (come voleva mio padre) anziché Filosofia tutto sarebbe stato diverso. Ma non sarebbe stato né peggio né meglio.

E comunque a nessuno, tranne che a me, gliene sarebbe importato nulla.

Intanto, la questione dell’ambito.

Attraverso quale punto di vista si sceglie il meglio, se si parla di interesse generale?

Quale dimensione deve coprire la azione che stiamo ipotizzando di effettuare?

Meglio ancora: l’interesse deve essere locale, interregionale, nazionale o internazionale?

In quale dimensione di interesse collettivo costruiremo il Ponte sullo Stretto di Messina?

Chi se ne gioverà?

Posso pensare che un efficiente servizio di trasporto pubblico a Roma possa favorire i romani e qualche turista.

Sulla base di questa valutazione (e solo di essa) dovrei determinare la copertura dei costi.

E ancora: l’eventuale interesse riscontrato deve essere soltanto economico o anche di carattere comunicazionale?

Come mostra l’esempio del Ponte sullo Stretto più l’intervento è grandioso più la questione dell’ambito a cui giova diventa essenziale.

Vi è poi la questione Tempo, che qui chiamo della effettiva efficacia.

Per quale periodo si può ritenere che un intervento strutturale possa esplicare una effettiva funzione?

Per quanto tempo si può pensare che sarà necessario ed utile?

Quando esso potrebbe essere invalidato o sostituito da nuove condizioni che lo superino o lo rendano secondario?

E, ancora, potrebbe in futuro esserci un momento in cui quella struttura magari oggi all’avanguardia diventi un peso per lo Stato e la collettività.

Non ci mancano, d’attorno, vari e tristi esempi di ciò che accade in quel momento.

È abbastanza evidente che, per reggere e affrontare tutte queste consapevoli responsabilità, sia necessaria una Istituzione complessiva che disponga di tutti i possibili elementi del quadro, per quanto, momento per momento, possibile.

E, visto che siamo una democrazia, avremmo anche bisogno di Partiti con lo stesso tipo di formazione e informazione.

Essi possono ovviamente esprimere opinioni diversissime ma dovrebbero comunque formarsi attraverso lo stesso percorso di studio e ragionamento sulle necessità e sulle opportunità collettive.

L’identità di una forza politica dovrebbe insomma basarsi sul programma e sul progetto di Paese e di Nazione che intende portare avanti in caso di affermazione elettorale.

La, talvolta noiosa, insistenza del Pensiero Riformista sulla Programmazione Economica come perno della identità statuale nel susseguirsi del tempo si spiega su questa base.

In un Paese che smette di studiare, con Forze Politiche che fanno altrettanto e privilegiano la rappresentanza immediata di bisogni parziali il futuro è segnato.

Si faranno sempre più cose ad ambito sempre più ristretto e con una effettiva efficacia costantemente decrescente.

Forse non dovremmo più dire che ci guida la Costituzione del ’46.

Essa è la base da difendere per sempre ma a guidarci dovrebbe ricominciare ad essere il futuro, con tutti i suoi snodi.

A proposito di Costituzione.

Nelle elezioni del 1946 il Fronte dell’Uomo Qualunque presentò in Sardegna un candidato che proponeva di piantare un grande chiodo in mare vicino ad Olbia che sarebbe servito come perno per la rotazione.

Una grande catena avrebbe dovuto collegare Cagliari al Continente e, tramite un grande argano, far ruotare l’Isola su se stessa sino a portarla al contatto con l’Italia.

Ciò avrebbe evitato un costoso sistema di navi traghetto e, soprattutto, di cavi e tubazioni sottomarine.

Per carità di Patria non riporterò qui l’eclatante risultato che quella formazione politica riscosse tra i miei compatrioti. Io, comunque, non ero ancora nato.


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